Darwin, Tolstoj e la modernità

In questi ultimi mesi mi sono cimentato in una personale sfida: arrivare a capo delle passa 1400 pagine di “Guerra e Pace”, il capolavoro di Leone Tolstoj. Solitamente fatico parecchio sulle letture “classiche”, peggio che mai negli ultimi tempi in cui passo moltissimo tempo (ben più di quanto vorrei) a leggere e scrivere in rete.

Di questo titanico affresco narrativo, credo ciò che più mi rimarrà è il senso della fatalità. Tolstoj descrive la più grande campagna militare della sua epoca, le battaglie, le strategie, partendo da una prospettiva in cui non sono gli individui a generare consapevolmente gli eventi, ma gli eventi stessi, nel loro prodursi dall’inconscio collettivo di intere nazioni, a trascinare masse di uomini e donne verso il loro destino.

Grossomodo nello stesso periodo in cui Tolstoj pubblicava il suo epocale romanzo (per l’esattezza pochi anni prima, nel 1859) Charles Darwin dava alle stampe il suo lavoro più importante, “L’origine delle specie”, nel quale viene per la prima volta descritto nel dettaglio il meccanismo attraverso il quale, nel corso dei millenni, le specie viventi si trasformano a causa della pressione selettiva del contesto ambientale.

Le due filosofie sono molto simili, al punto da suggerire un parallelo tra l’evoluzione delle specie darwiniana e quella delle società umane descritte da Tolstoj, entrambe soggette a pressioni esterne ed obbligate alla trasformazione o all’estinzione. Proiettare il tutto sugli eventi degli ultimi secoli ci offre una chiave di lettura del mondo attuale.

Quelle che nelle teoria di Darwin sono mutazioni genetiche casuali, che il processo di selezione si occupa di rendere utili o dannose, nella storia dell’umanità sono le “invenzioni”, che modificano la capacità dei singoli, o di intere collettività, di prosperare a spese del contesto ambientale o di altre collettività.

L’invenzione dell’agricoltura, ad esempio, ha consentito il passaggio dal nomadismo alla stanzialità, gettando le basi per un’evoluzione culturale più rapida ed efficace e premiando, su archi temporali molto lunghi, le popolazioni che l’adottarono nei confronti di quelle che continuarono la vita da cacciatori/raccoglitori. L’agricoltura consentì la nascita degli imperi, ed il conseguente assoggettamento delle popolazioni nomadi.

Allo stesso modo ogni successivo passaggio inventivo/evolutivo ha prodotto trasformazioni nelle popolazioni che si sono trovate a sperimentarlo, con maggior evidenza per quanto riguarda l’ambito militare. Le pesanti armature del medioevo furono prima messe in crisi dall’invenzione della balestra, quindi definitivamente pensionate dalla polvere da sparo, che applicata a cannoni di dimensioni sempre maggiori decretò la fine delle fortificazioni come strumento di difesa.

Ma poteva l’umanità scegliere di percorrere una via diversa? Applicando i postulati darwiniani probabilmente no: le civiltà che approdano ad un avanzamento tecnologico prima di altre si ritrovano né più né meno nella situazione di un predatore che l’evoluzione fornisce di armi più efficaci, e scavalca gli altri nella catena alimentare.

Il quadro complessivo è però ulteriormente complicato dalle specificità etico/culturali delle società stesse, dalla loro complessità, dalle filosofie e fedi religiose che innervano lo spirito delle popolazioni e rendono largamente impredicibile l’esito dei conflitti. Quello che rimane ineluttabile è la spinta che si produce sull’arco dei decenni e dei secoli, quella trasformazione ormai continua che ci porta in direzione di una modernità sempre più artificiosa ed astratta.

In una fase storica dominata dalla produzione massiva di merci, la scelta più premiante sul piano sociale, dei singoli come delle collettività, è quella di aumentarne i consumi, con buona pace di chi vorrebbe conservare le risorse per il futuro. Il predatore che caccia con maggior efficacia non solo si nutre di più, ma sottrae cibo ai suoi concorrenti, indebolendoli ulteriormente.

Così, per fare un esempio, la diffusione dell’automobile come mezzo di spostamento di massa ha introdotto un nuovo “competitor” nella fruizione della rete stradale e degli spazi urbani, di fatto producendo, sul lungo periodo, la marginalizzazione di tutte le forme di trasporto ad essa alternative e la loro estromissione dalle strade. Esattamente alla stessa maniera le conifere, attraverso la caduta delle proprie foglie secche, sterilizzano il terreno circostante e lo rendono inutilizzabile alle altre specie vegetali.

Poteva essere questo evitato? Forse sì, ma solo pochissime popolazioni al mondo sono riuscite a farlo, in ciò aiutate anche da peculiarità locali e culturali. In tutte le altre situazioni in cui si è realizzato un sufficiente livello di ricchezza pro capite le automobili hanno proliferato, e con esse l’espansione delle periferie urbane, l’inquinamento ed il consumo di suolo.

Questo mi riporta ad un concetto ben espresso nel romanzo di fantascienza “Il mondo della foresta” dalla scrittrice Ursula K. Le Guin: “quando qualcosa viene trasportato dal mondo dei sogni al mondo degli uomini, non c’è più modo di riportarlo indietro”.

Quando un’idea, un sogno, un desiderio dell’umanità si concretizza, non ci si può aspettare che svanisca di nuovo, spontaneamente, nel nulla. Sia esso una tipologia di edifici comodi ed economici (cemento), un mezzo di trasporto personale (automobile), un dispositivo per dialogare con gli altri (cellulari), una forma di intrattenimento (cinema, televisione…) o uno strumento per ottenere e scambiare informazioni (internet).

Ma la teoria dell’evoluzione ci insegna anche altro, ad esempio che per realizzare una sostenibilità occorre un equilibrio di forze tra predatori e prede. Una popolazione di erbivori che cresca ad un tasso superiore alla capacità di ricrescita della vegetazione finirà con l’esaurire il proprio cibo e sparire. Un predatore divenuto improvvisamente troppo efficiente, che sia in grado di ridurre la popolazione delle proprie prede al punto da portarla all’estinzione, finirà con l’estinguersi con essa.

Questo è il punto in cui ci troviamo ora: l’umanità è divenuta, nell’arco dei millenni, un predatore straordinariamente efficiente, e non solo delle creature necessarie al proprio sostentamento, ma dell’intera biosfera. Oltretutto avendo acquisito capacità di azione e manipolazione tali da arrivare a stravolgerne le caratteristiche, col rischio, in conclusione, di minare le proprie stesse possibilità di sopravvivenza.

Secondo Tolstoj l’umanità è incapace, collettivamente, di decidere del proprio destino. Può solo proiettarsi in avanti, preda dei propri istinti primordiali ed inconsci, resi eccezionalmente distruttivi dalla conoscenza scientifica accumulata nei secoli. Dove questo ci porterà, se all’ostinato prevalere dell’egoismo individuale e collettivo o ad un ripensamento etico, non è dato sapere, ma preoccuparsi è lecito.

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3 thoughts on “Darwin, Tolstoj e la modernità

  1. Pingback: Darwin e il declino dell’automobile | Mammifero Bipede

  2. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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