Caccia alla Balena Bianca


"Mentre i marinai si narravano a vicenda le loro blasfeme avventure, con parole allegre i loro racconti di terrore; mentre le loro risate selvagge salivano biforcute, come le fiamme dalla fornace; mentre, di fronte a loro, i ramponieri gesticolavano selvaggiamente avanti e indietro, con le enormi forche a rebbi e i mestoli; mentre il vento ululava e il mare sobbalzava, e la nave gemeva e si tuffava, fermamente spingendo il suo rosso inferno sempre più innanzi nell’oscurità del mare e della notte, sdegnosamente stritolando le bianche ossa fra i denti e sputacchiando malevolmente da tutte le parti, allora il "Pequod", lanciato in corsa, stivato di selvaggi, carico di fuoco, nell’atto di bruciare un cadavere e di precipitarsi in quelle tenebre di oscurità pareva la corrispondente sembianza materiale dell’anima monomaniaca del suo comandante."

Ho da poco completato la lettura di Moby Dick, immenso romanzo di Herman Melville. "Immenso" non tanto per la mole di quasi settecento pagine, quanto per la capacità dello scrittore di rendere ogni cosa sconfinata, superlativa, eccessiva.

Melville è talmente entusiasta, in ogni singolo dettaglio narrato, da trovare davvero "Universi nei granelli di sabbia". La teoria inarrestabile di capitoli su ogni minima parte dell’anatomia dei cetacei è magnificente e cavillosa fino allo sfinimento.

Moby Dick è una lettura a tal punto impegnativa da avermi obbligato a suddividerla in due distinti segmenti temporali, separati tra loro da diversi anni. Dopo avere inizialmente ingaggiato la lotta impari con una scrittura faticosa del suo, lontanissima nel tempo e nello spazio (almeno per i miei standard di appassionato di narrativa "bassa"), ne sono rimasto ad un tempo catturato e, per contro, provato a tal punto da lasciare il volume a metà, "spiaggiato" sul comodino, in attesa per un tempo indefinito.

Ma Ahab, la sua micidiale ossessione, lo sconvolgente equipaggio del Pequod e soprattutto l’incredibile passione di Melville per il mondo crudele ed eroico della baleneria ottocentesca erano lì ad aspettarmi. Alla fine, simmetricamente stremato da romanzi mediocri male ideati e peggio scritti, mi sono fatto forza a riprenderne e portarne a termine la lettura.

Giunto a questo punto, però, mi coglie persino l’imbarazzo a parlarne, tali e tanti sono i fiumi di parole (verrebbe da dire, in questo caso, gli Oceani di parole) già spesi nel secolo e mezzo e più intercorso dalla sua pubblicazione. Ma neppure tacere si può: "Moby Dick" è davvero un viaggio incredibile, in cui il lettore resta arpionato e, contro la sua volontà, fatto a pezzi e smembrato, insieme alle balene del racconto.

Ogni cosa, ogni dettaglio, ogni frase, in Melville, è magniloquente, eccessiva, sconfinata. Ogni situazione è titanica, in ogni personaggio giganteggia un archetipo di qualche tipo scolpito nel granito, ogni dettaglio è tridimensionale. Nell’impossibile confronto, questo libro riduce le nostre vite a delle totali nullità… come probabilmente sono davvero!

E non sembri un’esagerazione: l’inarrivabile, oceanica, scrittura di Melville compie continuamente il miracolo di farci tornare ragazzi, a qualsiasi età, con gli occhi sgranati di fronte ad un mondo di avventure incredibili ormai spazzato via dal progresso tecnologico.

Marinai scalzi, su navi di legno, che ammainano vele di stoffa a brandelli nel mezzo della tempesta, che danno la caccia su barche a remi, armati di arpioni, a creature gigantesche e non di rado mortali, in mari infestati dai pescecani… Mi guardo intorno  seduto su un comodo divano, in una casa calda e confortevole, e mi domando se questa vita ho l’ho in fondo desiderata davvero, o semplicemente è quello che mi è toccato in sorte, ed a cui ho preferito non oppormi.

Chi scrive è da sempre un appassionato di fantascienza, genere letterario fin dalla nascita votato all’eccesso, in cui la fantasia si pone l’unico limite di rimanere nei confini della verosimiglianza scientifica. Negli anni ho letto storie di astronavi grandi come mondi, di viaggi ai confini dello spazio e del tempo, ma niente in grado di trasportarmi completamente in un altro spazio, in un altro tempo, in un’altra realtà, come questo capolavoro della letteratura americana.

Giunto nel "mezzo del cammin di nostra vita" sono ormai convinto che l’unica, vera, "macchina del tempo" sulla quale potrò mai viaggiare sono proprio le pagine dei grandi narratori.

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2 thoughts on “Caccia alla Balena Bianca

  1. L’ho letto una quindicina di anni fa alle medie e ancora ora ne ho un ricordo vivissimo. D’altra parte la lotta alla balena bianca è diventato un topos ben oltre la letteratura, e forse questo vuol dire che, oltre a essere un buon libro come ce ne sono tanti, aveva qualcosa in più…

    yod

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