Il futuro che invecchia (male)

Nei giorni di riposo forzato per l’operazione al dito mi è capitato, dopo molti anni (più di quanti credessi…), di rivedere alcune puntate della “serie classica” di Star Trek.

Per un appassionato di fantascienza come me Star Trek ha rappresentato a lungo una sorta di “frutto proibito“: girata e trasmessa negli USA in 79 episodi sul finire degli anni sessanta non fu praticamente mandata in onda in Italia prima degli anni ’80. Quello che potevano ammirare i miei occhi di fanciullo erano misteriosi oggetti di merchandising legati alla serie che apparivano nelle vetrine dei negozi di giocattoli, come i bizzarri e costosissimi modellini dell’astronave USS-Enterprise.

La tv di stato italiana degli anni ’70 era molto parca di “fiction” fantascientifica. Erano andate in onda (quasi sempre in orari adatti ai ragazzi)  l’ottima produzione inglese “UFO“, quindi “Spazio 1999“, il bizzarro e psichedelico “The Prisoner“, e diversi film degli anni ’50 e ’60 come “La Cosa da un altro mondo” e l’onnipresente “Forbidden Planet“, prima di arrendersi definitivamente alle produzioni animate giapponesi (“Atlas Ufo Robot” et similia).

La serie tv Star Trek arrivò nelle nostre case addirittura dopo la sua prima trasposizione cinematografica, “bruciata” da effetti speciali di grandiosità (e costi…) improponibili dieci anni prima. Ai miei occhi di adolescente apparve già ammantata di una patina “retrò“, ma niente che non potesse essere gestito con un po’ di sana “sospensione dell’incredulità“.

Al di là delle scenografie minimali, degli effetti speciali “poveri“, delle storie spesso un po’ stiracchiate, di Star Trek affascinava l’impianto fantastico complessivo: l’equipaggio “multietnico“, il sogno di una nave in viaggio tra le stelle “alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima“.

Dopo il successo delle trasposizioni cinematografiche e le pressioni degli appassionati alla vecchia serie, negli anni ’80 venne messa in produzione “Star Trek – Next Generation“, ambientata alcuni decenni dopo le avventure di Kirk, Spock & Co. (il futuro del futuro…), e a seguire le altre serie: “Deep Space Nine“, “Voyager” e la conclusiva “Enterprise“, ovvero l’impossibile tentativo di raccontare un “prequel” della serie classica ambientata in un futuro “anteriore“.

Enterprise” è l’unica serie che gli impegni dell’età adulta mi abbiano consentito di seguire con una certa continuità, essendo programmata in orari compatibili con lo svacco serale. In qualche maniera rappresentò la conclusione dell’universo “Trek“. Come già raccontato la produzione decise per un taglio netto col passato, ed un “reboot” dell’intera vicenda. Al cinema, ovviamente, impresa a quanto pare più redditizia delle serie televisive.

La “serie classica” è stata poi oggetto di una “rimasterizzazione digitale“, gli esterni coi modellini di astronavi appesi sopra mappamondi alieni policromi aggiornati ai gusti odierni, e tutto il resto lasciato più o meno com’era in origine. Questi sono gli episodi che stanno andando in onda attualmente nelle fasce pomeridiane.

Come ha retto, dunque, la serie di fantascienza più famosa della storia al passare dei decenni? Male, direi. All’occhio cinico e disincantato di un quarantenne che ha ormai da tempo esaurito le risorse della “sospensione dell’incredulità” le avventure dell’astronave Enterprise appaiono dei fumettoni improbabili realizzati in economia ed intrisi dello spirito dell’epoca.

Le ambientazioni fantascientifiche si reggono grazie all’uso sapiente e straniante di luci colorate improbabili, accompagnate dalle sonorità “spaziali” tipiche di quel periodo, la recitazione è quasi sempre sopra le righe, le tecnologie (per quanto avanzate per l’epoca) appaiono rudimentali e goffe, e perfino le trame dei vari episodi ricalcano storielle per ragazzi.

Salvo scoprire, nel corso degli anni, che il “teletrasporto” fu inserito nella trama per via dei costi eccessivi della simulazione degli atterraggi delle navette, che molti episodi vennero scritti in base alla disponibilità dei costumi di altre produzioni negli studi adiacenti (peplum, medioevali et similia…), e infine si resta stupiti di come, con pochissimi set ed effetti speciali, si riuscì a rendere credibile questa epopea spaziale, almeno per l’epoca in cui fu prodotta.

È però, a tutti gli effetti, un futuro “pop” ormai vecchio più di quarant’anni, che non riusciamo più a far combaciare con le attuali aspettative. E pesa sicuramente anche il fatto che si sia invecchiati noi, aspettando un futuro che è arrivato in forme e modi imprevisti, non rispettando le nostre attese.

Niente astronavi interstellari, niente propulsori iperluce, niente “capitani coraggiosi“. Siamo ancora tutti qui, su questa palla di terra ed acqua sempre più esausta, incapaci anche solo di vederle, le stelle, ormai scomparse dai nostri cieli e dall’immaginario collettivo, annegate nei lucori dell’illuminazione notturna, spazzate via dallo spreco energetico.

Quanto poi “alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà“, appare evidente che non riusciamo a far pace nemmeno tra le nostre, di civiltà (ammesso e non concesso che tali si possano definire), perennemente in lotta per l’egemonia di questo o quel modello economico, o teologico, o per banali dispute etniche.

Viviamo in un futuro arenato, immobile, obbligato dalle leggi della fisica a rinunciare all’esplorazione dell’Universo, incatenato a questo mondo sempre più piccolo ed indifferenziato. Non è un caso che la capacità di sognare se ne sia andata di pari passo con l’acquisizione di questa consapevolezza.

Erano sicuramente ingenui i sogni di Star Trek, ma doverne fare a meno non è certo meglio.

6 thoughts on “Il futuro che invecchia (male)

  1. L'anno scorso me li sono rivisti tutti i vecchi episodi insieme ai miei figli che ne erano totalmente assorbiti! Per me quel vecchio telefilm è un vero generatore di energia! Carla

  2. La mia serie preferita è di gran lunga Voyager con il capitano Kathryn Janeway, segue Enterprise quella con il capitano Jonathan Archer (Scott Bakula, in passato protagonista di Quantum Leep), ma non disdegno anche Deep Space 9 e The next generation. Le avventure di Kirk e Spock mi piacciono più nella versione cinematografica che nella serie televisiva.Losco

  3. Caro Marco! Ho mandato il tuo articolo a Giovanna, una tifosa della fantascienza, e a lei ha piaciuto molto. Da noi in Germania nei anni sessanta c'era Raumschiff Enterprise, una serie incredibile fatta con oggetti delle casalinghe, ma nonostante tutto a noi giovani piaceva molto. Era tutto nuovo, l'illusione funzionava, mentre oggi diventa sempre più difficile di creare illusioni con mezzi semplici. La magia c'era in Star Trek, ha scritto Giovanna. La magia, come crearla? Ci vuole entusiasmo e la fede assoluto che l'illusione sia la realtà. Ciao saluti Manfred.

  4. Ciao Manfred, pensavo che mi avresti citato "Raumpatrouille – Die phantastischen Abenteuer des Raumschiffs Orion", di cui qualche puntata riuscì ad arrivare anche in Italia.Quello che penso io è che sia la nostra percezione collettiva del futuro ad essere cambiata. All'inizio del XX secolo tutto appariva possibile, ora la scienza ha messo paletti troppo stringenti, e "non si vola più".P.s.: grazie per la segnalazione del festival PKD, ma non credo che andrò… In quelle date conto di trovarmi sotto il fantastico cielo stellato della Corsica in compagnia di Manu e del mio "giocattolo" da 12".

  5. Caro Marco! Mammamia, hai ragione, avevo dimenticato … Infatti il titolo era questo, "Raumpatrouille: Raumschiff Orion"! Era favoloso, perché fatto con fantasia e leggerezza. Ma tu sai, noi e i bambini del passato dovevano giocare con scarsi mezzi, mentre oggi hanno molti giocattoli, lo standard è alto (come nei film), e le opere del passato sembrano fatte da "poveri parenti". Ma qualche volta si può diventare semplice con successo, se pensi alla musica Punk intorno al 1980, quando i big erano stanchi. Ciao Manfred.    

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