La pioggia e il tempo

Uno dei problemi che ho da sempre consiste nel far coincidere l’età anagrafica con quella percepita. Vuoi che il declino fisico non è ancora nettamente percepibile, vuoi che lo specchio mi rimanda un’immagine con qualche ruga ma ancora relativamente giovanile, vuoi che l’invecchiamento è uno dei principali tabù di quest’epoca (un grande rimosso collettivo circoscritto agli appuntamenti periodici coi saloni di bellezza, o gli estetisti, cui nelle conversazioni si fa sempre e solo fugace accenno, al più commentando quello altrui), fatto sta che fatico parecchio a contestualizzare l’idea che l’anno prossimo varcherò la fatidica soglia dei cinquant’anni.

Parallelamente, e non prendetelo come un vanto, continuo a fare le cose che facevo vent’anni fa, a vivere nella stessa città, nel corso degli anni molto poco cambiata (se si escludono l’aumento delle automobili in sosta e l’aberrante metastasi delle periferie), e in un paese abituato a metabolizzare e rapidamente annullare ogni possibile istanza di trasformazione culturale, sociale e politica.

La consapevolezza di questo mezzo secolo di vita si manifesta raramente, seppur a volte in maniera quasi dolorosa: una canzone non ascoltata da anni, un paesaggio che si ricordava diverso, una sensazione di perdita per il sorriso scomparso di persone che non ci sono più.

Per una fortuita serie di casualità, il meteo incerto, decisioni prese all’ultimo minuto ed una prolungata assenza dalle osservazioni astronomiche, stamattina mi sono ritrovato a passeggiare solitario per le viuzze del nucleo storico di Pianello, la frazioncina di Cagli in cui ho trascorso le spensierate estati della mia gioventù, borgo un tempo vivo e chiassoso, ora ben più freddo e silente.

Case che meno di un secolo fa ospitavano nuclei familiari affollatissimi sono ora vuote, o abitate dagli anziani, che non le hanno mai abbandonate, mentre i giovani sono scappati via nel vasto mondo.

La storia di queste piccole valli montane narra di un’economia agricola, spesso di sussistenza dignitosa, spazzata via nel dopoguerra dall’inarrestabile incalzare della modernità. Gli aratri di legno trainati da coppie di buoi (mio nonno materno aveva due vacche che chiamava Biò e Boné) non poterono competere con l’agricoltura meccanizzata, mentre le marginali terre collinari subirono la concorrenza delle rigogliose pianure più a valle. In un’epoca di consumi massificati tanto bastò a decretarne il declino.

I figli di queste terre finirono con l’inseguire l’urbanizzazione, trovando lavoro come muratori e carpentieri (come fece mio padre), o ricercarono mestieri capaci di riscattare la povertà delle esistenze dei loro genitori, finendo ugualmente con l’affollare le periferie industriali delle grandi città. Terre che un tempo davano cibo e lavoro a centinaia di persone finirono col sostentare solo i pochi che rimasero a prendersene cura.

Gli anziani restarono dov’erano sempre vissuti, i giovani (emigrati, seppur solo a poche decine di chilometri di distanza), continuarono ad andarli a trovare per le ferie estive, pur restando culturalmente e socialmente radicati nelle città di adozione. Tutto il mondo antico lentamente invecchiò e si spense.

Stamattina, come scrivevo, mi sono ritrovato a camminare fra case vuote, portoni sbarrati, rendendomi conto di essere ormai tra i pochi ancora in grado di ricordare la vita che si svolgeva qui trenta o quarant’anni fa. E ritrovandomi costretto a fare finalmente i conti con lo scorrere inarrestabile degli anni.

Dopo una breve salita, superato “l’arco”, in quella casa giù in fondo vivevano i miei zii Ilizia e Goffredo, sopra quelle che un tempo erano le stalle del nonno, subito accanto alla casa di “zi’ Romano” (in realtà il fratello di mio nonno), che viveva lì con la moglie Linda.

Salendo si costeggiano le minuscole stalle dove mia nonna allevava galline e maiali, quindi si arriva ad un tratto secondario dell’inselciata. A sinistra la casa dei miei nonni materni, Caterina e Giovanni, abbandonata da anni, a destra quella dei loro dirimpettai, Sira e Masino, ora abitata solo nei weekend dal figlio Paolo, mio coetaneo.

Di fronte a questa, sull’altro lato, la casa di Norma e “zi’ Memmi”, calzolaio, di cui ho solo lontanissimi ricordi. Poco a sinistra un portoncino chiuso da decenni conduceva all’abitazione di una minuta vecchina chiamata Colomba. Accanto, continuando a salire, viveva Triestina, in una casa che ormai ospita figlia e nipoti nel periodo estivo.

Nel punto più alto del paese abitava la famiglia di Tecla, i cui due figli, Sante e Alessandro, hanno pochi anni meno di me. Pur abitando anch’essi a Roma, non ci vediamo mai. Poco oltre, scendendo sull’altro lato dell’inselciata, la casa dove mia zia Rachele vive ora da sola, senza più da molti anni il marito Aldo e la suocera Esterina. Senza soluzione di continuità il passo conduce a quella in cui vivevano Brando e Rosa.

Questi i nomi che ora mi tornano in mente, e molti altri ne mancano. Lo zio Francesco, nella bottega di alimentari vicino al ponte. Enda, la giornalaia che mi vendeva i tanto sospirati fumetti. La signora Costanza dell’emporio dove compravamo giocattoli ed oggetti di varia utilità. Gianni, l’eccentrico proprietario del bar in cima al paese che in tempi ancora più remoti aveva ospitato il cinematografo. E tanti altri…

Camminando con la testa nel passato può accadere di incontrare una ragazzina, sforzarsi di capire chi sia, solo per far riaffiorare alla memoria un fotogramma incongruo, un ricordo risalente a troppi anni prima, e realizzare che quella situazione riguardava la madre… quando aveva la stessa età.

Non saprei dire se sia qui, vivendo obbligatoriamente gomito a gomito con le stesse persone per l’intero arco della propria vita, che lo scorrere del tempo assuma una connotazione più immediatamente percepibile e comprensibile, o se piuttosto non dipenda dal mio transitarvi per archi temporali troppo brevi, intervallati da lunghi periodi di assenza, a ridurne la mia percezione come ad un film proiettato a velocità accelerata.

O ancora, forse, è semplicemente il fatto estemporaneo di fermarmi a riflettere, senza nulla di immediato da fare, senza l’alibi di impegni reali o inventati, a consentirmi di riordinare idee, tempi e priorità, di guardare indietro a ciò che è stato, di ripensare ciò che è, di interrogarmi su ciò che sarà.

Seduto sul mio “balcone coperto” guardo la pioggia cadere. È una cosa che amo fare fin da quando ho memoria. La pioggia è ricambio, rinnovamento, la vita che si disseta, il ciclo dell’acqua che nutre il mondo. Io la osservo, da fuori, la approvo, pur senza riuscire a prendervi parte fino in fondo.

One thought on “La pioggia e il tempo

  1. La dimensione del tempo è la dimensione dello spirito.
    C’è una sorta di tentativo collettivo di rifuggirla, quasi di vincerla cercando di divorare il tempo con la frenesia e attività non di rado frenetiche, inconsulte che si rivelano dannose se non nefaste.
    Sono poche le persone che hanno… il tempo! per osservare i cicli della Natura, della vita e di Sorella Acqua che ne à l’elemento centrale.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...