Il mondo nascosto

Ieri abbiamo percorso nuovamente il G.S.A. Ormai per me è una sorta di tormentone. Questa volta il pretesto era quello di uno “stage itinerante” per il LACU – Libero Ateneo del Ciclismo Urbano, un progetto didattico nato da una costola del movimento #salvaiciclisti.

In realtà di “didattico”, al di là della breve chiacchierata iniziale, non c’è stato moltissimo… a parte il fatto stesso di percorrere il tracciato, e vedere coi propri occhi tante realtà delle quali spesso si è solo sentito parlare, marginalizzate ed abbandonate da una crescita urbana tutta incentrata sull’uso dell’automobile.

Nonostante la gelida e ventosa giornata autunnale la proposta è stata accolta da passa sessanta persone. Fin dalla partenza mi sono reso conto di come la voglia di divertirsi fosse prevalente, e non ci fosse modo di inframmezzare noiosi ragionamenti sulla ciclabilità, a rischio oltretutto di perdere tempo prezioso nel periodo dell’anno con le giornate più corte.

Dall’inaugurazione del percorso, avvenuta nel lontano 2006 (qui in una pagina statica dell’ormai estinto blog Romapedala), pochissime cose sono cambiate, e quasi nulla è stato sistemato, fatta salva la lodevolissima eccezione del passaggio tra Tor Fiscale e parco degli Acquedotti, realizzata non già dalle istituzioni ma da un gruppo di volontari.

Nel frattempo il tempo sta avendo ragione di infrastrutture realizzate con metodi raffazzonati e materiali scadenti. In assenza di qualsivoglia cura e/o manutenzione da parte degli attuali amministratori le poche e malfatte piste ciclabili si stanno lentamente sgretolando, e le passate di vernice rossa sui marciapiedi sbiadiscono per l’esposizione alle intemperie.

Ma ci sono altre e più sottili differenze che saltano all’occhio dei più “anziani”, e forse è un po’ servita a farmele comprendere la presenza di un vecchio compagno di pedalate, Mimmo, col quale iniziai il mio percorso di cicloattivista nel 1988, all’interno di un circolo di Legambiente denominato Pedale Verde.

Trovarlo lì, tra gli altri, mi ha riportato indietro nel tempo di più di due decenni, ed ho rivisto come in un flashback persone, biciclette e modalità di quell’epoca lontana e un po’ naif. I ciclisti di oggi non solo sono cresciuti di numero, ma hanno anche acquisito competenze maggiori, hanno biciclette più tecniche, hanno imparato a convivere con la congestione del traffico urbano.

La cosa probabilmente più diversa, se ripenso agli anni ’90, è il fatto che non ci sia più alcuna necessità di “mettere in sicurezza” il gruppo, ché d’altro canto sarebbe impossibile muovendosi così in tanti. E’ una cosa che abbiamo imparato con la critical mass, ed ora ci torna utile in molte occasioni e contesti differenti.

Di fatto, arrivato di fronte alla chiesa di San Policarpo, all’uscita dal parco degli Acquedotti, e con la prospettiva di dover attraversare da un capo all’altro l’intero quartiere Tuscolano nel delirio delle compere natalizie, anziché organizzare il gruppo e spiegare come muoversi, come affrontare incroci e semafori senza sfilacciarsi, mi sono limitato a fare una cosa affatto nuova.

Ho detto semplicemente: “Ragazzi, ora c’è un pezzo brutto: bisogna bypassare il quartiere Tuscolano. La strada è questa di fronte a voi, si va sempre dritti, fra un chilometro finisce di fronte al parco di Centocelle e cento metri sulla destra comincia la ciclabile Togliatti. Ci vediamo lì. C’è anche una pista ciclabile ma è fatta malissimo, chi vuole può usarla.”

Forse è anche questo un segnale del cambiamento: non c’è più bisogno di associazioni che gestiscano e organizzino, che istruiscano le persone su cosa devono o non devono fare. I ciclisti a Roma sono cresciuti. Se non tutti almeno una parte consistente.

La giornata è scorsa via così, in leggerezza ed allegria. Abbiamo fatto una sosta fuori programma in una cornetteria al Quarticciolo, spostato un albero caduto su un sentiero nel parco dell’Aniene (spingendo e tirando in più di dieci persone), ed osato sfidare la piena del Tevere, che però ha avuto ragione di noi.

Le informazioni davano la pista percorribile, quello che non potevamo sapere è che nottetempo le chiuse a monte della città sarebbero state aperte per svuotare i bacini di scolmamento che in caso di piena hanno la funzione di mitigare la portata del fiume. La ciclabile sulle banchine è risultata interamente sommersa.

Ci siamo salutati, e separati, all’altezza di Piazza del Popolo, con un gruppo intenzionato a rientrare a Piramide, l’altro a seguire una via più veloce tagliando per il centro. Questo è il mio piccolo rammarico riguardo ad una giornata altrimenti perfetta: non aver potuto chiudere il cerchio, perdere l’effetto di straniamento.

Percorrere il G.S.A. è un po’ come nuotare sott’acqua. Ogni tanto si tira su la testa e ci si trova in un posto diverso, incongruo, fuori posizione rispetto alla geometria della città che abbiamo in testa. Alla fine ci si ritrova al punto di partenza con una bizzarra domanda in testa: “dove diavolo sono stato oggi?”

Cinquanta chilometri dentro una città passando per luoghi sconosciuti, che prima di vederli nemmeno si immagina che possano esistere, e men che meno trovarsi lì dove sono. Un viaggio intero dentro boschi e fiumi nascosti dentro una città. Può non essere sconcertante?

(photo courtesy of Giandomenico Ciampa)

UPDATE (2013): il materiale aggiornato sul GSA è ora reperibile sul relativo blog.

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7 thoughts on “Il mondo nascosto

  1. “Ci vediamo lì. [A chi ci arriva vivo]”. Ti sei perso una piccola parentesi. Fortuna che siamo cresciuti tra macchine e smog e riusciamo ancora a percorrere un intero quartiere senza finire sotto le ruote del mezzo a motore di turno. Grazie ancora per le perle di saggezza che dispensi! 🙂

    • Beh, non solo.
      Nel “briefing” iniziale a Piramide ho spiegato che: “…questo itinerario collega i parchi urbani utilizzando percorsi secondari o inventati là per là, compresi pezzi contromano, marciapiedi, ecc… Vi faccio presente che il codice della Strada vieta espressamente di percorrere in bicicletta marciapiedi e strade contromano, pertanto non posso che sconsigliarvi di effettuare tali passaggi.” 😛

      • Ah!! Ecco perché non ero a conoscenza del Disclaimer… sono arrivato con 40 minuti di ritardo, giusto in tempo per saltare tutte le premesse e gettarmi nella mischia 😉

  2. Caro Marco,
    ancora grazie per la bella giornata, anche se vi ho dovuti lasciare a metà percorso. Anche per me il giro è stata un’occasione di riflessione, che come al solito ho scritto su Roma Ciclista (http://romaciclista.blogspot.it/2012/12/gsa-o-della-roma-stracciona-una-botta.html).

    Anche io ho condiviso la sensazione di decadenza che pervade Roma, e la rassegnazione dei suoi abitanti. Ancora di più, almeno per chi come me mette spesso il naso fuori d’Italia, il disprezzo del vivere civile che gronda dalla mancanza di cura per qualunque cosa. Strade, marciapiedi, piste ciclabili, parchi. Ma anche le case che sono servite a far arricchire i costruttori e ci hanno lasciato una Roma moderna assolutamente orribile. Anche se a furia di viverci ci si abitua.

    Spero che questo giro sia il punto di partenza per una presa di coscienza da parte di tutti noi per dire: non possiamo più tollerarlo. Dobbiamo dire basta , non abituarci alla schifosa sciatteria.

    • Che ti devo dire, io non credo ai “punti di partenza” ma solo ad un incessante “divenire”.
      Il GSA avrebbe potuto nascere già negli anni ’80, e sarebbe potuto diventare un’infrastruttura ciclabile permanente sulla quale innestare una rete ciclabile radiale. Non è stato fatto, forse non si farà mai, più in là potrebbe finire definitivamente cancellato da altro cemento.

      Quello che mi conforta è il pensiero che le persone che lo hanno percorso lo possiedano ormai dentro di sé. E’ più difficile rinunciare a qualcosa che si è posseduto rispetto a ciò che non è mai stato nostro. E più saranno in futuro, più diventerà probabile che questo percorso si possa salvare.

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