L’età del Ferro

Già un paio di volte uno zio di mia moglie Emanuela ci aveva detto: “se vi serve una bici da corsa ne ho una io. E’ vecchiotta ma sta messa bene. Basta ripulirla e rimettergli le ruote. Se ve la venite a prendere ve la regalo”. Siccome a caval donato non si guarda in bocca, la scorsa settimana, trovandoci in zona, siamo andati a dargli un’occhiata.

La mia innata diffidenza ancora una volta ha dimostrato di non sbagliare. La bici “messa bene” si è rivelata l’ennesimo “cadavere da cantina” risalente (a naso) ai primi anni ’80, ed in disarmo da un periodo analogo. Ruggine più o meno devastante su tutte le parti cromate, catena da buttare, screpolature sulle parti in gomma ed un nastro coprimanubrio di un tipo già da tempo passato di moda quando ho iniziato a pedalare alla fine degli anni ’80. L’unica cosa discretamente a posto era la verniciatura del telaio.

Invece, nonostante la condizione pietosa ed il telaio leggermente più grande del dovuto, Emanuela se ne è innamorata a prima vista e se l’è voluta portare a casa, confidando nelle mie capacità di rimetterla in sesto. Dal canto mio sapevo in partenza quante e quali grane ciò mi avrebbe comportato, ma ho deciso di accettare la sfida.

L’elenco dei problemi da affrontare è apparso già da subito estenuante. In primis i cerchi “da tubolari” che avrebbero richiesto o la sostituzione, o il montaggio di coperture di tipo Palmer, leggerissime, delicatissime e impossibili da riparare in caso di foratura. Poi il cambio posteriore deformato (probabilmente finito a contatto coi raggi della ruota in corsa e semidivelto), assieme al forcellino stesso.

A questo si aggiungano delle tipicità proprie delle bici di quell’epoca, come la scalatura di rapporti poco estesa (in particolare per le marce da salita), il cambio a levette sul tubo diagonale del telaio (ovviamente non sincronizzato) ed, in ultima istanza, un telaio di economicissimo ferro sul quale non aveva senso investire più di tanto.

Il primo meccanico a cui l’ho portata a visionare per una valutazione degli interventi mi ha detto chiaro e tondo: “lascia perdere, con quello che spenderesti per rimetterla in piedi ne compri una usata ma in condizioni molto migliori”. Emanuela però non ne ha voluto sapere ed ha insistito perché gli rimettessimo almeno le ruote.

Un paio di giorni dopo andavo a ritirare la bici dal ciclista con due tubolari nuovi di zecca e la ferma intenzione di farci un giro di prova e prontamente restituirla allo zio. Portata in officina ho tentato, con successo, di controdeformare il forcellino piegato e raddrizzare il cambio posteriore. Sulla via del ritorno, mi sono fermato ad acquistare del lubrificante spray, e con l’occasione ho preso una catena nuova ed una bomboletta spray al lattice per le riparazioni volanti delle forature.

Una volta a casa eccomi di buzzo buono a lubrificare tutto, cambiare la catena e sostituire la vecchia sella con una smontata tempo addietro da una mountainbike. Già che ci sono ne approfitto per dare una tirata ai raggi e ricentrare le ruote (e meno male che lo so fare da me…)

Fatto questo e sceso a provare la bicicletta mi accorgo di due ulteriori problemi: il gioco della pedaliera (dovuto ad una maledetta “zeppa” deformata) e la totale assenza di funzionalità dell’impianto frenante, dovuto ai pattini dei freni ormai induriti dal tempo.

Quindi la prova Emanuela, ed al controllo sulla posizione in sella realizzo che per compensare la dimensione del telaio dovrei avanzare la sella oltre il limite fisico dato dal tubo reggisella. Risolvo ribaltando in avanti il morsetto di fissaggio. E’ una posizione anomala, ma vale a compensare una geometria ormai datata che nei modelli prodotti in tempi recenti è stata completamente rivista.

La mattina dopo carico la bici in macchina, passo a comprare la zeppa di ricambio e prendo anche cavi e guaine nuovi e due coppie di pattini dei freni. In officina spendo un’ora e mezza di lavoro per venire a capo del problema con le zeppe (e già che ci sono elimino un gioco nel mozzo della ruota posteriore), poi a casa finisco di sostituire cavi e pattini di freni, recuperandone una funzionalità passabile.

E’ giunto il momento, giovedì 25 aprile, di andarla a provare. Emanuela, come previsto, non ci si trova proprio: non sa bene come afferrare il manubrio, fatica a frenare, pasticcia col cambio, si trova a disagio a muoversi nel traffico. Comunque molto coraggiosamente riesce a raggiungere la pista ciclabile del Tevere, dove rimetto mano ai ferri per l’ennesima volta.

La frenata risulta molto dura a causa della tensione delle molle di ritorno delle morse dei freni. Non ho una pinza per deformare i molloni, ma mi arrabatto con un paio di chiavi inglesi riuscendo a curvarli a sufficienza e ad ammorbidirli quanto basta. Tra l’impaccio di Emanuela col veicolo e le condizioni dissestate della pista arriviamo a Ponte Milvio in tempi biblici e ci fermiamo a mangiare un pezzo di pizza al taglio.

Da qui in poi accade il miracolo: raggiunta la ciclabile del Tevere nord, larga e comoda, Emanuela può finalmente lanciare la sua nuova bicicletta e scoprirne la scorrevolezza, coprendo di gran carriera la dozzina di km fino al termine della pista. Ne è talmente contenta che decidiamo di completarne il restauro.

I due interventi conclusivi sono il rifacimento della nastratura del manubrio, in un elegante nero lucido traforato, e la sostituzione dei pedali mangiati dalla ruggine con una coppia di pedali in alluminio dall’estetica non drammaticamente fuori stile. Dulcis in fundo, stamani abbiamo anche comprato e montato i gommini coprileve dei freni, che si stavano sbriciolando per l’età.

Il risultato finale ha stupito anche me. E’ vero che rimane una bici da corsa datata e pesante, ma per andarci in giro a divertirsi va ancora benissimo e soprattutto è servita ad Emanuela per scoprire un modo diverso di andare in bici, più vicino alla sua sensibilità.

Peccato solo che per godersi davvero questa bicicletta su strade non infestate da troppe automobili bisognerà quantomeno raggiungere l’Abruzzo…

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