Templi della conoscenza


L’arrivo al Roque de Los Muchachos lascia perplessi e stupefatti. In cima ad un vulcano ormai estinto ed eroso, su strati di roccia lavica porosa, tra arbusti d’alta quota, come impenetrabili vascelli alieni poggiano le cupole metalliche dell’Istituto di Astrofisica delle Canarie.

L’altitudine, il silenzio, le aspre rocce vulcaniche ed i fantascientifici manufatti, l’oceano tutt’intorno ed il cielo azzurro, bloccano la mente in una condizione di totale straniamento. La percezione di qualcosa di bizzarro ed incomprensibile afferra le corde vocali e, senza alcuna necessità, ogni parola prende la forma di un sussurro.

Lo stupore attonito che ci avvolge rimanda alla mente l’immagine dei Moai dell’isola di Pasqua. Figure massicce e totemiche quanto enigmatiche, idoli innalzati a divinità immote ed incomprensibili immersi in un contesto che nella sua immobilità racconta la furia della natura e degli elementi.

A pochi passi dal bordo della caldera la montagna precipita verso il basso, lasciando svettare mastodontici e friabili pinnacoli di roccia vulcanica, giganti di sassi e polvere modellati dall’erosione in strati e strati caratterizzati da diverse sfumature di grigio ed ocra.

Ed il senso religioso del silenzio appare immediatamente tangibile. Quassù, a migliaia di metri sopra l’oceano, l’uomo ha innalzato templi ad una fede di cui non è neppure pienamente consapevole. Cattedrali di vetro ed acciaio consacrate alla conoscenza ultima, alla sfida ai misteri del Cosmo, alla potenza inarrestabile del pensiero creatore.

Nei millenni trascorsi dall’acquisizione di una postura eretta, dalla scoperta del fuoco all’invenzione dell’agricoltura, dalle caverne alla nascita delle prime città, l’uomo ha elevato in mille forme templi votivi a divinità sovrumane, possenti ed incomprensibili, sacrari del Mistero e di una Conoscenza rivelata dall’alto a pochi eletti, luoghi dedicati al Sapere incarnato nelle divinità, menhir, piramidi, ziqqurat, pagode, chiese, totem, obelischi, amuleti.

Finché non si è sentito pronto a prendere tra le proprie mani la fiaccola della conoscenza, a farsi carico in prima persona della definizione di sapere, e del sapere in sé, attraverso il metodo scientifico. Da quel momento ogni nuova costruzione, ogni nuovo artefatto, canta il potere della conoscenza dell’Uomo, racconta il dominio della mente sul mondo materiale, la grandezza della scimmia nuda che ha saputo imprigionare gli elettroni e far disintegrare gli atomi al proprio comando.

Ora questi immensi occhi meccanici scrutano il Cosmo sempre più lontano nello spazio e nel tempo, alla ricerca di un sapere più antico della nostra stessa specie, dell’origine dell’Universo. Sono gli occhi dell’Umanità rivolti verso le stelle, gli sconfinati e vuoti spazi intergalattici, solo per misurare e descrivere la nostra infinita solitudine, la perenne insoddisfazione che ci muove, l’inesausta spinta a protenderci oltre i nostri umani limiti.

Ma questi templi aggrappati alla montagna raccontano anche la nostra incompletezza, la nostra fragilità. Il bisogno d’infinito non è che la proiezione di una finitezza tanto ineluttabile quanto inaccettabile ed inaccettata, la fame di sapere null’altro che un’ammissione di ignoranza, ed il piccolo e fragile Uomo solo una scimmia, nuda e supponente, intenta a lanciare il suo grido di sfida al vuoto cosmico.

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3 thoughts on “Templi della conoscenza

  1. O frati che per cento milia

    perigli siete giunti a l’occidente,
    a questa tanto picciola vigilia

    de nostri sensi ch’è del rimanente
    non vogliate negar l’esperïenza,
    di retro al sol, del mondo sanza gente.

    Considerate la vostra semenza:
    fatti non foste a viver come bruti,
    ma per seguir virtute e canoscenza.

  2. Tralascio il lato poetico per parlare di quello ”itinerante”: trovo affascinante andare alla Canarie per osservare il cielo, mentre tutti gli altri osservano il mare. ben fatto…

    Yod

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