Una lunga battaglia di civiltà

Il primo problema, per chi conduca una battaglia di civiltà, sta nel veicolare le proprie idee. Idee che risultano, inevitabilmente, “nuove”, inaspettate, lontane dal “sentire comune” dell’uomo della strada. Una battaglia di civiltà parte necessariamente da una condizione di inciviltà per portarla ad un miglioramento.

Quindi idee nuove, inattese, facilmente osteggiate ed osteggiabili proprio in base all’assunto auto-avvalorante che: “se fin qui abbiamo fatto così un motivo ci sarà”. E spesso questa frase finisce, nelle più svariate formulazioni, in bocca a persone che reputano troppo complicato e faticoso comprenderlo, quel motivo… o anche solo sincerarsi che esista, un motivo.

Figurarsi poi comprendere le motivazioni di chi spinge per la trasformazione, che sicuramente saranno ancora più complesse ed articolate del motivo stesso che ha portato alla situazione corrente. Diciamola tutta: per molti è proprio l’idea stessa di un “cambiamento”, la sua sola eventualità, che “fa fatica”.

Il nostro è un paese che di “cambiamenti” ne ha visti tanti, forse troppi, spesso in negativo, per non diffidarne a priori. Il nostro è ormai un paese dove devi guardarti da tutti per non essere raggirato. In sé un esercizio mentale interessante, ma che alla lunga stanca. E di sicuro non predispone al cambiamento.

E tuttavia se quest’atteggiamento mentalmente apatico è comprensibile (pur se mai giustificabile) nell’uomo della strada, non lo è più quando ad adottarlo sono i “mediatori culturali”, giornalisti in testa. Questa categoria ha il compito di fare da tramite tra la realtà dei fatti e la conoscenza degli stessi da parte dei propri lettori (o ascoltatori), e non può permettersi di abbassarsi al loro stesso livello.

Purtroppo, au contraire, molto spesso la bicicletta viene derubricata fra gli “argomenti di colore”, e lo scriverne affidato ai soliti tuttologi impreparati che sfornano articoli a un tanto al rigo. Già, chi non vive sulla propria pelle i pericoli del traffico motorizzato tende spesso ad applicare una chiave di lettura orientata ad una eccessiva “leggerezza”, mai come in questo caso fuori luogo.

Attraverso #salvaiciclisti stiamo trattando di problemi gravissimi come l’incidentalità stradale, il tipo di problemi che non augureresti a nessuno, neppure come “necessaria formazione culturale” per trattare certi argomenti. I servizi sulla “sagra del tarallo trifolato” si possono sbolognare anche all’ultimo galoppino di redazione, ma evocare la bicicletta, anche nei suoi aspetti più ludici, non può prescindere la consapevolezza ed il rispetto nei confronti di chi, in sella ad una bici, incolpevolmente, è stato ucciso.

È questo un problema di cui ogni redazione giornalistica dovrebbe farsi carico: avere all’interno una persona in grado di vagliare quanto scritto dai “collaboratori” e, se necessario, correggere il tiro. Non serve poi molto, in effetti, è sufficiente che sia un ciclista. Di certo in ogni redazione ce n’è almeno uno, o una.

Si eviterebbero così strafalcioni al limite del ridicolo, come se ne leggono troppo spesso, o le analisi di una rudimentalità al limite del disarmante che, se sono buone per le chiacchiere da bar, non altrettanto lo saranno per il lettore attento.

È, e lo sarà sempre di più, una necessità, soprattutto per via dell’aumento dei lettori-ciclisti. Non è bello vedere i temi che ci stanno a cuore, o che addirittura riguardano la nostra stessa incolumità, trattati alla stregua della “sagra del tarallo trifolato”… si finisce col perdere fiducia nell’autorevolezza del giornale stesso, e col perdere la motivazione nel leggerlo.

Il primo problema, per chi conduce una battaglia di civiltà, sta nel veicolare le proprie idee. Se poi gli organi deputati proprio alla circolazione delle idee non ritengono di dover partecipare, non tanto alla battaglia di civiltà, quanto alla sopravvivenza ed alla crescita della civiltà stessa in cui operano, allora il problema si aggrava, e di parecchio.

Annunci

11 thoughts on “Una lunga battaglia di civiltà

  1. Caro Marco,
    il giornalismo italiano ha seguito il processo di degrado del paese. Anzi, ne è stato uno degli elementi essenziali. Come i politici parlano di fuffa e non di argomenti seri (e chi ne parla passa per tecnico) così i giornalisti sono distanti dalla realtà.

    Coraggio, cerchiamo di portare avanti questa battaglia.

    Il Marziano

  2. Stai parlando di giornali tipo TUTTI i principali (per volumi di vendite) quotidiani nazionali che hanno come principale inserzionista, se non addirittura come principale azionista, l’industria automobilistica? Se si, non mi spiego la meraviglia, né mi spiego perchè sarebbe desiderabile che quella che chiami la “battaglia di civiltà” fosse sostenuta dai media mainstream.
    Battaglia di civiltà che non comportando conquiste sul piano formale, ha un obiettivo relativamente semplice: l’attuazione di regole vigenti nel nostro codice della strada. Il sostegno dovrebbe venire dalle autorità che stanno lì per questo (Polizia Municipale, Assessorato alla Mobilità e all’Ambiente, etc.). Sono loro che DEVONO garantire il diritto e la libertà, per chi sceglie il velocipede, di circolare in sicurezza per le strade della città.

    • Il sostegno dovrebbe venire da quelli che ai lettori dei suddetti giornali chiedono il voto???
      (e, quando lo chiedono, promettendo loro cosa, secondo te?)

      Una volta che il denaro dell’industria ha acquistato tutta la grancassa propagandistica possibile, modellando l’immaginario collettivo, quale amministratore oserà mai opporsi a ciò, correndo il rischio di essere additato al pubblico ludibrio per il proprio pensiero controcorrente?

      • Infatti è improprio parlare di sostegno da parte delle autorità, che come dicevo hanno piuttosto il DOVERE di assicurare che le norme vigenti siano osservate. In una repubblica democratica queste garanzie di base non dovrebbero passare per una graziosa concessione del sovrano. Nè tantomeno dipendere dall’endorsement o dal boicottaggio dei media.
        Per gli amministratori non si tratta di scegliere se andare contro o a favore di corrente, ma proprio di eseguire normalmente le proprie attribuzioni. Se la preoccupazione è che ciò possa esporre al pubblico dissenso (tuttaltro che da escludere) non sarà un profilo diverso della comunizazione di massa a salvarci, credo.

      • Per come la vedo io le due cose sono strettamente intrecciate: i media modellano l’immaginario popolare, costruiscono aspettative e modi di pensare, le persone li fanno propri e chiedono alla classe politica di rappresentare quelle aspettative. Negli ultimi vent’anni la televisione ha comunicato a senso unico il modello liberista, il successo, l’arrivismo, e la gente ha fatto propri questi modelli votando i partiti che li rappresentavano.

        L’automobile in particolare è assurta a status-symbol unico ed indiscutibile, la gente ha accolto questo “pensiero unico” acquistando automobili a rotta di collo, la classe politica ha assecondato quest’andazzo foraggiata da petrolieri e costruttori di autovetture, il risultato è che ci ritroviamo le strade ingombrate da automobili in sosta dappertutto, il trasporto pubblico è ridotto al lumicino con vetture spesso antiquate (soprattutto i tram), e l’ingorgo stradale è diventato la norma.

        Secondo me è impossibile aspettarsi dalla classe politica rivoluzioni in tal senso senza che avvenga prima una rivoluzione culturale nel modo di pensare dell’elettorato. Ed il modo di pensare dell’elettorato è modellato dai media (Polverini docet: due o tre comparsate a Ballarò ed è diventata governatrice della regione Lazio!), che purtroppo continuano a veicolare un’idea “perdente” di chi va in bicicletta, molto per inerzia culturale dei giornalisti stessi (ed in parte in ossequio ai diktat dei “padroni delle ferriere”)…

  3. Quindi la conseguenza del tuo ragionamento è che una minoranza “virtuosa” dovrebbe indicare all’elettorato l’esempio, modificandone il modo di pensare e inducendo a “cascata” nei governanti un nuovo modo di governare ispirato da quei valori. Ma a quel punto i governanti e le istituzioni non servirebbero più! Sarebbe una perfetta rivoluzione anarchica dal basso, roba da sogno.
    Mi sembra una prospettiva a dir poco di lungo periodo, se non utopica (purtroppo nel significato peggiore, di irrealizzabile).
    Per quanto riguarda il successo economico a tutti i costi come aspirazione delle masse e l’assunzione dell’automobile a status-symbol, si tratta di fenomeni molto più risalenti e radicati, credo sia fuorviante attribuirli all’ultimo ventennio. Così come è fuorviante dire che l’invasione delle automobili sia soltanto un prodotto delle politiche liberiste. Questo è un paese che dal primo dopoguerra in poi ha affidato all’automotive il ruolo di principale settore di sviluppo industriale (vale il 13% del PIL), senza mai ragionare sulle alternative.
    In tutto questo il vero miracolo, a mio parere, è che il codice della strada (nato quando il velocipede era ancora un mezzo di trasporto di massa) ancora offre una serie di garanzie non da poco per chi sceglie mezzi alternativi “dolci”, alternativi all’automobile. Si può dire che la bicicletta conservi invece una dignità paragonabile a quella degli altri veicoli, soprattutto per quanto riguarda la circolazione nei centri urbani.
    Personalmente non credo che la battaglia da fare sia quella di redimere la cittadinanza ed “imporre” la bicicletta come mezzo di trasporto di massa, quanto piuttosto quella di fare in modo che chi vuole utilizzare la bicicletta lo possa fare con la certezza che ci sia qualcuno (preferibilmente, in un mondo ideale, tutti gli altri consociati; in alternativa le autorità) che ne assicuri il diritto all’incolumità fisica, sia sotto il profilo della qualità della sicurezza stradale che della qualità dell’aria (altra emergenza non meno prioritaria, a Roma).
    Gli strumenti normativi già ci sono, basta leggere l’art. 1, primo comma, del codice della strada.
    Chiudo dicendo che paradossalmente il passo indietro degli ultimi anni, dal punto di vista di quello che chiami l’immaginario popolare, è stato quello legato alle dialettiche (e conseguenti sviluppi normativi) sulle piste ciclabili che – vero caso di “pensiero unico” – hanno accentuato e assecondato le pretese di emarginazione della bicicletta dalla strada. Con il bel risultato che oggi non abbiamo livelli accettabili né di sviluppo di reti ciclabili su sede propria né di sicurezza sulle strade.

    • Rispondo anche se i temi sollevati sono tanti.
      Le società si modificano grazie alle idee, sono sempre i “grandi sognatori” che trasformano (in meglio o in peggio) il contesto in cui vivono. Di rado finiscono in politica, che è un ambiente particolarmente aggressivo, più spesso si mettono a produrre cultura. Di fondo restano prioritarie le aspettative del “popolo”: in tempi di ristrettezze si guarda di più alla possibilità di vivere in un futuro migliore e si è più attenti alle speranze di cambiamento. In tempi di “vacche grasse” e sazietà le istanze di cambiamento finiscono con lo stagnare, la politica viene monopolizzata dagli arrivisti e si assiste ad un’involuzione culturale complessiva. Se paragoni la vivacità culturale di questo paese negli anni ’60/’70 con quella attuale c’è da inorridire.

    • L’automobile nasce come “status symbol” discendendo in linea diretta dalla carrozza, ed ha colonizzato fin da subito l’interesse collettivo. Tuttavia è con la crisi energetica degli anni ’70 che si è assistito ad una “forbice”, con paesi che hanno diversificato l’offerta modale (Olanda, Danimarca, Germania, Austria) ed altri che sono rimasti “autocentrici” fino al midollo (USA in testa e noi a seguire…). Sul fatto che “la bici conservi una dignità paragonabile a quella degli altri veicoli” ho qualche riserva. Di fatto il CDS non riconosce alla bicicletta alcune specificità che consentirebbero, p.e., la percorrenza controsenso delle strade a senso unico (il parere positivo del Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti è di pochi giorni fa, a coronamento di una lunga battaglia della Fiab). Secondo me il CDS, così com’è formulato, non garantisce a sufficienza i ciclisti dall’indisciplina dei guidatori di altri veicoli.

      • Il CdS non può garantire il ciclista contro l’indisciplina dei guidatori. E’ come pretendere dal codice penale che ci garantisca contro l’omicida. Al più può porre un sistema di deterrenti. Ma ci deve essere un sistema di prevenzione, controllo e sanzione che rende il deterrente credibile. Questo a mio avviso manca del tutto (non un pò, del tutto) oggi a Roma.
        Comunque quello che volevo dire è che abbiamo un CdS che non ha conosciuto gli eccessi di altri paesi (penso per esperienza ad alcuni stati degli USA, anche se tutti ora stanno introducendo riforme che mettono i rispettivi codici al passo con le migliori pratiche europee) in cui l’uso della bicicletta è stato fortemente discriminato, anche nei centri urbani.
        Quello che in ogni caso migliorerei subito:
        – introdurrei l’obbligo esplicito per i veicoli a motore di mantenere una distanza di sicurezza laterale dalle biciclette (molto utile ai fini dell’attribuzione delle responsabilità);
        – imporrei un obbligo stringente di finanziare e costruire percorsi ciclabili a fianco delle strade extraurbane principali, (almeno per il tratto sufficiente a ricongiungerle con strade alternative) sulle quali oggi l’uso delle biciclette è bandito. Penso al fatto che in città come Roma per fare una passeggiata o un allenamento fuori porta si è di fatto costretti a transitare su strade tipo Flaminia / Salaria / Aurelia con serio rischio dell’incolumità e del diritto al risarcimento in caso di incidenti;
        – renderei tassativo l’obbligo per i comuni di misurare a tappeto la qualità dell’aria sulle strade e di adottare provvedimenti di carattere strutturale a fronte di un continuo rischio di raggiungimento delle soglie di tolleranza. Nel periodo gennaio-marzo le centraline collocate nelle zone trafficate di Roma (Tiburtina, Corso Francia, Largo Preneste – le altre non fanno testo visto che le hanno messe in posti ameni tipo Villa Ada) hanno reegistrato VALORI MEDI di PM10 vicinissimi alle soglie limite (vedi ultimi dati ARPA Lazio). Il che certifica che il livello di inquinamento dell’aria è strutturalmente, persino su una media di 90 giorni, su livelli intollerabili e che le politiche di contenimento (mi viene da ridere) sono del tutto inadeguate. Un sistema di sanzioni potrebbe indurre le amministrazioni inerti come quella romana a fare finalmente qualcosa. E potrebbe aiutare a rendere più efficaci le diffide da parte dei cittadini.

      • Il CDS può fare molto di più di quello che fa adesso, che è un po’ come il titolo del film con l’ispettore Callaghan: “Coraggio, fatti ammazzare!” Non prevede separazioni di carreggiata, non prevede segnaletica ad-hoc, non prevede un punto di arresto avanzato negli stop semaforici, in sostanza non prevede le biciclette. Considera anche che è stato scritto prima che le strade venissero “militarmente occupate” da milioni e milioni di autovetture, ed in cui l’uso della bici era ancora normale e consentito.
        Roma, poi, è un caso patologico anche rispetto ad altre città. L’esistenza stessa del GRA rappresenta un “collare” che ha finito con lo strangolare la mobilità, obbligando tutti ad uscire forzatamente passando sulle strade consolari…

    • Chiudo sulle piste ciclabili perché ne sono stato fautore e posso solo constatarne il sostanziale fallimento. L’idea di spingere sulle piste ciclabili nasceva dall’esigenza di riportare in bici le persone che non si sentivano sicure di stare in strada: donne, anziani, bambini, e va letta nella prospettiva di una crescita numerica del “popolo ciclista”. Di fatto la qualità delle realizzazioni è risultata in media talmente scadente ed infruibile da annullarne qualunque positività, se si escludono la manciata di piste realmente utili a collegamenti a media distanza (Tevere e Cristoforo Colombo in testa, sicuramente non l’aborto Togliatti e gli altri spezzoni di ciclabile sparpagliati a “minchia di leopardo” in giro per la città senza criterio alcuno). Insomma, se si fosse agito con più convinzione realizzando infrastrutture di qualità il risultato sarebbe stato molto diverso, ma le priorità di Veltroni erano i palazzinari, quelle di Alemanno idem, e il meeting tra cetriolo ed ortolano ha seguito le modalità tradizionali…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...