Chi sorveglia i sorveglianti?

copertina watchmen
Il 1986 è stato un anno di svolta per quanto riguarda i fumetti di supereroi. In quell’anno uscirono due lavori monumentali che cambiarono irreversibilmente il modo di intendere gli “eroi in costume”. Del primo, “Il ritorno del cavaliere oscuro” di Frank Miller, ne avevo parlato a suo tempo. Il secondo, “Watchmen” di Alan Moore e Dave Gibbons, ho atteso qualche decade di troppo prima di procurarmelo e finalmente leggerlo.

Come negli anni ’60 Stan Lee aveva intuito che l’unica maniera di rendere interessanti i fumetti di personaggi con superpoteri fosse quella di raccontarne i problemi personali e le complicazioni date dal loro essere “speciali” sulla vita di tutti i giorni, così negli anni ’70 ed ’80 è andata lentamente maturando l’idea di fare un ulteriore salto di qualità, rendendo i superumani ancora più umani.

In tutto ciò il lavoro di Miller, operato su un personaggio stranoto come Batman, risulta scioccante se paragonato all’eroe pop e scanzonato portato in tv negli anni ’60, mentre quello di Moore & Gibbons appare ancora più radicale nel volersi tirar fuori da ogni “continuity” e ridefinire ex-novo l’intero concetto di supereroe. Moore inserisce i suoi personaggi un universo ucronico, in cui la presenza di eroi mascherati ha leggermente modificato il corso degli eventi, portando il mondo ancora più vicino alla catastrofe nucleare.

In “Watchmen” i giustizieri in costume sono persone senza superpoteri che combattono la delinquenza armati solo di doti atletiche, di un’intelligenza superiore e di qualche gadget, ma non sono immuni dai vizi umani: ci sono fra loro stupratori, assassini a sangue freddo, criminali di guerra, il tutto mescolato in un mix inestricabile. L’essersi elevati al di sopra dei “comuni mortali” li pone in un limbo etico-morale a sé stante, il confrontarsi quotidianamente con la violenza li porta ad accettarla come naturale ed inevitabile, il trovarsi anno dopo anno a fronteggiare generazioni successive di criminali fa perdere ad alcuni di loro la percezione dei confini etici. Al punto da obbligare il governo degli Stati Uniti a dichiararli fuorilegge.

L’unico personaggio a discostarsi drasticamente da questo cliché è anche quello realmente dotato di superpoteri, a livelli semidivini. In un singolare parallelo con il Superman di Miller, arruolato permanentemente dal governo USA come arma strategica, anche il Dr. Manhattan combatte le “sporche guerre” americane (portando p.e. alla vittoria del conflitto in Vietnam), ma matura nel tempo un’alienazione via via più marcata dalle proprie origini umane, accettando o forse meglio subendo il nuovo retaggio sovrumano. La possibilità di manipolare la materia a livello subatomico, la perdita del proprio corpo sostituito da un simulacro di color azzurro, la percezione degli avvenimenti futuri come contemporanei al presente, lo rendono alieno perfino a sé stesso.

Allan Moore non si accontenta di riscrivere da capo un’intera mitologia. Intenzionato a dar vita ad una sorta di “Moby Dick del fumetto di supereroi” (sono parole sue) arricchisce la narrazione, anche sul piano visuale, di continui rimandi, richiami e citazioni, producendo nel contempo un alternarsi di diversi piani temporali che sviluppano l’approfondimento dei personaggi in una maniera fino a quel momento mai vista. Gibbons, il disegnatore, del suo ci mette una impressionante ricorsività di simboli, rendendo ogni singola tavola un puzzle di ardua decifrazione.

“Watchmen”, nell’ambito fumettistico, ottiene un risultato ancora più immediato e drammatico di quello operato dal capolavoro di Melville per la letteratura. Dopo la sua pubblicazione tutte le storie di supereroi appaiono grossolane ed infantili, e le varie testate fanno a gara per adeguarsi al nuovo standard. Il genere, nato per un’audience pre-adolescenziale, tenta il grande salto per agganciare un pubblico più adulto… fermandosi però a metà del guado.

Letto a venticinque anni dalla sua uscita, “Watchmen” conserva ancora una potenza narrativa impressionante, intrecciando alle proprie radici pop collegamenti con le forme artistiche più classiche, dalla letteratura alle arti iconografiche, andando a pescare riferimenti dalle “Satire” di Giovenale alla pittura simbolista, utilizzando una scansione di taglio cinematografico per le tavole e forme altamente evolute di narrazione.

L’opera nel complesso rappresenta una riflessione sul superamento dei propri limiti, e sulle drammatiche conseguenze che sia il successo sia il fallimento in questo intento comportino. Come il superuomo di Nietsche i protagonisti di “Watchmen” sono obbligati a ridefinire progressivamente i propri confini etico-morali fino al punto, in qualche caso, di perderli del tutto.

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