Out from the wild

Poche sere fa ho visto in tv “Into the wild”, il film di Sean Penn che ripercorre l’avventura di Christopher McCandless, un giovane statunitense deciso a fuggire dalla civiltà e finito a morire di fame e stenti in una sperduta foresta dell’Alaska. Ho affrontato la visione del film consapevole di essere fortemente prevenuto, in particolare nei confronti del tentativo di fare del protagonista una sorta di tragico eroe moderno.

Il film ha in parte confermato i miei pregiudizi. McCandless affrontò la vita selvaggia senza una preparazione adeguata, confidando unicamente su quanto appreso dai libri di Thoreau e London, oltre ad una manciata di manuali. Sottovalutò la propria capacità di procurarsi cibo, sottovalutò le trasformazioni ambientali nel corso della primavera ed estate (un fiume ingrossato che gli impedì di tornare indietro quando si rese conto di essere in difficoltà) e probabilmente altri fattori

Ma anche questo probabilmente non poteva essere sufficiente a giustificare una fine tanto drammatica,mi sono quindi messo in cerca di ulteriori informazioni, finendo con l’approdare su un articolo di approfondimento in rete. La causa principale viene qui individuata nella progressiva denutrizione, causata in parallelo dalla scarsa quantità di cibo ingerito e dallo sbilanciamento dell’apporto complessivo di nutrienti: in prevalenza proteine e poco o nulla grassi e carboidrati. Non si vive a lungo nutrendosi di scoiattoli.

In particolare colpisce un dato che nel film viene omesso, quando il corpo fu ritrovato si stimò che al momento della morte McCandless fosse arrivato a pesare solo 30 kg, con un indice di massa corporea inferiore al valore minimo necessario alla sopravvivenza. Se devo immaginare un maschio adulto del peso di 30 chili le immagini che mi vengono in mente sono quelle dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti subito dopo la liberazione. Una condizione fisiologica cinematograficamente non riproducibile.

Per raggiungere tale condizione la perdita di peso deve essere stata continua e progressiva. Probabilmente fin dall’inizio McCandless si ritrovò in condizioni di sottonutrizione, ma sottovalutò il problema, forse per ingenuità o per inesperienza. O, e questa è la mia tesi, perché non si rese pienamente conto di quanto il mondo fosse cambiato dai tempi in cui i libri che lo ispirarono furono scritti.

Thoreau visse un’esperienza simile, che narrò nel suo Walden, la vita nei boschi, ma era il Massachusetts a metà dell’800. McCandless per ripetere la stessa esperienza un secolo e mezzo dopo fu costretto a scegliere l’Alaska, terra ancora più estrema ed inospitale, con molta meno selvaggina (vuoi per la latitudine, vuoi per il periodo storico) e condizioni climatiche peggiori. Indubbiamente nel suo dramma personale anche questo ha avuto il suo peso.

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3 thoughts on “Out from the wild

  1. visto il film, bellissimo per la natura incontaminata dell’alaska
    e letto il libro … la vicenda ha un che di inspiegato inspiegabile e assurdo
    il protagonista fa parte di quella piccola schiera di persone che attuano le idee in cui credono fino al limite, non possedendo però la saggezza necessaria a riconoscerlo, il limite.

  2. Lessi il libro, peccato che mi sono persa il film. Anch’io rimasi allibita di fronte alla storia di questa persona; infatti partire per un’avventura del genere con il pressapochismo descritto nel libro mi è sembrato una sorta di tentativo di distruggersi, di annullarsi, più che il misurarsi con le proprie capacità. Carla

  3. Ci sono aggiornamenti sulla vicenda (ormai un Cold Case). Mc Candless pare sia stato vittima di un’intossicazione alimentare dovuta al consumo prolungato dei semi di una varietà di patate selvatiche molto abbondante nei dintorni (probabilmente l’unica cosa abbondante). Conclusioni che non modificano sostanzialmente le considerazioni suesposte.

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