Storia di una casa

Il lavoro di digitalizzazione di vecchie foto, da poco ripreso, mi sta rimettendo in contatto con pezzi del mio passato estratti a caso, man mano che procedo ad aprire scatoline di diapositive. La maggior parte sono riprese architettoniche nelle quali mi dilettavo tempo addietro, e che oggi trovo sostanzialmente inutili, diverse sono foto di uscite e viaggi in bicicletta, in rari casi si tratta di reali passaggi chiave della mia vita.

Le foto che mi sono da poco ricapitate per le mani raccontano la casa di Pianello prima della sua ristrutturazione. Sono state probabilmente scattate nell’estate del 1999 (erano in coda ad altre foto di un viaggio in Austria effettuato quell’anno) e rappresentano la testimonianza di una decisione importante.

Pianello di Cagli è il paese natale di mia madre, dove vivono ancora le sue sorelle e la maggior parte dei nostri cugini. E’ il luogo dove, fin da bambini, passavamo le vacanze estive, quello dove io e mia sorella abbiamo sviluppato la maggior parte dei legami affettivi familiari.

Passavamo le estati ospiti nella casa dei nonni, un edificio molto antico e rustico, fresco d’estate quanto gelido d’inverno, nel borgo antico del paese. La casa rimase in esercizio fino alla scomparsa di mia nonna Caterina, dopodiché restò in attesa dell’esecuzione della spartizione delle diverse eredità fra i cinque figli: campi, collinette, stalle, un fienile ed una casa totalmente diroccata persa in mezzo al nulla.

L’intenzione di mio padre era di acquistare dall’erede designato (nel caso non fosse toccata a mia madre) la casa della nonna, per ristrutturarla… ma la vicenda minacciava di andare per le lunghe. Nel mentre gli fu diagnosticata una brutta malattia, cosa che spinse gli eventi in una direzione diversa.

In quell’estate del ’99 i miei genitori stavano valutando due alternative: costruire una casa ex-novo fuori dal paese o ristrutturarne una esistente nel borgo storico. Col progressivo allontanamento dei giovani molte case antiche erano rimaste disabitate ed in teoria disponibili, ma con l’inevitabile esigenza di drastici lavori di ristrutturazione.

Essendo praticamente cresciuto nel “borghetto” l’idea di costruire una casa ex-novo lontano da lì non mi entusiasmava, oltre alla riluttanza ideologica data dall’idea di abbandonare edifici vecchi per fabbricarne altri. Oltretutto, vista la non giovanissima età dei miei genitori, sia io che mia sorella preferivamo saperli a poca distanza dai parenti.

L’occasione che si presentò era quella di una casa totalmente da ristrutturare, poiché abbandonata da più di vent’anni dopo lavori lasciati a metà che l’avevano resa ancor più inabitabile di prima, e tuttavia in una collocazione perfetta per la rete sociale dei miei genitori. I quali, per l’appunto, mi chiesero di valutare se fosse il caso di prenderla per sistemarla o piuttosto lasciar perdere e cercarne un’altra.

Ricordo che presi la cosa molto sul serio, ci portai dentro una sedia ed una alla volta mi sedetti in tutte le stanze cercando di immaginare come avrebbero potuto diventare una volta sistemate. Nel dubbio di non riuscire a farmi da subito un’idea precisa, decisi di documentare fotograficamente ogni singola stanza.

Dopo i primi scatti pensai che una presenza umana nelle foto sarebbe stata utile a rendere più evidenti le proporzioni e gli spazi, così inclusi me stesso nelle foto. Il risultato è bizzarro, a metà tra una serie di scatti architettonici ed una galleria di autoritratti, con una percettibile vena di ironia.

La struttura stessa della casa, tuttavia, pareva non avere alcun senso. Al pianterreno sussistevano cinque locali, con ben tre porte d’ingresso. Il primo era probabilmente un uso cucina, dato che vi stazionavano antichi elettrodomestici, dotato di ingresso indipendente.

Il secondo un semplice corridoio che da una seconda porta di ingresso conduceva alle scale che salivano ai piani superiori e collegato al primo ambiente da una porta laterale.

Le altre due “stanze” che al pianterreno affacciavano sulla strada erano probabilmente il risultato, abbastanza disastroso, di lavori di ristrutturazione ed ampliamento che avevano portato a filo la facciata dell’edificio, colmando un vuoto sul quale affacciava una cantina/magazzino.

Questo lo deduco dalle travature in metallo, diverse da quelle in legno del resto della casa. Nel vano a sinistra era ricavato un orribile bagno (probabilmente non preesistente nell’edificio), in quello a destra un lavatoio ed una terza porta di accesso.

Proiettata verso l’interno del blocco di edifici (la casa è “di spalle” ad un’altra) l’antica cantina/magazzino, con appoggiate all’interno travi, damigiane e vecchie botti marcite, cui la “chiusura” posticcia aveva tolto anche l’ultimo barlume di luce.

Quindi la rampa di scale che conduce al primo piano, dove sono presenti altri tre locali.

il primo una ex camera da letto, con finestra che dà sulla facciata.

Il secondo l’equivalente del rifacimento del pianterreno, con una tripla finestra messa a distanze tali che non era possibile aprire completamente le persiane né le vetrate, perché sbattevano le une sulle altre (nella foto il soffitto sembra spiovente, ma è un effetto ottico prodotto dal grandangolare estremo utilizzato)

Qui ho scattato due foto, questa è ripresa dal lato opposto.

Questo è il terzo ed ultimo locale, sovrastante la vecchia cantina, anch’esso poco illuminato a causa della creazione del locale precedente. Si vede sul lato sinistro uno sgabuzzino, presente su tutta la colonna di stanze. Di fronte a me, fuori dall’inquadratura, c’era un vecchio camino.

Nello stesso ordine, al secondo piano si ha una stanza da letto con finestra sulla facciata identica per dimensioni a quella sottostante.

Una terrazza ancora ingombra di calcinacci, mattoni e materiale edile vecchio di vent’anni e senza ringhiera.

La seconda stanza da letto, stavolta illuminata dalla porta finestra che affaccia sulla terrazza

E l’ennesimo stanzino/sgabuzzino posteriore.

Quindi un’ultima rampa di scale, interrotta a metà, che in maniera molto fortunosa conduce ad una soffitta al terzo piano.

Locale molto ampio, anche se col soffitto che da un lato si abbassa fino ad un metro da terra, illuminata da una minuscola finestra sul lato più basso.

Anche qui ho scattato due foto, questa è dall’altro lato della stanza. Alle mie spalle la porta che conduceva ad un ulteriore locale collocato al di fuori dello sviluppo dell’edificio, in pratica sopra la casa retrostante.

A conclusione del fotoreportage una vista della facciata prima dei lavori (con mia madre davanti a quella che è rimasta, ad oggi, l’unica porta di accesso).

Da subito mi vennero diverse idee, prima fra tutte quella di aprire la stanza posticcia con le tre finestre sul lato anteriore per ricavarne una terrazza coperta. Mi è sempre piaciuto starmene seduto al coperto a guardare la pioggia cadere, ed inoltre era l’unico modo di ridare almeno un po’ di luce al locale posteriore.

Al piano terra, invece, si sarebbe dovuta realizzare la “zona giorno”, abbattendo la parete interna del corridoio d’ingresso, trasformando la prima porta in una finestra e l’intero locale in una sala da pranzo.

Anche l’altra coppia di locali avrebbe dovuto essere accorpata in un unico spazio destinato a diventare una cucina, e collegato al primo da un passaggio senza porta, mentre la ex cantina poteva diventare un salottino con divano, trasferendo in basso il caminetto al primo piano.

Ma il problema più grosso rimaneva la sistemazione dei bagni. Realizzarli negli “sgabuzzini” avrebbe significato averli all’interno delle stanze su un solo lato, inagibili per gli occupanti degli altri locali. Per risolvere questo problema mi ha aiutato molto avere una visione tridimensionale dell’edificio.

La soluzione è consistita nel chiudere le porte di accesso dal lato delle stanze, demolire i solai e portarli al livello dei pianerottoli e realizzare le porte di accesso direttamente da questi ultimi, a metà delle scale. in questo modo la casa ha avuto a disposizione due bagni, uno a metà tra il piano terra e il primo piano, l’altro esattamente sopra.

Anche la mansarda è diventata una locale abitabile, con un terzo bagno suo proprio ed illuminata da due lucernari, raggiungibile dalla scala una volta prolungata fino al muro di fondo, con un piccolo pianerottolo finale. La stanza in più è stata venduta ai proprietari della casa sottostante.

In conclusione, al termine di costosi lavori di ristrutturazione, è diventata una casa molto ampia e vivibile, di cui mi restano due grandi rincrescimenti. Il primo è non aver pensato a realizzare una terrazza al livello della mansarda, che ci avrebbe regalato una vista impareggiabile sull’intera vallata, ora godibile solo dal lucernario (ma non escludo, prima o poi, di rimetterci mano).

Il secondo, più grande, è che mio padre non abbia potuto godersi appieno il frutto di tanto laborioso impegno, stroncato dalla malattia a lavori quasi completati. Chi se la gode davvero, oltre a mia madre per tutta l’estate, è la nuova generazione: i tre figli di mia sorella che, come noi un quarto di secolo prima, non vedono l’ora che torni l’estate per andare a stare lontano dalla città e dal traffico.

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