Il bambino che è in me

Dove vai? Porto a spasso il bambino che è in me.

Diversi anni fa mi imbattei in questa straordinaria vignetta di Altan e mi ci riconobbi immediatamente, come pure, immagino, quasi tutti gli adulti che per un motivo o per l’altro scelgono di andare in bicicletta. Da qualche settimana, avendo rottamato la mia automobile, ho occasione di usare la bici quotidianamente e “il bambino che è in me” ne è molto soddisfatto.

Oggi riflettevo appunto su questa dicotomia bambino/adulto apparentemente insanabile. Dare ad un adulto del “bambino” nella nostra cultura risulta offensivo, si ritiene che la fase di “adulto” rappresenti un superamento ed una maturazione rispetto a quella di “bambino“, richiedendone un distacco netto e definitivo.

Distacco che comporta tutta una serie di rinunce, soprattutto sul piano emotivo, che vengono spesso sublimate attraverso il possesso di oggetti, per quanto “adulti“, dai connotati fortemente ludici (auto sportive e/o motociclette vistose in testa a tutto). Oggetti il cui utilizzo consente degli sporadici abbandoni al mondo dell’immaginario tipico della sfera infantile, tuttavia in una dimensione compatibile con l’accettazione dello status di adulto da parte del consesso sociale circostante.

Questo perché, da animali sociali quali siamo, è in genere il gruppo a definire quali comportamenti sono accettati e quali no. Nella nostra cultura gli atteggiamenti ribelli ed anarcoidi tipici dell’età giovane sono in genere maltollerati. Essere accettati in un contesto definitivamente adulto passa per la rinuncia a tutta una parte della nostra sfera emotivo/relazionale. Una rimozione per passaggi successivi, necessariamente dolorosa, che consegna alla collettività un individuo ormai conformato alle esigenze richieste dal corretto funzionamento dell’organizzazione sociale.

Tuttavia, nel mio caso, il processo non è giunto a compimento: il “bambino che è in me” è ancora vivo e vegeto ed ha semplicemente raggiunto un compromesso con “l’adulto che è in me“. Ognuno dei due dispone dei propri spazi e tempi, in qualche caso viaggiano addirittura insieme. Ad esempio quando “il bambino” guida la bicicletta “l’adulto” lo osserva, o ragiona per i fatti suoi.

Questo porta a definire un diverso modello di crescita, consistente nella stratificazione di più livelli di personalità al posto della progressiva, e distruttiva, alternanza tra essi. Un modello forse non sempre attuabile, ma a mio avviso desiderabile. Verrebbe a questo punto da citare Walt Withman ed il suo famoso aforisma: “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini…

Nell’incessante mulinello di idee mosso dal moto dei pedali ho collegato quest’idea a diversi agganci con la narrativa fantastica di cui sono ghiotto divoratore. Per cominciare dal protagonista di “Città delle illusioni” di Ursula K. Le Guin, portatore di una doppia personalità costruita in due fasi separate della propria esistenza. Particolarità che si rivela una risorsa sorprendentemente efficace (l’unica possibile, in realtà) per difendersi dai poteri telepatici degli alieni che hanno soggiogato tutti i mondi popolati dall’Umanità.

Una chiave di lettura diversa ma in qualche modo analoga appare in “Caos USA” di Bruce Sterling, in cui viene sviluppato un processo in grado di scollegare i due emisferi del cervello umano consentendo di gestire contemporaneamente due attività distinte (p.e. scrivere con una mano e suonare uno strumento musicale con l’altra). Più analogo al primo esempio il protagonista di “I draghi di Babele“, di Michael Swanwick, opera fantasy con coloriture tecnologiche, il quale conserva dentro di sé la violenza e l’aggressività distruttiva di un drago che ha ucciso e vi ricorre in situazioni di pericolo.

Insomma, nei suoi meandri la narrativa finisce col raccontarci i vantaggi e la ricchezza di possedere una varietà di modalità di reazione ai problemi ed alle difficoltà che affrontiamo quotidianamente, ed io non posso che concordare. Il “bambino che è in me“, e che mi accompagna sempre nei giri in bici, è ugualmente d’accordo.

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5 thoughts on “Il bambino che è in me

  1.  Ma la "stratificazione di più livelli di personalità" non si chiama schizofrenia? 😉 
    C'è un  saggio psicologico – un piccolo gioiello –  di Hillman che s'intitola "senex e puer", che è illuminante sui tratti della propria personalità riguardo al bambino che è in noi. Il problema è trovare un giusto equilibrio tra i due poli, insomma! Carla

  2. La schizofrenia è la forma più alta di disequilibrio, a scendere c'è prima la "normalità", quindi l'equilibrio. Io sperimento appunto la terza condizione.

    Hillman me lo appunto, ma temo che si trovi in settori di libreria che bazzico raramente…

  3. ….ognuno di noi è stato bambino anche se ora non lo è più, ma  c’è una parte di noi che ricorda questo passato. Proprio questa parte deve essere mantenuta in vita perchè è forse la cosa più importante che possediamo e perchè è di certo la parte di noi che non ci tradirà mai.

    José Saramago

    Ciao Marco dal Piccolo Caio

  4. Caro Marco,  mi piace molto il tuo post perchè mi ci identifico. Anche io vado molto in bicicletta e ho occasione di sperimentare il sentirsi banìmbino con l'equilibrio dell'adulto. Dall'esterno è facile criticarmi e molti nel mio contesto sociale lo fanno, ma con il tempo si accorgono che far uscire il bambino che c'è in me serve a darmi un equlibrio che mi rende una persona particolare e felice della vita.
    Chi invece gode nel girare con una bella macchina non rischia di essere considerato bambino e non si accorge di comportarcisi,  non gode dello stesso piacere e serenità.
    Pubblico il post nella pagina di facebook spero non ti dispiace.
    Francesco Motta valosara@gmail.com

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