Un balcone affacciato su Marte

Alcuni mesi fa, in preda ad uno di quei "momenti di follia" che, a posteriori, si rivelano le decisioni più azzeccate, acquistai (usato) un nuovo telescopio. All’epoca mi frenavano dubbi sull’effettiva resa ottica, incertezze sulla gestibilità di un arnese tanto pesante ed ingombrante e forti perplessità su quanto sarei concretamente riuscito a goderne. Superato il periodo di "rodaggio" posso dirmi pienamente entusiasta dell’acquisto.

Nelle prime uscite in montagna ho potuto apprezzare il salto di qualità dato dal grande diametro sugli oggetti deboli del "cielo profondo" (deep-sky): galassie, piccole nebulose planetarie, ammassi stellari. Oggetti evanescenti che richiedono un basso ingrandimento, e per i quali non incide troppo la perdita di definizione causata dalla turbolenza dell’aria, che confonde i dettagli più fini.

Più recentemente ho testato lo strumento approfittando delle condizioni di buona stabilità atmosferica che si verificano in città (dove però l’inquinamento luminoso prodotto da lampioni ed insegne rende di fatto invisibile il "deep sky") rimanendo sbalordito dalla notevole qualità ottica degli specchi.

La movimentazione "fatta a mano" è certo un limite, ma non un impedimento, nell’uso ad alti ingrandimenti, e sebbene la vocazione dei Dobson sia il "deep-sky" è possibile, con un po’ di pazienza e spirito di adattamento, ottenere visioni molto dettagliate e gratificanti anche sui pianeti.

Dopo tanti test, ieri sera ho montato il telescopio sul balcone di casa ed ho atteso che il pianeta Marte sorgesse sopra il tetto del palazzone di fronte. Abituato a superare raramente i 160 ingrandimenti col vecchio 20cm (uno strumento ormai vecchiotto, progettato ed ottimizzato per un uso fotografico a largo campo e non certo per l’alta risoluzione), mi sono ritrovato col nuovo a viaggiare allegramente a 500 ingrandimenti (!!!) con una qualità di dettaglio spettacolare.

Marte, in passato, mi aveva dato poche soddisfazioni. Le sue dimensioni apparenti, anche nelle condizioni migliori, sono sempre minuscole e senza un telescopio di generose dimensioni è difficile tirar fuori dei dettagli. Ma ingrandito 500 volte appare grande tre volte la luna piena vista ad occhio nudo, si distinguono perfettamente la piccola calotta polare di ghiaccio secco (CO2, l’H2O si trova più in profondità) e diverse aree scure sul rosso predominante della superficie.



(questa foto, che mostra efficacemente cosa si poteva
osservare all’oculare, è stata tratta da
QUI)

In effetti, mai avrei pensato di poter possedere ed usare uno strumento di 30cm di apertura senza la geniale intuizione di John Dobson (la cui vita, per inciso, meriterebbe un post a sé), che negli anni ’60 operò una vera e propria "rivoluzione copernicana", purtroppo arrivata da noi con decenni di ritardo.

Per secoli gli astronomi si erano posti il problema di mantenere gli oggetti celesti immobili al centro del campo inquadrato, compensando la rotazione terrestre per mezzo di montature geometricamente e meccanicamente complesse, oltreché molto pesanti. Il risultato fu di far levitare i costi necessari al supporto ed alla movimentazione dei telescopi ben oltre quelli già elevati delle ottiche.

Il fatto è che, se si esclude l’impiego fotografico, quello che consente all’occhio di osservare di più e meglio è proprio l’apertura dello strumento. Un telescopio di diametro maggiore ha una miglior risoluzione (la capacità di distinguere dettagli) e raccoglie più luce. Semplicemente raddoppiando il diametro dell’ottica diventa possibile utilizzare un ingrandimento doppio e si vedono stelle quattro volte più deboli.

Dobson fece un ragionamento molto semplice: "qual’è la soluzione che mi consente di osservare con il diametro più grosso possibile?" Lo schema ottico, per semplicità costruttiva e di lavorazione, non poteva che essere quello ideato da Newton. La montatura "essenziale" una semplice cassa di legno in grado di ruotare in orizzontale, sulla quale il tubo ottico potesse liberamente ruotare verticalmente, in modo da poter essere facilmente puntato in una qualsiasi direzione nel cielo.



Questo tipo di soluzione in gergo tecnico è detta "altazimutale" (dai due assi orizzontale e verticale detti rispettivamente "azimuth" e "altitudine"). Tra i suoi limiti vi è l’impossibilità di inseguire gli oggetti sulla volta celeste compensando la rotazione terrestre (anche se i moderni sistemi di pilotaggio computerizzato dei motori consentono questa ulteriore possibilità) e soprattutto l’impossibilità di un uso fotografico del telescopio a causa della rotazione del campo inquadrato.

Tutte queste problematiche vengono normalmente risolte nei grandi osservatori professionali, ormai esclusivamente dedicati alle riprese fotografiche, ed in qualche caso anche in strumenti amatoriali di "fascia alta". Ma l’unica cosa che interessava John Dobson era la possibilità di osservare visualmente attraverso uno strumento di grande diametro, tutto il resto diventava secondario.

L’idea di Dobson, tuttavia, non ebbe vita facile. L’impossibilità di un uso fotografico venne vista da subito come un grosso limite, le montature di legno guardate con scherno ed irrisione, i telescopi stessi dileggiati con l’appellativo poco gratificante di "secchi di luce". Un altro grosso problema era il costo, all’epoca proibitivo, degli specchi di grosso diametro, che in molti casi venivano fabbricati a mano, in maniera artigianale, direttamente dagli astrofili (con esiti qualitativi spesso non entusiasmanti).

Quando i Dobson iniziarono a diffondersi negli USA, in Italia, periferia della civiltà, un altro grosso limite fu rappresentato dalle spese di spedizione intercontinentali, e la scarsa domanda frenò l’offerta da parte dei fabbricanti. Ma appena i primi Dob fecero capolino negli "star party" buona parte degli astrofili finì conquistata dalla qualità dell’esperienza osservativa vissuta guardando dentro questi "tuboni".

Oggidì, grazie alle ottime ottiche prodotte in Cina a costi contenuti ed alla progressiva diffusione fra gli appassionati, di Dobson in giro se ne vedono sempre più, con dimensioni impensabili fino a qualche anno fa. Non è raro che un Dob da 25cm sia consigliato come strumento "entry level", come pure che uno da 50cm sia nelle aspirazioni dei visualisti più accaniti. Senza arrivare ai "mostri" da 75cm e passa che qualcuno già da un po’ si porta appresso…


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5 thoughts on “Un balcone affacciato su Marte

  1. Ho trovato per caso il Suo blog ed essendo attratto da Marte (ho scaricato circa 2 Gb di documenti inerenti) vorrei chiederLe un’informazione che Lei riterrà puerile ma per la quale non ho trovato risposta.
    Non so dove è situato Marte………con precisione
    Posto che dal balcone di Milano vedo agevolmente il sorgere del sole e della luna (mentre il loro tramonto avviene dietro palazzi ) dove devo i niei occhi ( e poi il binocolo) per vedere Marte?
    Nonostante i miei 65 anni mi manca questa nozione
    Grazie e scusi il disturbo
    Sergio Bisanti
    e-mail:audi2001@infinito.it

  2. Marte è un pianeta, e come dice il nome ("planetes", dal greco, vagabondi) si sposta sulla volta celeste. al momento si trova nella costellazione del Cancro, poco sotto i Gemelli, si può vedere guardando ad est (la direzione dove sorge il sole al mattino) poco dopo il tramonto, per passare a sud intorno alla mezzanotte.
    Per prendere confidenza col cielo notturno (una di quelle cose fondamentali che la modernità ci ha portato via), le consiglio di scaricare da internet il programma Stellarium (è gratuito) ed installarlo sul proprio computer.
    Si tratta di un planetario didattico molto evoluto in grado di mostrare il cielo nelle diverse ore della giornata e/o da diverse località, completo di nomi delle costellazioni, disegni, posizione dei pianeti e dei relativi satelliti in tempo reale e molto altro.
    Si può scaricare da questo sito.
    Se le dovessero servire altri suggerimenti la mia mail si trova in alto a destra del blog, subito sotto la mia foto (basta togliere le parentesi… è una misura antispam)

  3. Molto bella l’immagine di Marte, merito dell’ottica ma credo anche del CCD coi suoi tempi di integrazione ridotti e la possibilita’ di comporre piu’ immagini. Con la vecchia pellicola difficilmente si sarebbero ottenuti risultati simili, forse il successo dei dobson deve qualcosa anche all’elettronica che nel frattempo si e’ evoluta, penso alla possibilita’ di fotografare con tempi di posa ridotti ma anche di compensare in qualche modo la rotazione terrestre con un motore su ogni asse,volendo.

  4. L’immagine non è mia, non si può fare imaging senza inseguimento, e il Dob non ce l’ha. L’ho "presa in prestito" dal forum degli astrofili, per poter dare l’idea di quello che si poteva vedere visualmente, l’ho anche "ripulita" da un po’ di scritte e rimpicciolita. Se ci clicchi sopra sarai rimandata alla pagina in cui è stata pubblicata. Mi dispiace per questo piccolo equivoco, pensavo che nel resto del testo l’impossibilità di usare un Dob per fotografare fosse stata sufficientemente esplicitata…

  5. Pingback: Diario di un ritorno alle stelle | Mammifero Bipede

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