L’uomo della sabbia

Passati gli anni dei laboratori teatrali al Piccolo Re di Roma, quello che mi è rimasto è un gusto difficile da soddisfare. Il teatro, devo dire purtroppo, è ormai una forma di intrattenimento “di nicchia”: pochi gli spazi, pochi i frequentatori abituali, poche le occasioni di lavoro per attori e registi, col risultato di un inevitabile scadimento qualitativo della media dei prodotti. In questo scenario complessivamente poco entusiasmante il regista Luca De Bei rappresenta a mio modesto parere una brillante eccezione.

Pur proponendo lavori molto diversi tra loro, dal biografico “Un cuore semplice” al pasoliniano “Le mattine dieci alle quattro”, la sua capacità di trascinare lo spettatore in un mondo diverso e totalmente altro resta immutata. Stavolta sceglie di misurarsi col racconto gotico ottocentesco, terreno sicuramente non facile.

Il racconto di Hoffman, dal quale De Bei ha tratto un adattamento teatrale, rappresenta un compendio delle paure e delle ansie di due secoli fa, il che lo rende molto difficile da trasferire alla sensibilità contemporanea. Non viviamo più in case isolate, buie e fredde, illuminate da candele, e le cose che ci spaventano sono molto diverse.

La storia ha una forte connotazione legata al genere narrativo cui il racconto appartiene, anche se forse ai giorni nostri la continua rivoluzione dei riferimenti sociali e culturali ne renderà la decifrazione impossibile ai più. Il racconto gotico si colloca infatti sullo spartiacque tra l’immaginario puramente fantastico ereditato dalle epoche precedenti e l’incalzare delle rivoluzioni scientifiche che caratterizzano il periodo storico in cui vede la luce, che culmineranno nell’esaltazione della scienza con Jules Verne per divenire narrativa “di genere” col nome di “fantascienza” nei primi decenni del ventesimo secolo.

Nonostante le difficoltà dovute al salto epocale, grazie ad un allestimento estremamente minimale e puntando tutto sulla bravura di quattro giovani attori la magia si compie ancora una volta, e lo spettatore viene trascinato indietro nel tempo, mentre con la fantasia le ombre che circondano il palcoscenico assumono di volta in volta l’aspetto di case antiche, chiese, manicomi.

“L’uomo della sabbia” è un lavoro in primis sulla follia strisciante, che pian piano si impossessa del protagonista in un processo lento ma inarrestabile, ma anche sulla perdita di controllo, e di sé, sull’ossessione, sul delirio, e sopra tutto sul fallimento dell’amore come forza taumaturgica e salvifica. Nei quattro protagonisti si incarnano gli istinti primordiali dell’essere umano: il terrore, l’affetto, la determinazione, la crudeltà, il cinismo, suscitati dall’emergere dei mostri dell’inconscio.

Stupisce ancora una volta con quanta facilità ed efficacia De Bei riesca a maneggiare gli archetipi culturali per gettare una raggio di luce sull’eterna tragedia umana. Passando, oltretutto, per la strada più difficile.

P.s.: un ringraziamento particolare (ed un abbraccio) a Giselle Martino, amica e compagna di pedalate e battaglie di civiltà nel movimento #salvaiciclisti, che nell’allestimento interpreta il personaggio di Clara.

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