Il sogno, la città e la torre

Dopo gli Stati Generali della Bicicletta e della Mobilità Nuova di Reggio Emilia mi capita spesso di ragionare sulle “città ideali” delineate dalle strategie di mobilità alternativa tratteggiate nel Libro Rosso. Quartieri car-free, sviluppo del trasporto pubblico, spazi per la mobilità in bicicletta, intermodalità.

A volte mi ritrovo a fantasticare su come potrebbe essere il mio quartiere, questo moloch di palazzoni da otto piani materializzatosi negli anni ’60 e riempitosi di automobili in sosta nei decenni successivi. In un Photoshop mentale chiudo strade, creo piazze, immagino spazi per la socialità ed il commercio locale, per i giochi dei bambini, per la vita relazionale.

Poi riapro gli occhi e il mostro è sempre lì, inamovibile, una realtà sedimentata ed incistata in decenni di passiva accettazione del pensiero unico incentrato sull’automobile. Una realtà figlia di miopia ed egoismo, di esibizionismo cafone, di passivo adeguamento al “così fan tutti”, di ignoranza, pigrizia mentale ed intellettuale.

Anche iniziando ora a demolire questa gabbia di lamiere ammucchiate l’una sull’altra, anche impiegando tutte le energie e l’intelligenza necessarie, quanto ci vorrà ad operare la trasformazione? Quanta fatica richiederà rimodellare le nostre abitudini mentali al nuovo paradigma? Quante discussioni, quante riluttanze, quante lotte andranno affrontate?

Un modello urbanistico sociale si viene strutturando nel corso dei decenni in modo che ogni parte sia funzionale alle altre, non si può aggredire e trasformare intervenendo sui singoli punti, non si cambia un pezzetto alla volta… va affrontato in blocco.

Non è possibile disincentivare l’uso dell’auto privata senza contemporaneamente offrire delle alternative valide, e spesso non si possono offrire alternative valide a vite che si sono modellate su un paradigma diverso senza stravolgerle. Se anche il risultato finale è desiderabile, sicuramente le fasi intermedie saranno lunghe, faticose e stressanti.

Come se a un certo punto, costruendo una torre, giunti al quarto o quinto piano ci rendessimo conto che tutti gli altri hanno costruito torri rotonde, mentre la nostra è quadrata. Hai voglia spiegare che tonda è più robusta strutturalmente, più resistente agli attacchi e dentro ci si vive meglio… ormai la frittata è fatta e non si torna indietro.

Ci terremo le nostre città malfatte, malate, stressanti e dagli standard di vita scadenti. Continueremo a predicare il cambiamento a gente che ottusamente rifiuterà di ammettere di aver sbagliato, caparbiamente difendendo scelte stupide ed insostenibili. Il sogno resterà sogno e ci terremo la nostra inutile torre quadrata abbandonata a metà.

(p.s.: giuro che lo spunto iniziale di questo post era ottimista, l’idea di partenza era il “sogno”, l’immaginare una città diversa prender forma sotto i miei occhi. Ma mentre lo ragionavo ho visto quest’idea accartocciarsi e collassare. Perfino sognare, anni fa, mi riusciva più facile...)

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7 thoughts on “Il sogno, la città e la torre

  1. Cavolo smetti di sognare che poi al risveglio sono danni. Certo era meglio avere la realtà come il sogno e sognarla con il degrado ma?!?!?!?! Un bel terremoto senza danni alle persone e animali e ricostruire il tutto? Già i bei sogni, che brutte sorprese creano al risveglio.

    • Ricostruire? Non possiamo più permettercelo! I costi di petrolio ed energia continuano a salire, costruire un edificio oggi costa, in termini relativi, molto più di quanto costasse negli anni ’60. La “ricchezza” di questo paese è in gran parte nel “mattone”, in questo mattone orribile.

      C’è un concetto di fondo che in pochi hanno compreso: queste città fatte su misura per l’automobile sopravviveranno alla fine della motorizzazione di massa, e dovremo tenercele così come sono. Sopravviveranno alla fine del lavoro “per tutti”, sopravviveranno alla fine del cibo abbondante “per tutti”. Le periferie finiranno abbandonate in mano a gruppi di disperati e demolite pezzo a pezzo. L’organizzazione sociale attuale collasserà sotto il suo stesso peso (i primi sinistri scricchiolii già si colgono, il “grillismo” è uno di quelli). Date le premesse che possiamo osservare nel presente non vedo alternative possibili.

  2. Dai, non abbandonare l’ottimismo. La citta’ non e’ una torre con fondazioni fissi ma una struttura flessibile, e rimuovere la malattia delle macchine si po’ fare. Il sogno (che condivido) e’ molto realistico. Basta volerlo.

    • Le automobili sono una “malattia” che ha ormai deformato il corpo della città, impedendone una crescita sana. Sono come una droga che dà dipendenza, puoi smettere di assumerla, ma nell’immediato starai malissimo. Mi tornano in mente le parole di T.S.Eliot: “And that, to be restored, our sickness must grow worse”

  3. “Non è possibile disincentivare l’uso dell’auto privata senza contemporaneamente offrire delle alternative valide”
    Ecco, al di là dell’abbandono pessimistico il criterio scoperto in questa meditazione mi sembra riassumibile in queste due verissime righe. Non è tanto vero che non possiamo cambiare un pezzo alla volta, quanto piuttosto che non possiamo limitarci a iniziative individuali e isolate. La città va coinvolta tutta e bisogna, per questo, passare per la politica: per i sindaci, per gli assessori. Facile dire “Prendi l’autobus” se poi è strapieno e in costante ritardo persino rispetto ai tempi di una bici. In quel caso la mobilità sostenibile diventa ciò che ancor oggi è il biologico: un lusso che si paga con un sovrapprezzo a carico del privato, una scelta deviante e personale e non una nuova normalità. L’idea molto rassicurante del gandhiano “sii il cambiamento che vorresti vedere” temo che sia diventata un’alibi ai piani alti per lasciare tutti i nodi del problema ai singoli isolati ed impotenti. Sì, anche io ero partito con l’idea di fare un commento ottimista e la tastiera mi ha portato questa tetraggine. Tuttavia un’idea c’è: se si vuole far qualcosa la città si deve muovere assieme, mai dimenticarselo

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