Darkness, il mostro nero

Prima di parlarvi della mia nuova bici, del perché l’ho voluta ed acquistata, di come ha cambiato ancora una volta il mio modo di pedalare, è necessario un breve excursus. Salterò a piè pari le Grazielle dell’infanzia, che pure hanno modellato per lunghi anni la mia idea di bicicletta, e salterò anche il cancellone da pianura su cui ho ripreso a pedalare nei mesi di leva a Portogruaro. Passerò direttamente alla mia prima bici, un modello, per così dire, “da corsa” di marca “Romeo“, acquistata presso “Cicli Romeo“, un negozio nei pressi della stazione Termini trasferitosi ormai molti anni fa.

Stiamo parlando del 1988, le prime mountain bike erano appena comparse nei negozi, ed apparivano come arnesi goffi e sgraziati, di cui ancora nessuno comprendeva l’utilità. Io cercavo una bici che fosse veloce e mi consentisse di arrivare lontano, ed optai per una bici stradale. Ci spesi poco, troppo poco, perché non sapevo ancora che quella passione mi avrebbe accompagnato per il resto della vita.

La Romeo durò meno di un anno e mezzo, e percorse la bellezza di quattromila km. Un’enormità, considerata l’economicità del mezzo, le cui varie parti, pesanti e malfunzionanti, si produssero in una serie pressoché ininterrotta di rotture e conseguenti riparazioni.

Eppure in quell’anno e pochi mesi, la mia idea di bicicletta si trasformò radicalmente. Pur con tutti i suoi limiti quella bici mi aprì gli occhi, e dischiuse davanti a me le prospettive di un modo di viaggiare basato sulla propulsione muscolare, silenzioso, non distruttivo, rispettoso dell’ambiente. Nacqui come ciclista su quelle stesse strade che, vent’anni dopo, il traffico veicolare ha invaso rendendole sgradevoli ed impercorribili.

Alla Romeo fece seguito “Pino“, la cui storia, in parte, è stata già narrata. “Pino” trasformò le idee che avevo sulla risposta elastica dei telai, sull’uso del cambio, sulla possibilità di “scalare” le montagne, sull’adattamento del metabolismo alla fatica fisica, sulla possibilità di intraprendere viaggi in bici. Fu la prima vera bici che abbia mai posseduto, e l’ho ancora con me.


Pochi anni dopo l’acquisto di “Pino” fu il momento anche per me di “comprendere” le mountain bike. Capitai quasi per caso nel parco della Caffarella mentre era in corso una gara, e vedere gli atleti conquistare con le ruote artigliate terreni che alla mia bici stradale erano preclusi mi fece scattare la molla: “voglio farlo anch’io“. La scelta cadde su una Kastle Tour Extrem in alluminio, che pagai più del doppio di quanto era costata “Pino“.

Col suo telaio rigido, per l’epoca uno standard anche su bici da competizione, la Kastle estese la mia idea di bicicletta all’ambito agreste e montano, alle strade sterrate, ai boschi. Un salto enorme, un adattamento evolutivo del mezzo che ha consentito alle biciclette di sopravvivere e prosperare nonostante l’infestazione da automobili private le abbia ormai estromesse dal loro habitat originario: le strade.

La Kastle divenne la mia fedele compagna anche per i viaggi all’estero, sostituendo la più leggera “Pino” grazie ad un telaio più solido e più adatto a sopportare carichi. Pochi anni dopo venne sostituita da una Bianchi dotata di forcella ammortizzata, con la quale iniziai ad avvicinarmi al mondo delle bici “morbide“.


La Bianchi era una diretta discendente della Kastle, e non stravolse la mia idea di bicicletta più di tanto. Certo fu una bella e piacevole scoperta il poter saltare sopra sassi e radici senza subire sollecitazioni ai polsi: comfort e maggior controllo, la strada era segnata, le biciclette da fuoristrada con forcella rigida destinate all’estinzione.

Ben più “impattante” sulla mia idea di bicicletta fu la Specialized che arrivò sul finire degli anni ’90, e che in seguito battezzai “Velociraptor“. Il carro posteriore ammortizzato ad aria era una vera rivoluzione, che accoppiata con una forcella anteriore dalla corsa più generosa mi regalò un controllo spettacolare anche su terreni e pendenze capaci di mettere in crisi la Bianchi, ed inavvicinabili per la Kastle. Passare in velocità sullo sconnesso basolato romano dell’Appia Antica diventò uno dei miei divertimenti preferiti.


Velociraptor era il prototipo di un tipo di bici che ha ormai raggiunto forme definitive poco diverse dall’originale, e che ha preso il nome di “cross country“, o XC. Dieci anni dopo le sue discendenti hanno guadagnato in leggerezza ma poco o nulla in guidabilità, e non è un caso che anche dopo tutto questo tempo, con qualche “rivisitazione” ed aggiornamento, rimanga una bici formidabile. Per dieci anni l’ho ritenuta un punto di arrivo, e non ho acquistato più altre biciclette.

Poi, da pochi mesi a questa parte, il desiderio di ricercare ed esplorare modalità diverse, forme “altre” di andare in bicicletta, ha nuovamente iniziato ad agitarsi. L’occasione degli incentivi statali del 2009 mi ha portato all’acquisto di una pieghevole Brompton, che forse più di ogni altra ha sconvolto le mie abitudini di ciclista.


Ma già le poche occasioni di provare le biciclette degli amici di Cicloappuntamenti mi stavano avvicinando all’idea di qualcosa di ancora più “estremo“. Due settimane fa, passando da “MisterBike” mi è capitata per le mani una Santacruz usata. La scena è stata pressoché identica a quella di dieci anni prima con la Specialized: esco a pr
ovarla in Caffarella, ne rimango affascinato, la riporto in negozio già intenzionato ad acquistarla.


Cos’ha da raccontarmi, di nuovo, questa bici “all mountain“? Cominciamo col descriverne le caratteristiche. In primo luogo la corsa degli ammortizzatori è più che doppia di quella del “Velociraptor“, e le ruote sono molto più larghe. Questo significa una bici più lenta, ma virtualmente in grado di muoversi dappertutto. Lenta e pesante (tra i quindici ed i sedici chili), manubrio largo, l’equivalente ciclistico di un bufalo africano.


Per molti versi “Darkness” rappresenta un passo indietro rispetto a “Velociraptor“, ma forse più che indietro direi di lato. Non è una bici per correre, volendo ci si può divertire ad affrontare passaggi tecnici molto impegnativi, e personalmente l’ho già portata su discese e gradini che con la Specialized non mi ero mai fidato ad affrontare. Ma la vera anima di questa bici non è la ricerca dell’estremo.

Stamattina, girellando per la Caffarella, l’ho sentita molto come una bici “da passeggio“, al limite da “passeggio estremo“. Per la prima volta non ho vissuto l’obbligo di stare sui sentieri, l’ho fatta muovere sui prati, senza una traccia definita, lentamente. Questa bici è capace di “masticare” qualunque fondo, di muoversi indifferentemente su qualsiasi terreno, lasciando all’occhio del viaggiatore il tempo e la necessaria lentezza per riflettere su ciò che sta osservando.

Un’esperienza che si riavvicina al camminare, pur rimanendo bicicletta. Un ulteriore passaggio, un altro salto di qualità nell’esperienza ciclistica, una nuova consapevolezza. A ventidue anni di distanza il mio viaggio a pedali continua.

13 thoughts on “Darkness, il mostro nero

  1. Caro Marco! Io invece rimango ciclista da corsa. Oggi ho fatto 30 chilometri contro il vento lungo il Reno (industria chimica e strade verso l'orizzonte) con la mia prima bici, una Raleigh (1989). Ha il manubrio speciale "crono" che era di moda in 1990 quando Lemond vinceva sulle Champs-Elysées contro Laurent Fignon.  A proposito: Con la tua Pino potresti partecipare alla Eroica (3 ottobre, domenica)! La bici dev'essere di prima del 1987, niente pedali clic, e i cavi dei freni devono essere fuori del telaio. Io penso di andarci con alcuni conoscenti di Tubinga, forse con la mia Raleigh. Sono, mi sembra, strade sterrate per lo più. – Ah, e mi ricordo bene Velociraptor. Una volta l'ho provata. Forse è menzionato nel mio romanzo, ma non sotto questo nome, peccato, suona benissimo! Molti piaceri con la nuova (anch'io ho alcune bici: sette), adesso, nella primavera! Ciao Manfred.   

  2. Ciao Manfred, bentrovato!Lasciami dire che è molto più facile essere ciclisti "da corsa" in Svizzera che a Roma. Se voglio farmi un giro con Pino e non pentirmene immediatamente dopo la partenza devo per forza mettere in conto almeno un paio d'ore di treno per arrivare in Abruzzo, o in Maremma.Quanto all'eroica non credo che andrò. In primis non mi sento molto eroico, poi la bici è dell''89 (vabbé, non c'è scritto da nessuna parte), alcune parti sono ancora più recenti (tipo la tripla corona Campagnolo e le leve freni, con i cavi nascosti), insomma non mi farebbero partecipare. Ma penso che a te piacerà molto.Quelle strade le conosco bene, i genitori di Manu hanno una casa da quelle parti ed ogni tanto ci andiamo in vacanza per qualche giorno.

  3. Ciao Marco,sempre affascinanti i tuoi racconti. Il nostro modo di vivere l'uso delle biciclette è molto differente eppure mi sento così simile a te come a tanti altri ed altre conosciuti in questi ultimi anni di vita romana.Grazie!Losco

  4. Losco, il tuo commento è una gratificazione inattesa.Un po' perché a rileggermi mi trovo sempre abbastanza noioso, un po' perché ho spesso la sensazione, fra i ciclisti che frequento, che ognuno/a pensi di avere, ciclisticamente parlando, la "verità in tasca". Fa piacere condividere curiosità e voglia di rimettersi in discussione. Devo portarti a fare un giro in fuoristrada, la bici te la presto io.

  5. La verità che ogni ciclista pensa di avere è nella sella e si ripercuote sui pedali.Proprio ieri sera ho scoperto un negozio di bici da fuori strada, anche estremo, vicinissimo a casa. Tutti quelli che ci ho visto dentro sono convinto usino più l'auto della bici, ma non li posso certo ammazzare.M!!!

  6. Non puoi ma… vorresti!  In realtà per "fuoristrada estremo" si intendono bici che vanno solo in discesa, da tanto che pesano. A volte durante le escursioni si incontrano questi camioncini carichi di biciclette (?) e ciclisti stra-bardati: si fanno portar su a motore per farsi in sella solo la discesa.La mia idea di bicicletta rimane molto diversa.

  7. "Che pensare della mountain bike? Ammetto il mio imbarazzo. Innegabilmente è un veicolo appartenenente alla categoria "bicicletta". Ciò non toglie che quando ne vedo una, con il suo design pacchiano e i grossi pneumatici aggressivi, non posso fare a meno di pensare che una bicicletta deve essere andata a letto con un motorino. Anche se ha preso più dalla madre.Niente da fare: la mountain bike, anche a riposo, non sprigiona una sensazione di calma e serenità…………Quanto al contatto con la natura, anche qui si è più in una dimensione di lotta che di fusione. In mountain bike, il bosco è una sfida con cui ci si misura…Lo spirito ciclistico, invece, esclude la nozione di competizione…Lo spirito ciclistico nel suo rapporto con la natura è la calma ricerca di quell'attimo di eternità in cui macchina, uomo e ambiente sono una cosa sola; quel piccolo orgasmo cosmico, quella finzione (in quel momento infinitamente reale) di far parte di un grande insieme vivente."Didier Tronchet, Piccolo trattato di ciclosofia, Il Saggiatore tascabili, pagg. 105-106

  8. L'ho letto, ma non mi ha entusiasmato…Ho sempre ritenuto Tronchet un supponente chiacchierone, e la sua "ciclosofia" non è la mia.Detto questo, al mondo c'è posto per tutti…

  9. Certo, ne ero sicuro, ma anch'io condivido il principio che al mondo c'è posto per tutti…purché pedalino!PS: la ciclosofia di Tronchet mi affascina e spesso mi sono identificato in alcune sue pagine. Forse è una questione dianagrafe: siamo coetanei!

  10. Ehhehhehe adesso io dovrò cambiare la mia mountainbike (nomasi Silver) causa allargamento della famiglia e comperarmi una citybike… tipo una graziella…Che vergogna….Yod

  11. Ieri sera sono volato su un tubo di gomma nascosto in mezzo all'erba… Il bufalo non si è fatto niente, quando mi sono ripreso era lì accanto e brucava l'erba… 

  12. Buongiorno,
    una storia interessante.
    scusa il mio italiano,sono di new york
    dove corro per la cicli romeo usa.
    so che loro anno aperto uno show room in centro
    vicino piazza del popolo, e sono ancora in campo.
    hai ancora la vecchia bici romeo?
    perche' qui stiamo aprendo con amici bike shop con vecchi bici.
    grazie
    steve

  13. Ciao Steve,
    Ti risponderei in inglese, ma farei una faticaccia e sicuramente commetterei qualche errore.
    La vecchia Romeo era una bici molto economica, all'epoca avevo pochi soldi e comprai il modello più a buon mercato. Poi però andare in bicicletta mi piacque fin da subito, cosicché un anno e 4000km dopo decisi che mi serviva una bici più performante ed acquistai la "Pino".
    In quei 4000km spinsi molte delle parti della bici oltre il loro limite strutturale (invero basso) e fui costretto a sostituirle. Poi passai quella bici a mio padre, dopo aver messo su un manubrio dritto e sostituito il cambio.
    Ora è "parcheggiata" in un paesino delle Marche, ma della bicicletta originaria è rimasto solo il telaio o poco più, avendo via via negli anni sostituito tutto il resto. Roba comunque di scarsissimo valore.

    Non sapevo nemmeno che il marchio "Cicli Romeo" esistesse ancora, anche se devo dire che quando il negozio di via Torino (dove avevo comprato la mia prima bicicletta) chiuse i battenti e diventò un bar ci rimasi un po' male.

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