L'anno che verrà

Rubo il titolo di questo post ad una canzone di Lucio Dalla, che sicuramente tutti conosceranno. Stranamente, pur essendo giugno, il mio stato d’animo è più o meno esattamente quello descritto nella canzone. "L’anno che sta arrivando" inizierà dopo l’estate, e non credo porterà con sé nulla di buono.

La nazione in cui vivo è ormai un paese in coma, governato da una classe politica incapace, e popolato da cittadini incapaci di scrollarsela di dosso per sostituirla con una più decente. In questo momento ci stanno somministrando la dose quadriennale di "mondiali di calcio". I templi del "dio pallone" sono strapieni, e le funzioni come sempre estremamente partecipate.

Di là dall’oceano, ma in prospettiva a pochi mesi dal divenire "di qua", una terrificante perdita di petrolio sta avvelenando il golfo del Messico e le nazioni che vi si affacciano. I tentativi maldestri di porvi un freno sono stati finora infruttuosi, se non ancora più gravi del disastro stesso con lo sversamento in mare di tonnellate su tonnellate di solventi chimici velenosi.

Sembra un po’ la dantesca "legge del contrappasso" ad aver fatto piovere questo disastro proprio sulla nazione che più al mondo ha approfittato delle risorse petrolifere mondiali, e a breve dovrà far fronte ad aerosol tossici, uragani oleosi, distruzione dei raccolti di intere regioni, alla cancellazione della pesca tra le risorse economiche e alimentari di interi stati. Una piaga biblica al di là di ogni immaginazione.

Si poteva evitare tutto ciò? Come ogni esito di azioni umane deliberatamente scelte la catastrofe era perfettamente evitabile. Si sapeva dei rischi di eseguire perforazioni a tali estreme profondità, c’erano segnali di problemi alla struttura estrattiva, eppure si è scelto di correre quei rischi con dissennata incoscienza.

È questo il segno, evidente, di una crisi profonda dell’industria petrolifera e del modello di sviluppo veicolato dai combustibili fossili. I pozzi "comodi" stanno già lavorando, e si stanno anche progressivamente esaurendo, restano da sfruttare le risorse più problematiche, e quelle a bassa resa. Il pozzo sul fondo del golfo del Messico era una scommessa a rischio, alla fine si è scelto di rischiare, e si è perso.

Vorrei evitare un profluvio di domande retoriche, del tipo "quanto vale la biodiversità che perderemo per sempre", o chiedermi quante generazioni dovranno bagnarsi in un mare sporco, non potranno mangiare più il pesce che vive in quel mare, soffriranno di un lento e progressivo avvelenamento i cui orrori, ad oggi, non possiamo nemmeno immaginare. Vorrei ma non ci riesco.

Il capitalismo è un mostro in crisi. Il suo originario nutrimento di risorse energetiche e materie prime a basso costo comincia a scarseggiare. Non tarderà a rivoltarsi contro di noi, a nutrirsi di noi. Lo ha già fatto in passato con ben due guerre mondiali, non c’è motivo perché non debba accadere di nuovo. L’umanità attuale non è migliore oggi di quanto non fosse nel secolo scorso.

Nel frattempo "l’uomo della strada" continua a ficcare la testa sotto la sabbia, a stordirsi di sciocchezze, a raccontarsi che tutto passerà, a farsi rabbonire dal Mangiafuoco di turno, incapace di guardarsi alle spalle e comprendere i propri errori. Ma l’anno che verrà non farà sconti. E quello dopo sarà ancora peggiore.

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