Un mondo senza automobili

Gli effetti combinati della crisi economica e della costante crescita del prezzo dei carburanti stanno producendo, per la prima volta da decenni, una riduzione del traffico e dell’utilizzo dell’auto privata, mentre all’orizzonte non si individuano fonti alternative capaci di consentire il perpetuarsi dell’orgia consumistica degli ultimi decenni, nell’arco della quale la maggior parte di noi è nata e cresciuta.

Che succederà, quindi, alla nostra pretesa civiltà se e quando le previsioni del “Rapporto sui limiti dello Sviluppo” dovessero, come pare, rivelarsi esatte? Gli scenari possibili che ci si aprono davanti sono diversi, per il momento eviterò quelli che conducono a guerre globali devastanti e mi concentrerò sull’adattamento della nostra società ad una, ad oggi verosimile, riduzione progressiva dei consumi.

Il problema più grave consisterà nel fatto che, da brave cicale, abbiamo modellato le nostre vite, le nostre città, la nostra intera società intorno ad un paradigma, quello della mobilità privata basata sull’automobile, destinato ad andare in crisi, e presumibilmente a collassare, nel volgere di pochi anni.

Il processo a cui assisteremo, ma dovrei dire a cui stiamo già assistendo dato che la tendenza appare ormai ben definita, consisterà in un progressivo aumento dei prezzi dei beni materiali, speculare ad una perdita complessiva del potere d’acquisto che obbligherà ad una significativa riduzione dei consumi.

Il primo bene di lusso a farne le spese sarà probabilmente l’automobile, cominceremo ad usarle sempre meno fino al punto in cui risulterà evidente l’antieconomicità del possederne una. Questo significherà che, volenti o nolenti, finiremo col riscoprire modi di vita più parsimoniosi, faremo meno acquisti e li faremo prossimità di casa, ci sposteremo coi mezzi pubblici (che finalmente potranno tornare a funzionare, non più paralizzati dal traffico veicolare), riscopriremo i tram, riconsidereremo tante scelte, che in passato ci erano parse inevitabili, alla luce delle nuove necessità.

Man mano che verrà meno l’uso delle automobili arriveremo a ripensare la manutenzione delle strade, attività i cui costi sono già ora insostenibili. Concentreremo le nostre risorse sulle infrastrutture più essenziali, mentre la viabilità minore verrà via via abbandonata a sé stessa. Anche le strade urbane cambieranno aspetto man mano che le vecchie automobili inutilizzate finiranno progressivamente al riciclaggio, perdendo l’attuale connotazione di parcheggi a cielo aperto.

In questo processo chi soffrirà di più saranno gli abitanti dei sobborghi, che scopriranno l’insostenibilità (per non dire l’indifendibilità) di case costruite al di fuori di un qualsivoglia contesto urbano. La logica dei piccoli agglomerati autonomi, dei piccoli borghi, delle piccole comunità, tornerà a prevalere sulla follia dell’urban sprawl, ed a quel punto non ci resterà che versare calde lacrime sulle terre un tempo fertili annientate dalla cementificazione selvaggia degli ultimi decenni.

L’aumento del costo dell’energia si sommerà all’esaurimento delle risorse minerali e ci obbligherà ad una riduzione dei consumi, che potrà essere compensata in parte producendo oggetti più robusti e durevoli, in parte dedicandoci alla manutenzione, alla riparazione ed al recupero.

Il mondo senz’auto sarà un mondo diverso dall’attuale, non necessariamente peggiore se sapremo prepararci ad esso. Avremo più trasporto pubblico e più efficiente, meno inquinamento, spazi urbani più vivibili, riscopriremo mestieri antichi, e se saremo abbastanza lungimiranti da evitare che l’insoddisfazione diffusa esploda in forme violente e distruttive, non escludo che finirà col piacerci.

Temo molto di più, a dir la verità, l’esaurimento di altre risorse fossili, ad esempio il gas. Abbiamo avuto l’occasione di costruire case coibentate e termicamente efficienti, e l’abbiamo sprecata. La mia grossa preoccupazione è che penseremo di poter continuare a scaldarci come facciamo ora usando la legna… cosa che produrrà la totale distruzione di boschi e foreste.

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10 thoughts on “Un mondo senza automobili

  1. Tranquillo, mi dicevano i miei amici ciprioti che dalle loro parti è stato scoperto un giacimento di Metano che dovrebbe durare per almeno 300 anni a sostenere i consumi europei.
    La vera difficoltà è la riconversione dell’industria automobilistica. Che faranno gli operai? Zapperanno la terra? Ritorneremo tutti poveri i canna!

    • Sulla “riconversione dell’industria automobilistica” temo vi sia un problema di ordine più generale, legato a qualsiasi struttura produttiva.
      In soldoni, data una determinata struttura produttiva questa potrà occupare solo le persone necessarie al suo funzionamento, mentre sorgeranno altre strutture produttive in cascata per i fabbisogni di quelli che lavorano alla prima struttura.
      L’impresa parte da un capitale iniziale in mano a poche persone, che hanno interesse a vederlo aumentare, quindi trovano il modo di sfruttare una risorsa e farle aumentare di valore mediante una trasformazione. Per operare la trasformazione assumono delle maestranze retribuite e garantiscono loro un reddito, ricavato dal plusvalore prodotto dalla trasformazione.

      Semplificando la nostra società ha trovato il modo di produrre ricchezza dalla trasformazione di petrolio in energia, e questa trasformazione ha prodotto all’inizio un plusvalore enorme, mentre ora ne sta producendo sempre meno per via dell’aumento dei costi di estrazione e raffinazione per una risorsa i cui giacimenti si vanno esaurendo e quelli più redditizi sono stati già sfruttati. L’intero ricasco di questa operazione è servito ad alimentare una crescita smisurata della popolazione (complice anche la meccanizzazione dell’agricoltura): non solo l’operaio che si compra la macchina alimenta l’industria dell’automobile, ma il ricco che possiede la fabbrica di auto e si compra la barca alimenta la cantieristica navale, quello che investe sul turismo nei villaggi esotici alimenta l’industria aeronautica, ed alla fine un ceto politico parassitario riesce a drenare parte del plusvalore producendo posti di lavoro inutili nell’amministrazione pubblica.

      Nel momento in cui il plusvalore prodotto dalla estrazione e raffinazione del petrolio viene calando, progressivamente si riduce il plusvalore trasferito a cascata alla popolazione, col risultato che gli stipendi aumentano in ragione drasticamente minore dei prezzi di materie prime e semilavorati. Di conseguenza tutti sono obbligati a spendere meno, ed i settori più “voluttuari” vanno in crisi producendo disoccupazione. Gestibile finché ci sarà cibo per tutti… ma quanto potrà durare?

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