Distruggete le macchine

“Piano meccanico” di Kurt Vonnegut, nell’edizione di Urania del luglio 2000, è rimasto in attesa per più di dodici anni nel mio scaffale dei libri da leggere. Pubblicato originariamente sessant’anni fa (1952) descrive una società distopica in cui la meccanizzazione della produzione industriale ha causato l’esclusione dai processi produttivi di vaste fasce della popolazione e la loro ghettizzazione in lavori dequalificati ed umilianti.

L’alternativa per le persone con Q.I. insufficiente a far parte della tecnocrazia dominante è infatti tra i “Corpi di Ricostruzione e Risanamento” (popolarmente denominati “Puzzi e Rottami”) e l’esercito, dove la prospettiva diventa quella di passare gli anni a fare esercitazioni con fucili finti, o finire su teatri di guerra a schiacciare bottoni per azionare armi automatizzate.

Il primo effetto di spiazzamento lo si ha già dalle prime pagine, nel rendersi conto di quanto lontane nel tempo siano le coordinate sociali all’interno delle quali i personaggi si muovono. Questo va in larga misura imputato dalla disinvoltura con la quale la collana della Mondadori ha proposto per anni lavori datati senza alcun tipo di “alert” (ad oggi, quantomeno, vengono dirottati nella collana “Classici”).

Il mondo descritto da Vonnegut non è ovviamente il nostro, né potrebbe esserlo: le evoluzioni del costume e della società sono ben più difficili da prevedere rispetto ai cambiamenti prodotti dalle tecnologie. Il futuro narrato nel romanzo è una trasposizione dell’America degli anni ’50, coi suoi miti e riti. L’effetto finale è discretamente bizzarro, al punto che pare di leggere una sorta di “steampunk” tanto lo scenario veterofuturista appare incongruo (ovviamente non era questa l’intenzione dell’autore, ma è quello che appare al lettore contemporaneo).

Tuttavia ne emergono paralleli lucidissimi ed inquietanti col mondo attuale, ben lontani dalle utopie futuriste degli anni immediatamente precedenti: la produttività quasi illimitata ed a bassissimo costo consentita dalle fabbriche automatizzate che, anziché affrancare le persone dalla necessità di lavorare, finisce col togliere ai più ogni ragione di esistere, relegando una porzione via via crescente della popolazione a mansioni accessorie e squalificanti.

Non è esattamente il mondo in cui viviamo, al più una sua evoluzione potenziale, semplificata e grottesca, ma come ogni specchio deformante ci consente perlomeno di apprezzare qualche dettaglio dell’oggetto riflesso.

La produzione di massa a basso costo c’è stata, almeno per la parte del mondo in cui viviamo, ma si è scoperto che le macchine non lavorano da sole ed una parte significativa della forza lavoro è rimasta impiegata nell’industria manufatturiera e nei servizi.

I lavori degradanti sono stati sostituiti da una pesantissima burocratizzazione dell’apparato statale e da una sua ipertofia. I quasi trentamila forestali siciliani non saranno identici ai “Corpi di Ricostruzione e Risanamento”, ma ci somigliano davvero tanto, così come le migliaia di impiegati occupati giornalmente a muovere scartoffie da un ufficio all’altro, mossi da regolamenti che tutto hanno in sé tranne esigenze di efficienza.

Nel finale del romanzo, l’America distopica di Vonnegut, governata da una tecnocrazia che si affida ciecamente alle macchine, viene facilmente travolta da una rivoluzione (parziale) che le fa a pezzi. Ma per i protagonisti della rivolta non c’è modo di gioirne: la prima idea che il popolino ha dopo aver sfasciato tutte le macchine e la presa di coscienza di esserne ormai totalmente dipendente, è darsi da fare per ripararle… perfetta rappresentazione di una psiche di massa incapace di analisi, approfondimento, riflessione e  memoria.

Il nostro mondo, invece, con molta probabilità finirà per consunzione, quando le materie prime cominceranno a scarseggiare e continuare a far funzionare le macchine risulterà economicamente sempre meno vantaggioso. La psiche di massa non ci aiuterà neppure in quel caso.

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2 thoughts on “Distruggete le macchine

  1. La psiche di massa non aiuta mai e il luddismo ha sempre il suo fascino, anche quando è in chiave di fantascienza. Comunque è stupendo il fatto che una volta distrutte le macchine proprio quelli che le hanno sfasciate si mettano a riscostruirle.
    Mi ha ricordato che dopo la rivoluzione bolscevica in Russia furono azzerati nobili e principi vari, ma vennero sostituiti da un numero altrettanto grande di maggiorenti e rappresentati del partito comunista.
    Un saluto

    • E’ un po’ il problema delle “rivoluzioni”: abbattere un sistema di governo ritenendo colpevoli solo le persone che lo amministrano e non il sistema stesso, per sostituirlo con un altro simile o analogo e persone diverse, pensando che tanto basti. Di persone pronte ad approfittare degli altri (magari in buona fede o raccontandosi balle) che ne sono dappertutto, e sono bravissime ad incistarsi in qualsiasi meccanismo politico/sociale, dirottandolo ai propri fini. Per questo IMHO il mio punto di riferimento è “Anarres” di Ursula K. Le Guin, che analizza la penetrazione di comportamenti personalistici ed arrivisti anche all’interno di una società anarchica.

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