La politica, la città e il denaro.

(venerdì scorso, 8 marzo, sono stato invitato dal Coordinamento Roma Ciclabile ad una tavola rotonda sulla ciclabilità e la mobilità nuova al Bici@RomaExpo. Qui di seguito il sunto del mio intervento, riveduto e corretto con correzioni ed integrazioni di cose che avrei voluto dire e mi sono sfuggite…)

In primo luogo mi scuso anticipatamente con il pubblico. Mi scuso perché so bene che si viene a queste tavole rotonde per sentirsi dire cose positive ed incoraggianti, per sentirsi raccontare che si costruiranno tante nuove piste ciclabili, che ci aspetta un futuro radioso ed ecosostenibile. Io vi dirò il contrario.

Tenterò di affrontare un’analisi sistemica dell’esistente. Cominciamo dalla nostra città, Roma: è una città fatta male, è una città profondamente “sbagliata”. Ma se è così, se si è sviluppata in questa maniera, non è per caso. Roma è stata modellata da forze, volontà, esigenze ed abitudini mentali che l’hanno portata ad essere quello che è.

Queste forze non smetteranno di operare da un giorno all’altro. Continueranno a spingere sempre nella stessa direzione con la stessa ostinata protervia dei decenni precedenti ai fini di mantenerla in questo stato e continuare in una sedicente ‘crescita’ assurda ed irrazionale.

Nel dettaglio, si possono identificare diverse componenti di questa deriva. In testa ci sono gli interessi economici che si muovono intorno all’edilizia ed all’idea di trasporto privato. Il denaro muove le decisioni politiche, e dove più ce n’è, anche le decisioni diventano più rapide. Il modello di trasporto privato ha creato quartieri mostruosi nelle periferie cittadine e, parallelamente, uno sviluppo abnorme della rete stradale, che sempre all’edilizia ed agli appalti fa capo.

Un’altra delle teste dell’idra è rappresentata dalla politica, che fin dal primo dopoguerra nel nostro paese è stata ridotta al livello di tifo da stadio. La cittadinanza, a differenza di altri paesi dove c’era più attenzione alla gestione della cosa pubblica, non ha giudicato i propri eletti in base a quello che realizzavano, ma alle teorizzazioni sui massimi sistemi.

Così se da una parte si invocavano i ‘compagni’, dall’altra gli ‘amici’, dall’altra ancora i ‘camerati’, lo scopo principale delle classi politiche che si sono succedute è stato la gestione della città in funzione dei flussi di denaro e degli interessi in essere, in maniera sostanzialmente bipartisan. Così, se l’interesse era di realizzare una nuova lottizzazione extraurbana, il politico di turno aveva il compito di rivestire questa speculazione edilizia con la propria ‘ars retorica’, decantando la bellezza e funzionalità dei nuovi quartieri ed i posti di lavoro che si venivano a creare, non certo i costi sociali per le opere di urbanizzazione che finivano a ricasco della collettività.

Il terzo punto chiave lo svolge la popolazione italiana, che storicamente non ha mai dato prova di una grossa familiarità col concetto di ‘bene comune’. Per abitudine, ignoranza, ingenuità o vera e propria forma mentis culturale, il nostro è un popolo che applica da sempre ‘l’arte di arrangiarsi’, fronteggiando con soluzioni individuali qualsiasi problema gli si ponga dinnanzi. Ognuno di noi, a fronte dei problemi di mobilità prodotti da un’espansione irrazionale ed ingestita della città e del doversi spostare dai quartieri ‘dormitorio’ della periferia alle aree industriali ed alle zone di uffici, ha semplicemente pensato di dotarsi di un’automobile privata, in omaggio alle sirene della pubblicità ed al conformismo.

Questo ha prodotto la congestione delle arterie cittadine, l’inquinamento, il degrado degli spazi urbani ed uno scadimento generale della qualità della vita che viene tuttavia percepito come ‘inevitabile’. Il tutto in un quadro di generalizzata inconsapevolezza rispetto alle possibilità di una diversa organizzazione urbana (peraltro molto difficile da realizzare a ‘danno fatto’).

A titolo di esempio considerate che a Roma abbiamo pro-capite il triplo delle automobili che hanno a Parigi (dove ci sono, peraltro, più di venti tra linee metropolitane e treni urbani). Provate ad immaginare un qualsivoglia politico che in un comizio si rivolga ai suoi elettori affermando: “faremo in modo di obbligarvi a vendere o a disfarvi di due terzi delle automobili che possedete”. Semplicemente surreale.

Ora ci si viene a parlare di mobilità ‘leggera’, di mobilità ‘dolce’, di riorganizzazione degli spazi urbani, come se fosse possibile, e finanche semplice, rovesciare un paradigma che si è venuto consolidando nei decenni. Non è così, e per diversi motivi.

Il primo è che la bicicletta e la mobilità leggera non muovono interessi economici speculativi. La bicicletta produce il risparmio di tutti, non la ricchezza di pochi, per questo motivo saranno i singoli cittadini a doverla pretendere, per lo stesso motivo difficilmente la classe politica la promuoverà con convinzione.

Di fatto, le proposte e le realizzazioni che abbiamo visto fin qui (anche nel Piano Quadro della Ciclabilità di Roma) riguardano in larga misura piste ciclabili in sede propria, infrastrutture di difficile realizzazione e per loro natura costose. Si torna al tema degli appalti, e dell’edilizia come motore primo di ciò che ‘si muove’ in questa città.

A questo riguardo, mentre da noi si ‘elaboravano’ piani fantasmagorici di reti ciclabili urbane, tutte destinate a rimanere sulla carta, all’estero quelle reti le realizzavano concretamente, e le analizzavano scoprendo che i risultati erano in larga misura diversi dalle attese. Questo per dire che anche il Piano Quadro della Ciclabilità di Roma, che fin qui ha rappresentato il massimo sforzo da parte dell’attuale amministrazione, è già, senza un solo cantiere aperto, in larga misura da rivedere e stravolgere.

L’unica novità che ci viene in aiuto è il fatto che i meccanismi economici che hanno prodotto questo tipo di proliferazione urbana cominciano ad incepparsi, la crisi sistemica, di cui abbiamo visto solo le prime avvisaglie, toglierà benzina (letteralmente) al motore della ‘crescita’, e creerà spazi in cui forme di mobilità più a misura d’uomo possano affermarsi e prosperare.

Ma sarà comunque a noi cittadini spingere in questa direzione. Se continueremo, come negli ultimi sessant’anni, a farci piovere cemento sulla testa senza reagire potremo aspettarci soltanto una situazione, se possibile, ancor peggiore dell’attuale.


UPDATE: il mio intervento è stato filmato e messo on-line da Guido Fontani del comitato Ciclabile Nomentana Subito. Non è esattamente come me lo ricordavo, ma parlare a braccio è molto diverso dal redigere un testo scritto. La sostanza degli argomenti trattati, tuttavia, rimane.

5 thoughts on “La politica, la città e il denaro.

  1. Una piccola nota un po’ fuori tema ma i tuoi ultimi titoli, così astratti, mi inquietano. L’unico che usava questo stile, che io sappia, era uno psicanalista seriosissimo (tal Ruggero Chinaglia)

  2. Io mi concentrerei sul terzo punto e in parte sul secondo (la politica). Il primo (i potentati economici) c’è ovunque, solo che evidentemente altrove il popolo ha saputo trattare i propri reali interessi in modo migliore. La questione centrale è questa. Adesso la politica è come il teatro dei pupi: ci mettono la faccia ma solo questa (anche Grillo). Una volta non so se fosse uguale ma la panacea (bella roba, eh?) resta rispondere a chi solleva il problema che il problema è solo suo. Una cittadinanza divisa è il sogno di un politico mediocre. E se siamo divisi, spiace dirlo, è un bel po’ colpa nostra oltre che del contesto.

    • Per un’analisi dei vizi del popolo italico bisognerebbe cominciare riandando molto indietro nel tempo. Per dire, il coro dell’Adelchi di manzoniana memoria già ci dipinge come “un volgo disperso” pronto ad esultare per ogni nuovo “padrone” gli piova sul capo, salvo poi realizzare come non sia diverso dal precedente.
      Purtroppo, se è vero che il “terzo punto” è quello che offre maggiori opportunità, è anche quello su cui è più difficile intervenire. Stravolgere la passività di un popolo richiede di modificare in primis tutti i mediatori culturali, dalla scuola ai giornali alla televisione.
      Come affermato nell’incipit, se la nostra società ha assunto questa “forma” non è per caso, ma per tutta una serie di scelte ed adattamenti. Senza l’affermazione di un diverso paradigma (p.e. l’aggravarsi della crisi) da sola non cambierà, ed anzi si opporrà fermamente al cambiamento.

  3. Pingback: Perché la città non si trasforma | Mammifero Bipede

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