Atypical Bike2Work 2013

Questo post, molto lungo, autoreferenziale e ricco di (brutte) illustrazioni, è come il precedente ispirato dalla campagna “bike2work day” promossa dal forum Ciclomobilisti. Il fine della campagna era (è) promuovere l’utilizzo della bicicletta per i percorsi quotidiani casa-ufficio. La riluttanza principale, nell’aderire a tale campagna, consisteva nell’atipicità del mio percorso fino all’ufficio, periferia su periferia e tale da obbligarmi spesso e malvolentieri all’uso dell’auto, soprattutto in caso di maltempo a causa di sistematici allagamenti nell’ultimo tratto.

Tre anni fa decisi di fare il reportage di uno dei diversi percorsi un uso (alternati a seconda della fantasia e delle necessità). La via più “naturale” consisterebbe infatti nel raggiungere viale Palmiro Togliatti da Via Papiria, percorrerla fino alla Collatina, zigzagare nell’area industriale di Tor Cervara ed affrontare “in cauda venenum” via di Tor Cervara in direzione San Basilio. Inutile dire come questa sia anche la direttrice più trafficata ed inquinata, cosa che neppure la presenza di una pista ciclabile riesce a mitigare più di tanto. La curiosità mi ha spinto negli anni ad esplorare diverse alternative, arrivando ad attraversare il quartiere Centocelle, o a lambire l’area di Tor Tre Teste, sempre cercando un percorso ottimale… o più d’uno, per il gusto di cambiare ogni tanto.

Un’altro motivo che rende il mio B2W atipico rispetto a quelli degli altri è il principio cardine del modo che ho di spostarmi in città, che consiste nell’evitare come la peste la convivenza sulla stessa sede stradale con le autovetture. E’ più forte di me, se c’è un marciapiedi, un parco, un sentiero, io mi ci butto, pur di star fuori dalla traiettoria dei “missili a quattro ruote” che girano in città. Lo ritengo una applicazione basilare dell’istinto di sopravvivenza: non delegare a sconosciuti la mia incolumità personale.

Da un altro punto di vista ritengo che la fretta sia cattiva consigliera, preferisco muovermi con relativa calma, quando posso, e non dover mantenere un costante elevato livello di attenzione a quanto mi accade intorno. Questo comporta per solito l’allungo di qualche minuto, ma è un prezzo che preferisco pagare pur di preservare il massimo della consapevolezza per gestire le situazioni di rischio reale. Sempre per questo motivo mi troverete molto più facilmente a 10km/h sui marciapiedi che non a sfrecciare a 30km/h o più sulla sede stradale.

In sostanza mi inserisco nella dicotomia “ciclista lepre”/”ciclista tartaruga” recentemente illustrata da Matteo Dondé in una conferenza sulla moderazione del traffico, incarnando entrambi i comportamenti. Posso muovermi a bassa velocità dove il contesto me lo consente, ma posso anche correre se l’unica strada che ho a disposizione è a scorrimento veloce. Una flessibilità che rende anche la scelta dei tracciati molto discrezionale, e rende difficile trasferirli ad altri utenti.

Nel corso degli anni diverse cose sono cambiate, in primo luogo una notevole riduzione del traffico a causa della “crisi” e dell’alto prezzo dei carburanti. Strade chiuse, poi riaperte, giardinetti nati dal nulla, passaggi “improbabili” scoperti per caso (o determinazione) mi hanno portato a sviluppare nel tempo una versione notevolmente diversa del percorso casa-ufficio, e dopo un periodo di rodaggio e perfezionamento mi è venuta nuovamente voglia di raccontarla. Credo possa servire anche a chi segue percorsi ormai consolidati per immaginare ed esplorare possibilità fin qui nemmeno sospettate. Niente di meglio dei versi del poeta Robert Frost può spiegarne l’approccio concettuale:

Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Potete trovare la tracciatura on-line del percorso a questo link.


L’andata

Si parte dal contromano di via Columella, ed è quasi un manifesto programmatico. Personalmente non giustifico la sistemazione delle strade a senso unico solo in base alla necessità di ospitare automobili in sosta. Il mio diritto a percorrere l’itinerario più breve e diretto non può soggiacere a quello dei possessori di automobili di “appoggiare” sul suolo pubblico (aggratise) i propri veicoli privati (sull’occupazione “manu militari” delle strade da parte dell’industria dell’auto e dei suoi succubi ho già scritto). Tuttavia l’istinto di sopravvivenza mi suggerisce di impegnare (a bassa velocità) il comodo marciapiedi che nella foto appare sul lato destro.

Il marciapiedi risulta solitamente poco percorso, dotato di scivoli nelle interruzioni ed abbastanza ampio da non mettermi in situazioni conflittuali coi pedoni (che comunque risolvo andando piano quanto loro ed attendendo le condizioni adatte per sorpassare in sicurezza, mai “chiedendo strada” o scampanellando nervosamente).

Da via Columella svolto a destra su via dei Ciceri, anche qui contromano, anche qui marciapiede. La strada è molto alberata ed a traffico pressoché nullo, la percorro in totale relax.

L’unica “intersezione” degna di nota è verso la fine, con via degli Angeli, dove insiste un flusso di traffico bidirezionale discretamente pesante. Mi aiutano i doppi stop (la precedenza è ai “Ciceri”, ma i motorizzati non sono quasi mai entusiasti di concederla ad un ciclista, che per di più si muove controflusso).

Superate un paio di palazzine si accede ad una piccola pineta, che può essere attraversata in alternativa al prosieguo del contromano su via dei Ciceri.

La pavimentazione in cemento dei sentierini è già mezza sbriciolata e non offre un comfort eccezionale, ma il profumo di resina non è disprezzabile.

Anche il breve tratto su via dei Quintili fino a piazza Giuseppe Cardinali può essere percorso sul marciapiede, da quando i passi carrabili sono stati portati a livello.

Pazza Cardinali e la successiva via Rota (sic!) possono essere percorse solo sulla sede stradale. Il traffico comunque non è insopportabile, e le velocità dei veicoli relativamente moderate.

Percorrendo via Angelo Belardi arrivo sulla Casilina. La strada è immensa, ma nonostante ciò percorribile solo in una direzione. Data l’attuale riduzione dei flussi di traffico non dovrebbe essere un problema insormontabile realizzare una corsia ciclabile per il “contraflow”. Nell’attesa, come vedrete più avanti, mi adatto a percorrerla all’indietro, sulla via del ritorno, sul risicato e pressoché infrequentato marciapiede (nella foto sul lato destro).

Questo è il semaforo (pedonale) di via Casilina. L’attraversamento avviene in sicurezza anche se i binari del tram rendono il fondo stradale sconnesso. Con due veloci pedalate guadagno il marciapiedi prospiciente.

In questo caso il marciapiedi è obbligato perché l’affaccio del parco di Villa De Sanctis è su un tratto di via Casilina non attraversabile a causa delle protezioni della sede tramviaria (mentre sul marciapiedi sono poche decine di metri).

L’imbocco del parco sospende la sensazione di stare andando al lavoro e mi proietta per pochi minuti in una fantasia di passeggiata domenicale.

Lo sbocco su via dei Gordiani da su un parcheggio semideserto di recente allestimento, con metà delle nuove alberature già secche…

E ben presto si capisce perché sia semideserto, dato che la popolazione indigena, pur di non fare qualche metro a piedi in più, preferisce lasciare le auto in divieto di sosta a ridosso dei palazzi, restringendo pericolosamente la sede stradale (ma la presenza in situ dei secchioni dell’AMA produce un problema analogo, in qualche maniera giustificando quest’ennesimo abuso)

Senza nemmeno dover attraversare la strada, un ulteriore ospitale marciapiede mi offre riparo dai motorizzati e la percorrenza nel giusto senso di marcia.

L’attraversamento alla rotonda non è dei più felici e manca di strisce pedonali, ma il vantaggio che le auto siano obbligate a rallentare per imboccare il rondò lo rende gestibile.

Dopo l’attraversamento, un piccolo corridoio “protociclabile” lungo una decina di metri mi solleva dei dubbi su casa esattamente avesse in mente il progettista di questa sistemazione stradale… In bici proseguo sul marciapiedi lato sinistro (in decine di volte che sono passato di qui, anche in macchina, non ci ho visto mai camminare nessuno)

Il marciapiede finisce nel nulla, proseguendo con una spianata sterrata e pietrosa di fronte ad alcuni campi sportivi. Per tornare sul lato “di mano” dovrò raggiungere un varco nello spartitraffico.

Il varco nei Jersey mi riporta sul lato corretto della strada. Notare a sinistra, sotto la lampionatura più vicina, il successivo varco che da accesso all’area a destra di una rete di recinzione… installata per non si sa bene cosa.

Tra la strada ed il cantiere della metro C c’è questo corridoio (anch’esso “protociclabile”, anch’esso dalla non chiara destinazione)

Percorsa questa “terra di nessuno” per circa 400 metri ed attraversato un mezzo “sgarrupo” si raggiunge il corridoio ciclabile più corto di Roma, della lunghezza di 100 metri scarsi.

Sono ben venti secondi di full-immersion in una dimensione di ciclabilità pienamente europea e totalmente gratificante. Poi si torna a dover inventare una traiettoria “salvalapelle” per sopravvivere all’incrocio successivo e raggiungere il marciapiedi sul lato opposto.

Anche in questo caso il senso di marcia della via sarebbe quello corretto, ma preferisco la “sede propria” a causa della velocità dei veicoli in transito.

Il marciapiede mi scodella all’imbocco del lato sud di Villa Gordiani, bisezionata decenni fa per far spazio alla sistemazione a sei corsie di via Prenestina (con doppia sede tranviaria al centro)

Il primo tratto è in salita, e la pavimentazione a cubilotti di tufo smussati e bitorzoluti non lo rende gradevolissimo.

Quindi si svolta bruscamente a sinistra e per mezzo di un “unofficial” varco negli oleandri si passa a fianco di un campetto sportivo.

Superato il campetto il sentiero acquista un fondo più compatto e pedalabile, oltreché meno polveroso.

Quindi si raggiunge l’affaccio del giardino su via Prenestina.A causa dello spartitraffico sono obbligato a percorrere all’indietro il marciapiedi, fortunatamente largo e con comodo scivolo finale che mi imbocca dentro un distributore di carburanti.

Questo è l’attraversamento di via Prenestina. Sull’altro lato si intravede il cartello di inizio della pista ciclabile realizzata internamente al parco (versante nord di villa Gordiani).

La pista, che percorre il parco da un capo all’altro, ha un fondo non liscio e privo di segnaletica orizzontale, col risultato che i frequentatori dell’area verde ne fanno l’uso che preferiscono (mediamente camminarci sopra)

Raggiungo quindi il cancello posteriore della villa, dove ad attendermi trovo un’altra pista ciclabile. In questo caso, però, utilizzabile solo sulla via del ritorno a causa dei sensi unici delle strade che dovrò percorrere per riconnettermi al tratto successivo.

Qui imbocco via Albona, che scorre tra una zona residenziale e la ferrovia, ed è già “zona 30” (con tanto di occasionali attraversamenti rialzati per la moderazione passiva delle velocità dei veicoli)

Il traffico qui è perennemente assente, tanto da farmi ritenere che la funzione principe delle strade cittadine sia quella di ospitare automobili parcheggiate, dato che i veicoli in sosta sono numericamente di un ordine di grandezza superiori a quelli in movimento.

Immancabile chicca finale, gli ultimi 50 metri controflusso. In ogni caso il traffico è a tal punto assente (credo anche in virtù dell’organizzazione dei sensi unici) che i bambini nella foto vanno in bici per conto proprio, senza un adulto a scortarli.

Qui imbocco il neonato giardinetto della stazione Serenissima. Sullo stato di semi-abbandono e sottoutilizzo di questa linea ferroviaria ci sarebbe da scrivere un intero post. Per ora ve lo risparmio.

Il giardinetto sottopassa viale della Serenissima consentendomi di bypassare uno dei tratti più critici, pericolosi e pestilenziali del mio precedente percorso, consistente in viale della Venezia Giulia e proseguente su via Collatina.

La sistemazione dell’area è ancora incompleta, i lavori paiono sospesi e quasi in stato di abbandono.

In pratica attraverso un’area verde deserta…

Circa a metà imbocco quella che dovrebbe essere una pista ciclabile a finalità ludico/ricreativa (ma se le condizioni, a lavoro non completato, sono già queste, la finalità appare piuttosto spendersoldi/magnamagna)

L’uso ricreativo consiste, per qualcuno, nel romperci sopra degli oggetti di vetro. Ci passo sopra ugualmente confidando nei copertoncini antiforatura.

Altra eloquente immagine sullo stato di incuria del sito. Notare, a sistemazione non ancora ultimata, l’asfalto già crepato e la spazzatura non rimossa.

Qui qualche genio del social-engineering ha piazzato una dozzina di panchine in pieno sole, senza uno straccio di alberatura a fare ombra. Il risultato è che i potenziali fruitori preferiscono rimanersene in casa con l’aria condizionata.

Il termine della “pista” è la classica soluzione a “cruna d’ago” tanto gettonata dai progettisti romani, come a ribadire il concetto che l’idea di spostarsi in bici da un punto ad un altro non è in grado di penetrare nelle loro scatole craniche. La pista non ha sfogo neppure sul parcheggio retrostante, per uscirne fuori bisogna salire un gradino e proseguire sul marciapiede dal lato sinistro.

Altro colpo d’occhio del “fine pista”. Qui sembra più il cappio di una forca… (che potrebbe rappresentare un buon suggerimento operativo per la prossima azione da consigliare ai progettisti).

Al termine del marciapiedi, seminascosto, un varco nella recinzione da accesso ad un passaggio inaspettato.

Il marciapiede non è il massimo quanto a manutenzione della verzura, ma mi porta dove ho necessità di andare.

Ancora qualche graffio e lo slalom tra pali e lampioni e sono su via Grotte di Gregna.

A meno di venti metri vedo la via Collatina Vecchia pronta ad accogliermi.

Attendo il rarefarsi del flusso veicolare, quindi imbocco il nuovissimo svincolo.

La strada è stata appena rifatta, con la sede allargata. Due settimane fa c’erano ancora i jersey a bloccare la carreggiata. A destra si vede la stazione Togliatti ed i palazzoni cresciuti come funghi nell’ultimo quinquennio.

Il traffico veicolare non ha ancora riscoperto la nuova scorciatoia. Mi concedo il lusso di non utilizzare gli accoglienti marciapiedi. Incontro un solitario ciclista in esplorazione e ci scambio due chiacchiere.

Passiamo sotto il sovrappasso della Palmiro Togliatti.

Qui scatto un paio di foto per illustrare una possibile futura sistemazione. Da questo lato, per mezzo del sottopasso, si può raggiungere (fortunosamente, finché non lo sistemeranno a mestiere) l’imbocco della ciclabile Togliatti all’altezza di Quarticciolo.

Da quest’altro lato solo un 200 metri di prato abbandonato ci separano dal tratto di ciclabile Togliatti che attraversa Colli Anieni e raggiunge Ponte Mammolo. Della serie: con quattro spicci ed un briciolo di buona volontà i collegamenti ciclabili si potrebbero realizzare, e pure funzionali.

Nel punto esatto in cui via Collatina Vecchia diventa via Salviati il paesaggio postmoderno ridiventa “messicano”.

Cantiere abbandonato da quanto ho memoria (dicesi almeno diciott’anni)

Qui sono già all’incrocio con via Sansoni. Vi risparmio (anche per esigenze di non conflittualità) le montagne di spazzatura che circondano il campo nomadi appena alle mie spalle, che oltretutto negli ultimi tempi sta vivendo una fase di espansione selvaggia. Il tutto sotto gli occhi dell’ufficio immigrazione della questura.

Una breve rampa in salita dove si riconferma la superiore importanza della fretta degli automobilisti rispetto all’incolumità dei ciclisti.

Via Alvari, in piena zona industriale. Qui la mattina è il festival dell’autoarticolato dalla guida creativa, ed il fondo stradale balcanico lo testimonia.

Via Magnasco, a fianco dello stabilimento della “Cerbiatto” (il cornetto appena fatto), le cui zaffate mattutine mi ingrassano di un paio di etti senza mangiare nulla. In questo tratto di strada (come nei successivi) prevalgono le tipiche sistemazioni stradali romane per la moderazione della velocità veicolare, comunemente dette “buche”, di basso costo ed efficacia ma facilmente realizzabili.

Nonostante la foto, il traffico su via di Tor Cervara è nettamente diminuito rispetto ai tempi pre-crisi, tanto da consentirmi di affrontarla con molta più “nonchalanche”.

Dal ponte che sovrappassa l’A24 riprendo i lavori per il raddoppio (le cosiddette “coplanari”). In un momento storico in cui il trend del traffico è in netto calo, un’opera simile pare un totale controsenso, e la fretta con cui la stanno completando la dice lunga sul timore che qualcuno si svegli e ne comprenda la totale inutilità.

Pur non avendo visto il progetto, la sensazione che il ponte che sto percorrendo sia incompatibile con le nuove sedi stradali è alta. Se sarà sostituito da un altro ponte a campata più ampia o semplicemente buttato giù e sostituito da un sottopasso non mi è dato sapere.

Questa foto illustra il margine lasciato al ciclista tra marciapiede e sede stradale, comprensivo di tombino sprofondato (una goduria per le ruote da 16″ della pieghevole)

Il tombino ovviamente non è unico, ce n’è un’intera teoria…

Nonostante il traffico ridotto via di Tor Cervara rimane letale, in particolare in questo tratto, a doppio senso di marcia, privo di marciapiedi e coi tronchi degli alberi a raso della carreggiata.

Qui invece sono spuntati dei nuovi marciapiedi dotati di scivoli…

…prevalentemente per via di questa freschissima speculazione immobiliare della Immobildream, il cui proprietario era assessore all’ambiente della passata giunta regionale (la solita brillante idea di mettere il lupo a guardia del pollaio).

La condizione di quest’ultimo tratto di strada è disperante, grazie all’azione di traffico pesante ed allagamenti in caso di pioggia. I marciapiedi sono coperti di sabbia. il paragone più calzante con esperienze pregresse sono le strade dell’Albania.

Qualcuno a questo punto ricorderà il resoconto di quattro anni fa, in cui nel finale imboccavo via Comasta ed attraverso un sentiero nel verde raggiungevo l’ufficio…

Bene, ecco come è ridotto oggi quel fazzoletto di verde… (quando si dice il “progresso”!!!)Questo invece il tratto alle spalle, ancora area agricola relativamente intatta (ed incolta…), dove si potrebbe realizzare facilmente una sistemazione a sentieri in terra battuta per riconnettersi direttamente a via Salviati, al quartiere Colli Anieni, alla fermata Ponte Mammolo, ecc, ecc, ecc…

Quindi mi adatto a proseguire su via di Tor Cervara, che, udite udite, è “zona 30”!!!

Inutile specificare che il limite di 30km/h ha puramente una funzione di scarico di responsabilità da parte di un’amministrazione che non trova i soldi per il rifacimento del fondo stradale, e che nessun reale controllo sul rispetto di tale limite si è mai visto all’opera. Come qui, dove l’ingresso nell’area industriale di via dei Laghi sportivi (termine del percorso) è salutato da due bei cartelli policromi entrambi rispettati in uguale maniera.

Il ritorno

Nelle foto successive illustrerò alcune peculiarità del percorso di ritorno. Qui si vede (guardando indietro) un amichevole e salvifico marciapiede ingombro di furgoni e secchioni della spazzatura.

Marciapiede che, pochi metri più avanti, si restringe alla misura orizzontale di 50cm, e in verticale anche meno.

Questa è una strettoia, causata da un ponte, dove la sede stradale è troppo stretta per consentire il transito in entrambi i sensi di marcia se anche uno solo dei due veicoli supera le dimensioni di un’automobile. Il jersey viene periodicamente abbattuto da automobili che nottetempo tentano di autodistruggersi. La sede stradale realizza un ottimo massaggio dei glutei.

Foto di dettaglio per far comprendere come la pratica del freeride trovi applicazione anche nell’utilizzo di bici pieghevoli e senza necessità di discese (basta un autoarticolato alle spalle a fornire la necessaria motivazione).

Applicazione del concetto di “fracking” alla sede stradale anziché all’estrazione di idrocarburi dal sottosuolo.

Ci tenevo a mostrarvi questo fontanile settecentesco, inserito in una cornice adeguata ad una sua valorizzazione.

Questo è il semaforo sulla Casilina visto dal lato opposto, visto nella prospettiva di percorrere via Berardi controflusso sul marciapiede sinistro.

In alternativa a viale dell’Acquedotto Alessandrino contromano si può imboccare il giardinetto adiacente.

Il fondo non è propriamente entusiasmante, tanto che di solito percorro la striscia compatta dove, nella foto, sta camminando il pedone.

Colpo d’occhio sull’acquedotto, quindi si svolta a sinistra.

Si attraversa la strada e si imbocca il giardinetto di fronte…

…per uscire dal quale, in assenza di scivoli, si segue il sentierino in foto fino a sbucare praticamente dietro i secchioni della spazzatura.

Per il resto la strada del ritorno è uguale a quella dell’andata, ad esclusione del fatto che stavolta via dei Ciceri e via Columella sono “di mano”, quindi percorsi sulla sede stradale.

Conclusioni

Sinceramente questo percorso mi andava di descriverlo, anche perché mi sono ritrovato, da un anno all’altro, a rileggere piacevolmente il precedente. Mi resta il dubbio se possa interessare qualcun altro/a oltre me, per cui vi prego di segnalarmelo nei commenti.

Una delle considerazioni più interessanti sul percorso precedente mi fu data in un messaggio privato: “ci vuole davvero una grande autostima per fare in bicicletta una strada simile”. Mi lasciò spiazzato. Decisamente non ho mai avuto problemi con l’autostima (al limite il contrario) ma questo pensiero mi ha illuminato sulle difficoltà che possono avere altri ad inforcare una bicicletta ed usarla tutti i giorni.

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6 thoughts on “Atypical Bike2Work 2013

  1. Complimenti per il percorso, pensa io per arrivare in ufficio la mattina devo prendere necessariamente via del Foro Italico e poi Tor di Quinto per arrivare a due ponti e attraversare la strada.
    Ciao, Ciao.

  2. Ciao Marco
    Possibile che non t’incontro mai? Quando attraversimla prenestina dovrei vederti, io passo li..intorno alle 0815

    • Ultimamente mi hanno messo in part time e faccio un po’ gli orari che mi pare (basta che sto complessivamente 20 ore a settimana). Se mi dai un riferimento (e-mail o cell) ci possiamo dare un appuntamento.
      P.e. martedì prox potrebbe essere una data utile.

  3. Questo lavoro eccellente è una raccolta di vari peggi italici

    o – consumo di terrritori
    o – distruzione dei paesaggi
    o – discarica distribuita
    o – feticismo autonobilistico
    o – ostilità nei confronti dei ciclisti
    o – progettazioni culesco-cialtronesco e realizzazioni peggiori
    o – speculazione edilizia
    o – antiurbanistica
    o – conflitti di interessi
    o – ….

    Qui a Bologna le cose vanno un po’ meglio ma non troppo.
    I bolognesi si sono imborghesiti e impigriti e sono ancora pochi coloro che hanno una mentalità di mobilità piacevole, economica, veloce, sostenibile ed economica basata sulla bici.
    Gli immigrati sono pure peggio che hanno una bramosia, una fama atavica di consumismo che appena posso si prendono le auto tedesche più grandi che possono.

    Mah.
    Temo che questo paese non abbia grandi prospettive.
    Grazie per l’accurato report.

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