Il mio giocattolo nuovo

Dopo il viaggio alle Canarie ed il risveglio dell’antica passione per l’astronomia ho passato la fine di agosto e l’inizio di settembre a combattere con un tarlo che mi rosicchiava in testa. “Ti serve uno strumento più grande”, diceva quel tarlo, “devi farti un dobson, è inutile insistere a spremer fuori da un 8″ quello che non ti può più dare”. Tutto vero, incontestabile, se non che i problemi logistici di gestione di un telescopio più pesante ed ingombrante mi parevano insormontabili.

Dobson, per chi non lo sapesse, è un modello di telescopio di una semplicità disarmante. Negli anni ’60, constatato che al crescere del diametro dell’ottica (e del conseguente peso del tubo) le montature equatoriali finivano col costare molto più dell’ottica stessa, John Dobson decise che per osservare le stelle era sufficiente qualcosa che reggesse il tubo e consentisse di puntarlo in giro per il cielo. Niente meccaniche di precisione, niente stazionamenti polari, niente motori di inseguimento: un tubo ottico poggiato su uno scatolone, in grado di ruotare in orizzontale ed in verticale.

In questa maniera diventò possibile abbattere drammaticamente i costi, ridotti a quelli dei soli due specchi (con celle e ragni di supporto) e del fuocheggiatore. Per contro significò rinunciare anche a tante comodità, come ad esempio la compensazione della rotazione terrestre, che fa sì che gli oggetti osservati scivolino lentamente da un lato all’altro del campo inquadrato e dopo poco ne escano fuori. Altra cosa alla quale occorre rinunciare è l’idea di utilizzarlo per farci fotografie del cielo stellato.

Tormentato dal tarlo ho provato a chiedere consigli a chi c’era già passato interpellando il forum degli astrofili italiani, col solo risultato di vedermi piovere fra capo e collo un’offerta di quelle a cui è molto difficile resistere: un 12″ usato in ottime condizioni messo in vendita da un astrofilo spinto dall’inquinamento luminoso ad abbandonare l’osservazione visuale per dedicarsi alla fotografia del cielo stellato.

Ci ho ragionato su un paio di giorni, solo per realizzare che era una decisione di fondo già presa. Ho mandato al diavolo i “problemi logistici” e mi sono fatto spedire il “mostro” da Crotone. Giovedì scorso me lo sono andato a prendere alla fermata del pullman, ho chiesto ospitalità ai miei cognati per poter disporre di una terrazza e l’ho tirato su di fronte ai miei nipoti esterrefatti. L’effetto era questo:

Il “collaudo” (se così si può definire) effettuato sotto un cielo inquinatissimo di classe Bortle 8<, mi ha edotto sui principali problemi dello strumento: pesi, ingombri, necessità di un frequente riallineamento delle ottiche, e tuttavia fatto solo vagamente intuire le sue potenzialità osservative. Dovevo assolutamente procurarmi un cielo decente, e contavo di averne l’occasione nel weekend.

Nella giornata di sabato ho monitorato fin dalla mattina una situazione meteo decisamente non entusiasmante. L’andirivieni di nuvole, il tempo variabile, le piogge sparse, non sono riusciti a dissuadermi dal desiderio di correre a Campo Felice per mettere alla prova il giocattolo nuovo. L’incertezza climatica ed il brevissimo preavviso mi hanno spinto a rinunciare all’idea di coinvolgere altre persone, e l’unica ad accompagnarmi fin lassù è stata la mia dolce metà, Emanuela, immagino più preoccupata di pensarmi da solo in cima ad una montagna di notte che entusiasta per l’idea di una nottata osservativa (con un telescopio, oltretutto, vissuto più che altro come un nuovo ingombro dentro casa).

La scommessa sulla situazione meteo è stata totale: al momento di caricare lo strumento in macchina i nuvoloni che si andavano addensando sulla città hanno prodotto un acquazzone estivo micidiale, che ha messo a dura prova la fiducia della consorte nelle mie estrapolazioni basate su meteosat e webcam. Tuttavia lungo la strada è apparso evidente che la coltre di nubi non si estendeva alle montagne circostanti. Avevamo tutte le premesse per una soddisfacente serata osservativa.

E lo è stata. Il cielo di Campo Felice ci è apparso in una serata di grazia, anche per merito delle piogge del pomeriggio che hanno ripulito l’aria. Potrei stimarlo di classe Bortle 4, se non fosse che ormai ritengo la scala di Bortle inadeguata per i cieli d’alta quota, dove la maggior trasparenza dell’aria rende alcuni oggetti più evidenti anche in presenza di inquinamento luminoso. Per fare un esempio, allo zenith la Via Lattea nel Cigno era poco dissimile da quella osservata alle Canarie, mentre la situazione peggiorava nettamente per la parte di cielo più prossima all’orizzonte.

Ma l’osservazione al telescopio, quella era decisamente da urlo.

Il passaggio ad uno strumento di diametro superiore è sempre del suo sconvolgente (mi era già successo passando dai 4,5″ del vetusto newton Skymaster 114/900 ad un diametro quasi doppio), ma non potevo immaginare l’abisso tra il mio precedente 8″, strumento peraltro onestissimo, ed il Lightbridge. Il mio cielo è cambiato, il mio modo di pensarlo è cambiato, le mie aspettative sono cambiate e nulla potrà più essere come prima.

Alcune cose andranno sicuramente messe a registro. Per la prima volta ho sperimentato i problemi della stabilizzazione termica dello specchio (evidenti all’inizio, sulle immagini sfocate, le celle convettive generate dalla superficie ancora calda dello specchio primario), ed anche l’adattamento ad un puntatore Red Dot (“…Chili Peppers”, come suggeriva Manu) al posto del classico cercatore non è stato proprio banalissimo: puntare una crocetta rossa tra le stelle e trovarsi gli oggetti nel campo dell’oculare è qualcosa di inaspettato persino per un astrofilo navigato.

In compenso l’accoppiata tra maggior diametro dello strumento e gli oculari a largo campo ha cambiato in maniera irreversibile la mia percezione del cielo, e penso anche quella di Manu, che forse per la prima volta è rimasta davvero affascinata dagli oggetti che stavamo osservando.

La cosa più banale da constatare è stata la differenza in quello che le dicevo lasciandole l’oculare per farla osservare. Con il precedente 8″ c’era tutta una serie di istruzioni: “osserva così e cosà, dovresti vedere un oggetto di questo tipo (piccolo, grande, concentrato, diffuso, ecc…)”. Ora le dicevo solo: “guarda!”, ed era lei a spiegarmi cosa stava vedendo. La differenza è principalmente questa: con un 12″ gli oggetti si vedono, non vanno “cercati”, non vanno “intravisti”, non vanno “immaginati”, stanno lì e basta, prepotentemente, al centro dell’oculare.

La carrellata ha viaggiato in fretta sugli oggetti “soliti” del cielo estivo, che ormai “soliti” non erano comunque più, mostrando nuovi dettagli, sfumature, ed un rapporto diverso col fondo stellato. Le nebulose Laguna, Trifida, Omega, la Ring nebula nella Lira, il Wild Duck cluster nello Scudo, la Dumbbell, il sontuoso ammasso globulare M13 in Ercole, la galassia di Andromeda M31 col suo contorno di compagne nane, il Velo nel Cigno, una spolverata di ammassi aperti in Cassiopea, la Whirlpool galaxy M51 purtroppo già bassa sull’orizzonte… e poi, per la prima volta dopo molti anni, è iniziata la caccia a cose mai viste.

Questa è un’altra sostanziale differenza rispetto all’8″, non solo gli oggetti “classici” sono molto più dettagliati ed interessanti, ma quelli “minori” cominciano ad avere un loro perché. Le minuscole galassie e nebulose che in uno strumento più piccolo mi sorprendevo anche solo del fatto che “si vedessero” (all’inizio ci si accontenta davvero di poco), ora iniziavano a mostrare forme interessanti. Persino gli ammassi globulari, archiviati fino all’altro ieri come “tutti uguali, solo un po’ più grandi o piccoli”, e ridotti all’osservazione di M13 che “almeno si vede qualcosa” improvvisamente erano divenuti oggetti affascinanti: più concentrati o più diffusi, nascosti dietro un velo di stelle o sospesi nel vuoto, lontani, vicini… insomma è ripartita l’esplorazione.

Ho quindi aperto sul cofano dell’auto le fotocopie del “Tirion Sky Atlas 2000.0” (n.b.: ho anche l’originale, ma teme l’umidità…) vecchie di oltre vent’anni ed in disuso da più o meno altrettanto tempo. Avevo acquistato le mappe ai tempi lontani del 114/900 per trovare le sfuggenti nebulose usando le stelle di riferimento. Poi, con l’8″ ed il computerino per il puntamento assistito avevo preso l’abitudine di portarmi dietro solo degli elenchi (ed in quel modo, ora me ne rendo conto, parte della “magia” era sparita).

Il vecchio atlante, riesumato, ora splendeva di una nuova luce. Ho iniziato a puntare tutti gli oggetti non stellari riportati sulle mappe per la prima volta senza preoccuparmi che fossero troppo deboli per il mio strumento. Ne sono usciti fuori la maggior parte! La quantità di oggetti osservabili è aumentata in maniera esponenziale.

Nebulose planetarie minuscole e brillantissime, ammassi globulari, ammassi aperti, galassie, oggetti che da anni non mi appartenevano più sono riemersi dall’inchiostro delle mappe per mostrarsi come diafani fantasmi galleggianti fra le stelle. Il mio cielo è cambiato, l’antica passione, alimentata dal nuovo strumento, si è riaccesa.

Purtroppo sabato avevamo sottovalutato il freddo montano ed i suoi deleteri effetti. Dopo solo un paio d’ore, passate saltellando da una meraviglia all’altra, un vento gelido e tagliente mal  contrastato da un abbigliamento troppo “ottimista” ha avuto ragione del mio entusiasmo. Quando ho iniziato a battere i denti mi sono dovuto arrendere all’impossibilità di proseguire le osservazioni.

Ma “c’est ne pas qu’un debut…”, ora che ho assaporato l’osservazione “deep sky” con uno strumento finalmente adeguato penso che sarà molto difficile tornare indietro, ed almeno un fine settimana al mese finirà piacevolmente sacrificato alla rinata passione. “Dobson rules!”

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17 thoughts on “Il mio giocattolo nuovo

  1. “Il mio cielo è cambiato, il mio modo di pensarlo è cambiato, le mie aspettative sono cambiate e nulla potrà più essere come prima”.

    Ma sei proprio un poeta. In ogni caso ho trovato un nuovo sito osservativo tra Longone Sabino e Vallecupola molto meglio di Frasso, meno inquinato del Monte Tancia, probabilmente ai livelli di Campo Felice ma molto meno freddo essendo a 1106 m invece che a 1600 (il 19 agosto nella prima parte della serata si stava in maglietta).

    Saluti e cieli sereni.

    Andrea S. (o Visualistanostalgico)

  2. @ Andrea
    Campo Felice lo sto rivalutando, ma andare a Monte Tancia è una perdita di tempo… l’ultima volta non ho nemmeno tirato fuori il telescopio dal baule dell’auto. La sola cosa che mi preoccupa del sito che proponi è il tempo necessario a raggiungerlo in macchina. Per l’inverno, visto che ne parlano molto bene, vorrei provare la zona fra Montalto di Castro e Capalbio.

    @ Gianni
    Questo sabato mi sto già organizzando per C.F. (c’è un thread su astrofili.org), spero che tu ce la faccia a fare un salto, gli sviluppi prevedibili non dovrebbero essere imminenti.

    @ M!!!
    37kg, senza accessori…

    @ Yod
    Purtroppo siete sotto la curva dell’orizzonte… verso nord-est vedo Andromeda. 🙂

  3. Ahimè, le previsioni per domani sera si sono messe al peggio! Vediamo come va… ma sicuro che si sta organizzando un gruppo sul forum? Non ho visto una grande partecipazione.

  4. Grazie, Magociclo, riporterò i tuoi complimenti a Manu.

    @ Gallus
    La situazione meteo evolve troppo in fretta perché le previsioni possano essere attendibili. Buttando un’occhiata al meteosat direi che stasera non è proprio il caso (al limite potrebbe migliorare nella seconda metà della notte…), per domani… ci aggiorniamo!
    Sabato scorso siamo partiti sotto un acquazzone, eppure poi il cielo si è aperto. Alla fin fine chi non risica non rosica, ogni tanto bisogna rischiare. 🙂

  5. Io penso che non è necessaria una comprensione completa per emozionarsi con quello che si vede in un telescopio. Forse l’ho già scritto, ma c’è qualcosa di atavico nell’esperienza di osservare coi propri occhi oggetti che prima si conoscevano solo per esperienza indiretta. Puoi vederti tutti i documentari del mondo, puoi studiarti tutti i libri che esistono, cibarti delle foto riprese dai grandi telescopi… ma l’emozione di vedere un Saturno microscopico e tremolante al centro dell’oculare o una diafana nebulosa sospesa in mezzo alle stelle, è qualcosa in grado di spazzare via tutte le razionalizzazioni consce.

    Il mio più grave cruccio è che per osservare un cielo decente siamo ormai ridotti al nomadismo, e che non si riesce quasi mai a trasmettere quest’esperienza a gente abituata a farsi consegnare le emozioni (o quello che ci spacciano al loro posto) direttamente a casa propria.

  6. So che è una stronzata, magari, ma forse qualcuno di voi sa rispondere a questo quesito che mi tormenta:

    so che la luce che giunge a noi dalle stelle è quella che è partita milioni di anni fa. Dunque: se io avessi un megatelescopio che arriva a vedere un omino che sta su una stella (so che non ce ne sono a parte Bea la strega, ma facciamo finta che) lo vedrei dunque fare le azioni che ha fatto un milione di anni fa? Allora se lui guardasse noi vedrebbe la terra ai tempi dell’Homo sapiens?
    Mumble mumble….

    Yod

  7. Beh, le stelle sono un po’ più vicine, ma a parte questo il discorso è corretto, quando guardiamo le galassie ci facciamo una “pappata” di fotoni fossili: luce che ha viaggiato per milioni di anni.

    E pensa comunicare con le stelle relativamente vicine… tu gli mandi un messaggio, quelli lo ricevono dopo duecento anni e la risposta arriva dopo quattrocento. :-/

  8. Pingback: Diario di un ritorno alle stelle | Mammifero Bipede

  9. Pingback: Dobsoniani | Mammifero Bipede

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