Le mattine dieci alle quattro



Ho avuto modo di assistere al lavoro teatrale che Luca De Bei propone in questi giorni al Teatro Sala Uno, "Le mattine dieci alle quattro". L’impianto scenico racconta un’anonima fermata d’autobus della periferia romana dove ogni mattina tre ragazzi si incontrano sulla via di lavori in nero e sottopagati. L’insistente (e supponente) pensiero iniziale dello spettatore romano "ok, cosa puoi raccontarmi che non sappia già?" si dissolve dopo pochi minuti.

De Bei, nel raccontare il nostro presente, ci apre gli occhi su un mondo di violenza e quotidiana sopraffazione al quale siamo ormai talmente assuefatti da non riuscire più a coglierne confini e pervasività. Lo fa con una tale semplicità, con una tale sconcertante leggerezza che lo spettatore non può fare a meno di domandarsi come sia stato possibile non rendersi conto, non vedere l’abisso nel quale stavamo precipitando, l’inferno in cui siamo sprofondati.

L’apparato scenico è ridotto all’essenziale: nude pareti grezze coi mattoni in vista, una tettoia scheletrica, nebbia, sonorità stridenti ed un "autobus" che, come mostro emerso dagli incubi, appare periodicamente ad inghiottire i personaggi e le loro povere vite.

I protagonisti sono del tutto identici ai ragazzi che ci camminano accanto sulle via dello struscio domenicale, alle commesse dei negozi, alle "sciampiste" che incontriamo dal parrucchiere. Giovani cresciuti senza istruzione e senza speranze di una vita migliore, disposti ad accettare lavori faticosi ed usuranti pur di conquistare un minimo di riscatto sociale, incastrati senza speranza in un meccanismo collettivo pronto a stritolarli senza pietà al minimo cedimento.

Li seguiamo all’inizio "bulleggiare", esibendo quel carapace di durezza ed aggressività che è la loro unica risorsa di fronte al mondo ostile, poi innamorarsi e sciogliersi, confessarsi i reciproci disagi e sofferenze: famiglie a pezzi, lavori orribili e sottopagati, le notti inutili perse in uno "sballo" scambiato per divertimento, la speranza di una vita migliore impossibile persino da immaginare.

Seguendo la vicenda monta lentamente un senso di ingiustizia per questi nuovi poveri che ci vivono accanto, le giovani vite predate, le moderne forme di schiavitù che, con distacco ed indifferenza, tolleriamo siano imposte ad altri, il brutale cinismo del mondo. Usciamo dalla rappresentazione con addosso una sensazione di sorda rabbia e disperazione.

Mancava, in questi anni di torpore culturale, un regista in grado di recuperare la lezione di Pasolini e riproporla aggiornata ai nostri tempi, in grado di raccontare il vuoto e lo squallore di periferie urbane disperate, dove giovani vite sbocciano ed appassiscono, o muoiono, nell’indifferenza più totale. De Bei prova, a modo suo, senza clamori o prese di posizione ideologiche, a smuovere le nostre coscienze narcotizzate, a restituirci la percezione del dolore e della disperazione che da sempre vivono ai margini estremi delle nostre città.

Una nota di merito va agli attori Federica Bern, Riccardo Bocci e Alessandro Casula, che riescono a dar vita a personaggi veri e perfettamente definiti, senza autocompiacimenti o inutili enfasi, e ad inserirsi alla perfezione nel testo e nella regia di De Bei. Lo spettacolo resterà in scena ancora un po’ di giorni… se potete, cercate di non farvelo scappare.

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