King, Ellroy, De Silva

"Duma key", di Stephen King, ha accompagnato la lunga coda delle vacanze estive. Ambientato in una Florida popolata di fantasmi che si materializzano su tele dipinte, regge bene fino a circa tre quarti e si risolve in un finale prevedibile ed abbastanza scontato.

King ha questa enorme capacità di lavorare sui dettagli, render vivi e credibili i protagonisti, far montare la tensione fino al punto in cui, purtroppo, per motivi che  tendo a ritenere puramente mercantili, trascina il lettore in un finale  "non disturbante", cinematografico, hollywoodiano, che delude le aspettative. Nonostante questo difetto ricorrente resta uno degli autori a cui sono affezionato ormai da anni.

Ellroy, al contrario, riesce a mantenere un livello di tensione ed attenzione elevato fino alla conclusione, intrecciando una vicenda complicatissima che continua ad imbarcare e macinare personaggi man mano che avanza, ad un ritmo raramente riscontrato in altri autori (letteralmente decine e decine).

Ho iniziato "L.A. Confidential" molti anni dopo aver visto il film che ne avevano tratto (..in tv, già iniziato…), in virtù del buon ricordo conservatone. Dopo aver letto il romanzo mi rendo conto che per far stare tutta la vicenda nelle due ore del film devono averne tagliato via un buon 90%.

Resta però anche qui, pur se in chiave diversa, una sensazione di incompiutezza. Il voler mettere troppa carne al fuoco sacrifica la possibilità di definire bene i contorni delle situazioni, e tutto si riduce ad un racconto "a grana grossa", in cui più che partecipare si osserva da fuori (che è forse quello che l'autore vuole, ma non necessariamente anche il lettore).

Diego De Silva, invece, mi è capitato in mano grazie a mia moglie Emanuela, che lo leggeva sghignazzando mentre io masticavo Ellroy. Non l'ho trovato esilarante quanto lei, ma sicuramente molto arguto, godibile, seppure un po' ambiguo.

"Non avevo capito niente" narra le vicende romantico/giudiziarie di un avvocato napoletano, Vincenzo Malinconico, alle prese con un lavoro poco appagante, la moglie da cui è separato, i figli adolescenti ed in crisi d'identità, e che si trova a difendere in tribunale un camorrista.

Nonostante il gran ragionare e filosofare, l'avvocato Malinconico non riesce realmente a comprendere e gestire le situazioni in cui si viene a trovare, con esiti altamente umoristici circonfusi di una malinconia (nomen omen) di fondo.

L'unico appunto che si può muovere all'autore è che, nel voler mantenere a tutti i costi il registro della commedia, si finisca col dare della camorra un ritratto buffonesco e sostanzialmente innocuo (cosa che fa perfettamente il paio con le preoccupazioni di una "penetrazione culturale" del fenomeno camorristico nelle regioni in cui questo è tragicamente presente).

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3 thoughts on “King, Ellroy, De Silva

  1. Solo un rimarco su King. Credo di aver letto tutto, da quando sono usciti i primi suoi libri. Il vero Stephen King non c'è più, se l'è mangiato il benessere, la tranquilla poltrona serale che gli prepara sua moglie e chissà cos'altro ancora. L'autore di horror che ti agguantava e ti trascinava nei gorghi della paura e del brivido, pian piano si è addomesticato, è diventato un cucciolotto che magari ancora ringhia, ma morde poco.
    Gli voglio e gli vorrò sempre bene, ma ogni volta mi frega, ogni volta mi delude. Forse hai ragione tu, vuole diventare buono nei finali, pensando che i suoi lettori vadano a letto contenti e invece sbaglia di grosso.
    Oppure ha ancora delle buone idee "iniziali" ma poi si perde e gira e rigira, mesta e rimesta e poi tira a campare fino alla fine.
    Si sente alla fine che è stanco e che se ne frega se il finale gli è sfuggito di mano.
    Le trovate cominciano ad essere ripetitive: qui la storia dei quadri, appena ha iniziato avevo purtroppo capito dove sarebbe andato a parare.
    Inutile, inutile che ne parli così: sono amareggiato, ma so già che comprerò il prossimo e che lo leggerò con la stessa speranza all'inizio e lo riporrò con la stessa delusione alla fine.
    Scrivere un libro non è vacile, rimanere sullo stesso livello per 500 pagine è difficile, azzeccare un buon finale è un'arte.
    Vincenzo Iacoponi

  2. King: è un grande scrittore di horror, ma gli manca  il colpo d'ala del vero  costruttore di mondi. 

    Se ti piace Ellroy, prova Brett Easton Ellis. A parte American Psycho, leggi il terrificante e bellissimo Glamorama.

    Il Marziano 

  3. @ Vincenzo
    Ne avevamo già discusso sul blog di Silvia…
    Io ho almeno il vantaggio, rispetto a te, di non aver ancora letto molte delle sue cose più vecchie.
    Il guaio è che mi lascio sempre tentare dalle ultime uscite…

    @ Lug
    Cercherò di tenere a mente il suggerimento, anche se Ellis me lo ha già ben demolito Stefano Benni in uno dei racconti de "Il bar sotto il mare" (se ricordo bene), dove ne faceva una parodia irresistibile…

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