Cose che ho imparato negli anni

"Il problema comune ad ogni strumento con cui si cerchi di cambiare il mondo è che poi, quando il mondo non cambia, è facile disaffezionarcisi"

Questo è quanto ho scritto nell'ultimo commento al post precedente, in risposta ad uno sconsolato Caiofabricius che lamentava la recente morìa di blog ciclistici. Rileggendolo mi sono reso conto della necessità di un ragionamento di più ampio respiro, che possa dar conto di quanto accaduto nell'ultimo decennio a me ed in generale al mondo della ciclabilità urbana a Roma.

Dieci anni fa, facile a dirsi, "il mondo era diverso". Non solo tutti avevamo dieci anni in meno, ma anche tutto il complesso politico, economico e sociale pareva ancora in grado di esprimere istanze nuove. Il tanto auspicato "cambiamento" sembrava a portata di mano allora, paradossalmente, ben più di adesso.

Tant'è che dieci anni fa io ero presidente di un'associazione appartenente alla FIAB – Federazione Italiana Amici della Bicicletta, "consigliere nazionale" della Fiab stessa, e vedevo nel dialogo tra associazioni di ciclisti ed istituzioni un valido canale operativo per giungere alla realizzazione di una rete capillare di itinerari per la mobilità ciclabile, come già se ne stavano realizzando nei paesi dell'Europa felix.

Questo slancio appassionato negli anni è andato ad infrangersi contro una serie di barriere sociali, culturali, amministrative, contro l'egoismo autocentrico dei rappresentanti degli stessi ciclisti, contro l'incapacità auto-organizzativa dei movimenti, contro la sostanziale indifferenza ed apatia della popolazione, senza ottenere alcun risultato apprezzabile e finendone con le ossa a pezzi.

La costruzione di piste ciclabili ha visto dapprima uno stentato, faticoso e qualitativamente mediocre inizio sotto l'amministrazione Veltroni, quindi una pressoché totale battuta d'arresto sotto Alemanno. Negli ultimi tre anni nessun nuovo progetto è stato varato, ciclabili già in avanzato stato di definizione sono state prima definanziate, quindi cancellate (Nomentana, Tor Fiscale…) e le rappresentanze delle associazioni di ciclisti sono state tenute vanamente impegnate nella discussione su un fantomatico, grossolano e raffazzonato "Piano Quadro della Ciclabilità" la cui approvazione in giunta continua a slittare indefinitamente.

Su altri versanti le cose segnano il passo. Le associazioni di ciclisti (urbani e/o escursionisti e/o sportivi) mantengono ed accrescono il numero di iscritti senza essere però in grado di tradurre questo "peso numerico" in strumenti di pressione sulle amministrazioni. Anzi, quando si partecipa ai tavoli di discussione mai si riesce ad esprimere una volontà unica e compatta, pervicacemente perdendosi in cavilli e distinguo e cogliendo sistematicamente l'occasione di scontrarsi su dettagli del tutto secondari.

La realtà un tempo più nuova ed interessante, quella legata alla Critical Mass ed alle Ciclofficine Popolari, si è infine stabilizzata, divenendo la prima un evento "mainstream" molto affollato ma ormai metabolizzato dalla città, e perdendo l'originaria carica conflittuale e "rivoluzionaria" per trasformarsi in una specie di rito collettivo allegro e spensierato, le seconde crescendo di numero ma annaspando nei limiti autoimposti del volontariato e dell'autarchia.

In tutto questo il numero di ciclisti in giro per la città è aumentato, passando dagli originari "quattro gatti" alle attuali "due dozzine"… ben al di sotto comunque della soglia necessaria ad innescare un cambiamento di mentalità. Gli spazi per muoversi in bici in sicurezza, al contrario, si sono ridotti, le piste esistenti e già in partenza malfatte sono state lentamente erose dal tempo e dalle intemperie, allagate dal Tevere, invase dagli stand delle manifestazioni estive, occupate dalle auto e dai motorini in sosta vietata, le righe di vernice disegnate sui marciapiedi via via scolorite, mentre regnano ovunque gli onnipresenti cocci e vetri rotti, eredità di sbronze notturne ed incidenti d'auto.

Il progredire di questo degrado non sembra in alcun modo arginabile a fronte dell'assenza di volontà di cittadini e pubblica amministrazione, del (meritato) discredito in cui versa la classe politica, della perdita di fiducia nelle stesse istituzioni democratiche. E quel che è peggio la questione investe non soltanto il mondo della bici ma l'intero sistema paese.

Nel corso degli anni posso dire di averle provate un po' tutte. Mi hanno dato del "ciclista istituzionale" quando con la Fiab ho tentato la via del dialogo con gli uffici comunali, del "fricchettone" quando ho mollato la Fiab per abbracciare la Critical Mass, del "menagramo" quando con altri amici abbiamo dato vita al coordinamento "Di Traffico Si Muore", e adesso mi becco regolarmente del "pessimista cosmico" quando appena provo a fare un'analisi fredda e distaccata come quella che avrete appena letto.

Dunque, le cose che ho imparato:

– che un politico si muoverà solo a fronte di un tornaconto personale, in termini economici (diretti o indiretti) o politici (potere, prestigio, consenso), ed agirà per opere di pubblica utilità unicamente se queste coincideranno col proprio tornaconto, o quantomeno non lo ostacoleranno

– che il volontariato è bello, ma lascia poco tempo ed energie a disposizione, e col tempo la volontà delle persone tende mediamente a scemare

– che per ogni dieci nuovi ciclisti portati sulle strade ogni anno se ne perdono dai cinque agli otto di quelli portati l'anno precedente per disaffezione, rischi eccessivi, esaurimento

– che i giornali riporteranno sempre tutte le sparate del politico di turno, senza andare minimamente a verificare la consistenza delle suddette affermazioni, né se le promesse da lui fatte in precedenza siano state mantenute

– che dieci ciclisti urbani a cui si chieda di definire "l'intervento prioritario" da effettuare daranno dieci risposte diverse, e se messi insieme finiranno a discutere e darsi sistematicamente torto a vicenda

– che è inutile attendersi dalla nostra cultura e dalla nostra società una qualsiasi soluzione che possa tornare a vantaggio della collettività: tutto ciò che non sia "privato" non è minimamente comprensibile ai più

– che dati punti di partenza ed arrivo sufficientemente lontani non esisteranno due ciclisti che percorrano la stessa strada nello stesso modo, ognuno avrà la sua maniera di scegliere l'itinerario (strade, parchi, marciapiedi), di percorrerlo, di attraversare gli incroci, ecc, ecc… e questo rende enormemente difficile tracciare reti per la ciclabilità

– che i ciclisti urbani sono delle persone incredibili, ma anche incredibilmente complesse

– che andando in bici, anche nell'incubo della viabilità romana, ci metto più tempo che in macchina ma almeno arrivo di buon umore

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6 thoughts on “Cose che ho imparato negli anni

  1. Appunto.

    Appunto, chi ha più voglia di farsi sbertucciare su una tribuna pubblica ?

    Appunto, chi può avere più la pretesa , il coraggio,  la fremente speranza, l'lillusione di convogliare  forze sane per la realizzazione di quella che sembrava la migliore idea per una città finalmente per tutti bella e vivibile?

    E , tornando ab initio,  la ciclabile Orbetello-Feniglia (e aggiungerei anche la Caffarella)  rimangono rari miracoli di Civiltà e salvaguardia del territorio , eccezioni di eterna bellezza immeritati ed incompresi  dalla garrula popolazione di Bananas ormai senza più speranze di futuro, rapinato, senza concreti tentativi di opporsi, da bande di parenti-dirigenti  a dilapidare le ultime risorse pubbliche, a immiserire  e spengere con la sistematica rapina  le conquiste sociali dell'ultimo secolo.

    Ciao Marco, grazie per la fatica di portare in bella copia le tue idee e  soprattutto grazie per l'impegno di quest'ultimo decennio, almeno ci hai (abbiamo) provato, ma temo che  rimarrà solo uno sbiadito e frettoloso ricordo.

    AVe Caiofabricius VALE

  2. Personalmente ho imparato in 2 anni altre cose, ma questo credo sia ben riportato nella parte che se metti 3 ciclisti insieme ti diranno cose totalmente differenti per come si risolve la ciclabilità urbana. 🙂

    Ero un motociclista, poi passato all'automobilismo causa figlie e auto aziendale e ora sono un ciclomobilista (non solo di nome), l'anno scorso ho fatto poco più di 3500Km e ora sono già a 3000 Km e l'estate è appena iniziata.
    Questo per dare un metro della qualità dell'uso della bicicletta.
    Credo che questo percorso lo stiano facendo lentamente anche molti altri. Fino a 1 mese fa c'era solo ma mia bici e quella di un'altra persona legata sotto l'ufficio e ora sono 3 e diventano 4 al venerdì.
    Tornavo ieri sera e ho incontrato Losko (che prima non conoscevo e che ora riconosco da lontano dalla bici e dalle borse) sulla ciclabile.
    Ieri sera andavo a teatro in bicicletta con mia moglie (che ora mi segue soprattutto d'estate e a teatro in centro) e c'erano in strada almeno una dozzina di biciclette (e quasi tutte erano donne e molte pieghevoli), l'altro ieri alla festa del PD c'erano diverse bici dentro parcheggiate.
    Credo che sono più di un dozzina e aumentano, ma occorre dare un'identità a questo movimento.
    Sempre ieri sera all'uscita oramai dopo la mezzanotte ho percorso Via del Corso quasi nel silenzio, sentendo il ronzio delle ruote: uno spettacolo nello spettacolo che CaioFabricius ci ha fatto amare con quelle Albe al centro di Roma. Se anche altri vedessero come è bello andare in giro senza auto e come è facile credo che ci sarebbe una nuova consapevolezza e una nuova voglia.
    Credo che 10 anni fa c'erano altre motivazioni forse troppo caratterizzate politicamente, che non hanno aiutato la comprensione delle motivazioni vere della ciclabilità urbana, oltre che ad un associazionismo più dedicato all'aspetto ludico che all'aspetto mobilità.
    Inoltre ho capito che il vero ostacolo non sono principalmente i politici, ma i tecnici burocrati, i quali tra codicillii e regole e sicurezze e pigrizia bloccano il politico anche bene intenzionato. Perchè spesso chi si occupa di mobilità e di ciclabilità ne sa qualcosa da amatore e non da professionista. Per questo i piani sono raffazzonati e scopiazzati senza costruire relamente le basi interne tecniche e quelle politiche poi. Si fanno ciclabili con google map e non con progetti studiati.

    Altra cosa che ho imparato è che il ciclista urbano è fondamentalmente solitario e poco incline alla partecipazione. Solitario nel senso che fa quello che vuole lui – passando con il rosso, senza luci, senza eccessiava prudenza – e poco partecipativo perchè alla fine vuole solo pedalare e anzi guarda l'altro che saluta spesso con sospetto.

    Credo che la non-rivoluzione ciclabile si potrebbe ora fare se:
    a) la sperimentazione delle pieghevoli sulle metro diventasse realtà anche sugli autobus
    b) ci fossero parcheggi anche per le bici (triste vedere 20 e più bici parcheggiate alla meglio davanti a Piazza del Popolo dove c'è capolinea tram e stazione – ci vuole dignità e visibilità)
    c) Bici a pedalata assistita utilizzate massivamente – agevolazioni più semplici da avere
    d) Limiti di velocità venissero fatti rispettare
    e) Non ci fosse possibilità di parcheggiare in centro e tante aree pedonali – disincentivare l'uso delle auto
    f) Rendere consapevoli i Mobility Manager o Uff. del Personale per far creare delle infrastrutture nelle aziende

    Le persone cambiano e le modalità di percepire e di agire di conseguenza. La realtà non ci aiuta e le cose fatte sono sempre meno da parte di chi ci amministra. Però scoraggiarsi non serve, così come non serve essere isolati e solitari e poco partecipativi, anche se l'entusiasmo sembra scemare occorre appoggiarsi sull'entusiasmo degli altri e insistere.

    ML

  3. Io non mi sono arreso, mi sono solo ripromesso di non commettere di nuovo gli errori del passato. E' che, tolti quei percorsi già tentati e falliti, gli spazi di manovra ed azione si riducono drasticamente. Ora risparmio le energie per quando veramente servirà…

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