Il lungo incubo

Ho iniziato ad andare in bicicletta nella primavera del lontano 1988, ventidue anni fa. Dire che il mondo allora era diverso a molti apparirà eccessivo, ma è così. In questi ventidue anni da ciclista ho coltivato sogni ed aspettative che si sono brutalmente infranti contro un muro di stupidità collettiva, egoismo, cecità ed istinto gregario.

Sul finire degli anni ’80 le automobili erano, a spanne, poco più della metà rispetto ad oggi. Non ho dati certi, riporto una stima ad occhio. La cementificazione compulsiva del territorio non aveva ancora raggiunto il livello di capillare devastazione attuale, ed era ancora possibile prendere la bicicletta ed uscire da Roma pedalando per piacevoli scampagnate.

Sognavo, in quegli anni, la costruzione di ciclovie di respiro nazionale, la crescita del turismo in bicicletta, l’infrastrutturazione ciclabile delle arterie cittadine. Sognavo, appunto.

Lentamente, negli anni, ha invece cominciato a prender forma un sogno diverso, un sogno altrui, per me più che un sogno un incubo. Il "sogno altrui" della "casetta in mezzo al verde", del "villino", della seconda casa come investimento e per "passarci il weekend".

Questo "sogno altrui", a differenza del mio, coincideva con gli interessi dominanti dell’economia del cemento ed era bello pronto per venir veicolato a folle plaudenti di "non turisti" (gli italiani, purtroppo, non sanno viaggiare) alla ricerca di una valvola di sfogo per la frustrazione di vivere in centri urbani sovraffollati e di un investimento "durevole nel tempo".

Case, casine e casette hanno cominciato a spuntare come funghi in ogni dove, prevalentemente a fianco delle vie più battute, che grazie a questo processo sono diventate sempre più trafficate. Boschi, prati e campi sono progressivamente scomparsi sotto colate di cemento dalle forme sgraziate, mentre le strade che un tempo percorrevo in tutta piacevolezza diventavano, col passare degli anni, autodromi devastati senza più alcuna gratificazione per l’occhio e per lo spirito.

Destino analogo è toccato alla tanto auspicata "infrastrutturazione urbana": semplicemente un altro incubo di cui ancora non si vede la fine. La prima "pista ciclabile" romana fu realizzata sull’argine del Tevere per i mondiali del ’90, ai tempi di Craxi e Carraro. Dopodiché, nei successivi dieci anni, ben due amministrazioni di centrosinistra (guidate dal "verde" Rutelli) si susseguirono senza che fosse costruito nient’altro.

Per cominciare a vedere qualcosa di nuovo si è dovuto attendere fino al volgere del nuovo millennio ed alle giunte Veltroni, quando iniziò una collaborazione delle diverse associazioni di ciclisti con gli uffici del Comune. Questo produsse la prima ondata di realizzazioni ciclabili… purtroppo approssimative nella concezione e scadenti nella realizzazione.

Piste che si strozzavano, che finivano nel nulla, con in mezzo alberi, pali, panchine ed ogni sorta di ostacoli, scollegate, con curve a spigolo vivo, gradini, invase periodicamente dalla vegetazione, interrotte da passi carrabili, sepolte dal fango delle piene del Tevere e non ripulite per mesi e mesi, prive di manutenzione, invase da stand commerciali, coperte di foglie e sporcizia per la maggior parte dell’anno, realizzate con materiali scadenti pronti a sbriciolarsi e sbiadire dopo poche settimane, costellate di pozzanghere prodotte dal calcolo errato delle pendenze e molto altro ancora.

Assistevamo increduli alla fabbricazione di questi aborti, protestando presso i nostri referenti ed auspicando (o, più correttamente, "illudendoci") che avrebbero imparato dagli errori, che avrebbero corretto il tiro, che in seguito avrebbero lavorato meglio. Inutile: ogni nuova realizzazione per la ciclabilità ci regalava ulteriori motivi di sconforto e delusione.

Arrivai al punto, e molti altri con me, di chiedere che la costruzione di tali piste venisse sospesa, che non si facesse più nulla, tale si era dimostrato il livello di incapacità, incompetenza e malafede della pubblica amministrazione e del ceto politico, proni unicamente ai diktat dei signori del cemento e dell’automobile ad ogni costo. Inetti rispetto a qualunque possibile miglioramento della qualità della vita dei cittadini e della vivibilità della città nel suo complesso.

E, ora, "cosa mi aspetto dal domani"? La miglior analisi alla mia portata segue fedelmente le estrapolazioni dei fautori della teoria del "peak-oil": esaurimento progressivo dei combustibili fossili e delle materie prime con conseguente pesantissimo ridimensionamento dell’economia attuale. Dato il livello collettivo di indifferenza e faciloneria di fronte a queste prospettive non riesco ad immaginare che la successiva fase di "decrescita" dell’economia potrà essere "felice", come gli ottimisti alla Latouche auspicano.

Una volta che il crescente costo dei carburanti avrà reso economicamente insostenibile spostarsi con l’auto privata tutte queste case, casette e casine "in mezzo al verde" finiranno abbandonate, il loro valore crollerà a zero, interni ed infissi saranno saccheggiati dai "nuovi poveri" e riusati per allestire baracche ai margini delle città.

Più in là, temo, la carenza di idrocarburi fossili produrrà problemi nell’approvvigionamento alimentare, evidenziando l’incapacità da parte di un territorio pesantemente danneggiato come il nostro di far fronte alle esigenze dei milioni di persone che attualmente ci vivono. A quel punto, ormai troppo tardi, rimpiangeremo la terra coltivabile a suo tempo sepolta sotto le "casette nel verde", e le aree industriali abbandonate ed avvelenate.

Non solo il futuro che ci aspetta sarà disastroso oltre la nostra immaginazione, ma le scelte irrazionali e dissennate degli ultimi decenni lo stanno rendendo ulteriormente drammatico. E io mi ritrovo ormai a pedalare, a più di vent’anni dalla mia "nascita" come ciclista, in pianure devastate dalla cementificazione, guardando edifici sorti da poco e che tra altri dieci o vent’anni saranno probabilmente già in rovina, circondato da un traffico insensato di automobili che, come mosche impazzite, ronzano avanti e indietro senza pace.

Fermarsi, osservare, capire, agire con un’idea realistica del futuro che ci aspetta, sembra ormai impossibile ai più.

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6 thoughts on “Il lungo incubo

  1. Caro Marco! Che posso dire? Vivo in un’altro universo. Forse dovresti venire qui per passare due settimane vicino alla Svizzera e la Francia. Io faccio un viaggio in Norvegia e Svezia in giugno e luglio per essere nella solitudine totale, ma in agosto sono qui; ci sono bei campeggi, le montagne, Basilea e Friburgo … Prendi Manu e le vostre biciclette e pedaliamo in tranquillità. Non è una soluzione per Roma; forse l’unica speranza è, come hai scritto, che l’incubo finisca presto. Tanti saluti Manfred.   

  2. Giorgio, la "decrescita felice" non dico che non si possa fare, dico che non la faremo.

    Non la faremo perché a fronte di una consistente intelligenza individuale, come specie privilegiamo i comportamenti stupidi. Perché siamo schiavi del paradosso del prigioniero, e non fidandoci gli uni degli altri opereremo sempre e comunque la scelta più dannosa per tutti.

    Anziché ragionare oggi di "decrescita" avremmo dovuto già anni fa rallentare la "crescita", ma non era possibile perché se il petrolio non lo avessimo consumato noi (l’occidente) lo avrebbero usato altri paesi, conquistando loro l’egemonia globale.

    "Moriremo. Noi siamo stupidi."
    Replicante Pris, "Blade runner", 1982
    (la sentenza definitiva sul destino dell’umanità…)

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