Il lungo cammino


Oggi coincidevano il "Bike to Work Day" e la presentazione in pompa magna del "Piano Quadro della ciclabilità del Comune di Roma", in Campidoglio. Del piano, delle bizzarre manovre che ne hanno preceduto il parto, delle polemiche e prese di posizione dei ciclisti si è molto scritto sul Blog del coordinamento Di Traffico Si Muore. Stamattina c’è stata la presentazione ufficiale e la sala era piena.

Apparentemente, dopo anni di traccheggi e di "melina", il Comune di Roma pare aver compreso l’importanza di dotarsi di una rete ciclabile realmente fruibile dalla cittadinanza, elaborando un piano proiettato negli anni a venire fino al 2020 che conterà, al termine, quasi 1000km tra piste in sede propria e corsie dedicate sulla sede stradale. Tutto bello, tutto fico, se non fosse che siamo ormai a tal punto abituati ad essere presi in giro dalle istituzioni che stavolta non ci pare vero. Troppa grazia, sì, ma non solo…

Alla fine della presentazione è stata data la parola ai presenti. Io sarei anche intervenuto, ma ho preferito lasciare spazio agli altri. Poi, tornando a casa sulla mia fida bici pieghevole, ho pensato che il mio commento "mai profferito" poteva trovar posto qui. Non sia mai che a qualcuno/a possa interessare…

"Salve a tutti

Sono Marco Pierfranceschi, non faccio parte di nessuna associazione di ciclisti in particolare ma collaboro con diverse di esse. In questo mio status di "cane sciolto" penso di poter rappresentare un sentire diffuso, più che la posizione ufficiale di un singolo gruppo. Il mio intervento vuol essere una sorta di raccordo tra quello che si è detto fin qui dalle fonti ufficiali e quello che verrà detto da altri dopo di me.

La prima sensazione a fronte della presentazione del piano è di stupore. Improvvisamente i sogni che i ciclisti romani hanno coltivato per decenni sembrano essersi tradotti in realtà, le parole d’ordine che prima giravano solo nella nostra cerchia ristretta ora sono riprese da tecnici ed esponenti politici degli enti di governo cittadino, e questo non può che farci piacere.

Purtroppo, per contro, l’amministrazione cittadina non manca nel suo complesso di dar prova di comportamenti contraddittori ed incoerenti. Mentre con una mano disegna e propone un piano per favorire e far crescere gli spostamenti in bicicletta, dall’altro elimina corsie riservate per il trasporto pubblico, in un percorso netto e coerente di agevolazione all’uso dell’auto privata.

Per noi ciclisti la sensazione è quella di aver a che fare con un’entità schizofrenica, un mostro dalle molte teste delle quali alcune fanno il contrario di altre, e questo non è sicuramente un buon segnale. Di buono c’è che le "teste" che parlano con noi sono probabilmente le migliori, e c’è una volontà di aiutarle a prevalere sulle altre. A patto che accettino il nostro aiuto.

Una cosa che viene spesso sottovalutata è il patrimonio di intelligenze e capacità che il mondo dell’associazionismo è in grado di mettere a disposizione. Ci tengo a far notare ai pubblici amministratori, che solo ora scoprono le mirabolanti virtù della bicicletta, che la maggior parte di quelli che sono qui a rappresentare il mondo dell’associazionismo ciclistico queste stesse cose, che oggi appaiono nuovissime e formidabili, le hanno comprese con molti anni di anticipo. Decenni di anticipo.

Dall’alto di tutto questo tempo passato a ragionare di, e sulla, bicicletta possiamo ben affermare che il cambiamento culturale che sarà richiesto è epocale ma necessario. E dovrà essere portato avanti con la stessa energia con cui si procederà alla realizzazione delle infrastrutture ciclabili e della segnaletica dedicata. Il nostro principale avversario non sarà il conservatorismo delle istituzioni ma quello della popolazione tutta, abituata da decenni ad un trend di progressivo abbrutimento che non sembra aver soluzioni.

La battaglia per la crescita della ciclabilità è una battaglia per la qualità della vita, per il benessere, per la salute. Non solo quella passiva derivante dal non inalare sostanze nocive, ma quella attiva consistente nel restituire ai nostri corpi quel movimento, quel lavoro fisico di cui hanno tanta necessità. Sarà una battaglia per restituire ai nostri quartieri la serenità che il rombo dei motori gli ha tolto. Per restituire ai nostri ragazzi l’autonomia di spostamento che la pericolosità delle strade gli ha sottratto, per restituire alla nostra città la bellezza che tonnellate di lamiere hanno sepolto.

Ci sarebbero da dire molte altre cose, sul passaggio ad una valutazione complessiva della realtà che ponga la felicità delle persone al primo posto, al posto di un parametro freddamente economico com’è il PIL, capace di integrare con un segno positivo sia le tecnologie che ci fanno ammalare, sia le spese per le cure sanitarie. Ed eviterò di spender tempo per nominare il "moloch" che ci attende a breve, lo spettro dell’esaurimento progressivo di risorse energetiche e materie prime di cui tutti tacciono, e potrebbe stravolgere le nostre abitudini di vita nel volgere di pochi anni.

Il contenuto di questo piano, ai miei occhi di ciclista, appare entusiasmante rispetto alla drammatica situazione attuale, eppure ancora insufficiente. Quello a cui dovremmo aspirare, come collettività, è il progressivo abbandono dell’auto privata a favore di un sistema di trasporto pubblico capillare, della mobilità leggera e, per le necessità occasionali, del car-sharing. Quello a cui dovremmo aspirare sono strade libere prima dalle auto in sosta, e poi via via dalle auto in transito. Strade restituite all’utilizzo delle persone, alla socialità, alla vita. La bicicletta è scelta di vita."

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