Jackson C. Frank


Correva l’anno 1986 ed il sottoscritto si ritrovava indosso una divisa, a svolgere il servizio militare in quel di Portogruaro (VE) alla caserma "Capitò". Nei lunghi ed inutili mesi di leva obbligatoria mi si offriva, tuttavia, l’occasione di conoscere uno spaccato molto vario di umanità, e di condividere ed approfondire numerosi interessi. Uno tra questi, che nella mia limitata cerchia di frequentazioni non avevo avuto modo di sviluppare riguardava la musica.

Poco prima di partire avevo infatti acquistato una delle invenzioni fondamentali di quel periodo, il "Sony Walkman", apparecchio capostipite degli attuali e diffusissimi iPod, in grado di rendere la qualità acustica della stereofonia, prima relegata ad imponenti ed inamovibili impianti casalinghi, facilmente trasportabile, sotto forma di agili musicassette, pressoché ovunque.

Dopo un’infanzia ed un’adolescenza trascorse ad assorbire passivamente quanto trasmesso da radio e tv di stato (a casa dei miei non si concepiva nemmeno lontanamente la necessità di "scegliere" la musica da ascoltare), la magica scatoletta a pile mi offriva finalmente l’opportunità di approfondire una materia nuova ed affascinante.

Ma "cosa" ascoltare, soprattutto senza spendere cifre di cui all’epoca non disponevo? A questa domanda venne bizzarramente in soccorso la mia assidua frequentazione di librerie, incluse le cosiddette "Remainders", specializzate nella rivendita sottocosto di edizioni invendute e fondi di magazzino.

In una di queste ebbi la fortuna di trovare numerosi fascicoli di una pubblicazione da edicola intitolata "Il Rock storia e musica", dove ad uno striminzito fascicoletto critico era allegata tanto di cassetta con i successi più significativi del relativo artista. Il passaggio dal "nulla" (o poco più) dei "Festival di Sanremo" alla ricchezza e varietà della produzione musicale anglosassone dei decenni precedenti fu traumatico quanto entusiasmante: Bob Dylan, Jimi Hendrix, Bruce Springsteen, I Police, Frank Zappa… c’erano più energia, idee musicali, emozioni in quella manciata di nastrini di quanti ne avessi incontrati nei lunghi anni di ignoranza giovanile, pazientemente coltivata dai redattori di polverosi palinsesti televisivi.

Non saprei dire se quella rivoluzionaria invenzione mi "salvò la vita", ma di sicuro mi ha evitato crisi depressive profonde. Potevo infilarmi le cuffiette sulle orecchie ed ascoltare la voce di Bruce Springsteen cantarmi della libertà fuori dalle mura della caserma, mostrarmi "la luce in fondo al tunnel". Potevo lasciare che la chitarra di Jimi Hendrix illuminasse di colori acidi e psichedelici il grigiore della mia vita in uniforme, o lasciarmi convincere da Bob Dylan che "i tempi stanno cambiando".

Ragionando anche di queste cose nelle lunghe ed inutili serate passate nei bar nelle ore di "libera uscita" finii con lo stringere amicizia con un ragazzo milanese, Andrea, lui sì appassionato di musica fino alla radice dei capelli, onnivoro e con gusti decisamente affini ai miei. Andrea diventò in breve il mio "spacciatore di musica strana", e cominciò a sgrezzare la mia rudimentale comprensione dei diversi generi musicali, erudendomi sulle differenze tra folk, blues, rock, jazz, country, fusion, new age, progressive, pschedelia e quant’altro.

Andrea aveva una sterminata collezione di migliaia di vinili, acquistati usati nel corso degli anni presso negozietti di settore, bancarelle e fiere, che si accresceva in continuazione. Divorava riviste di settore, "Mucchio Selvaggio" e "il Buscadero" in testa, per poi andare a rovistare tra l’usato in cerca di dischi ed artisti sconosciuti ai più. Non di rado tornava dalle licenze con manciate di cassette appena registrate dei suoi più recenti acquisti, e per solito mi sottoponeva quelle che pensava avrei trovato più interessanti.

Mi passava queste cassette, io le ascoltavo e poi commentavo: "questo mi piace… questo no… questo mi emoziona… questo mi lascia indifferente… questo è sincero… quest’altro è finto…" e via così. Un giorno mi confessò cosa lo stupiva di me e del mio rapporto con la musica: "io leggo recensioni di gente che ha passato la vita intera ad ascoltare dischi" mi confessò "diversi li frequento di persona, gente che conosce pressoché tutto lo scibile musicale prodotto fino ad oggi. Scrivono ed affermano cose sulle quali spesso non mi trovo d’accordo. Tu, al contrario loro, di queste cose non sai quasi niente, conosci quattro dischi in croce, hai abissi di ignoranza sconfinati ancora da colmare (niente da eccepire, ero il primo ad ammetterlo) eppure ascolti la musica ed istintivamente mi dici le stesse cose che ne pensano loro. Non capisco come sia possibile!"

Una delle principali fonti di divergenze tra noi era un tale Frank Marino, virtuoso della chitarra sullo stile di Hendrix. Andrea era un suo fan sfegatato mentre io, pur adorando Hendrix, trovavo Marino insopportabilmente noioso. "Non c’è emozione in questa musica" gli spiegavo, "solo tecnica. Niente cuore, solo cervello. È musica cervellotica… mi sembra di ascoltare un tizio che si masturba mentalmente suonando una chitarra!".

Un bel giorno se ne tornò con la consueta manciata di nastri, tra i quali figurava quello di un tale "Jackson C. Frank". Me lo fece ascoltare e me ne innamorai pressoché all’istante: canzoni per voce e chitarra dietro le quali aleggiava una tristezza infinita. Volevo saperne di più, ma nemmeno lui ne aveva mai sentito lontanamente parlare. Un disco come decine di altri, di uno sconosciuto cantautore inglese degli anni ’60, tanto poco importante da essere ormai dimenticato. Un autore "minore", di cui a vent’anni di distanza si era persa ormai la memoria.

Seguì un dialogo di questo tenore.
Io: "Questo me lo devi assolutamente registrare"
Lui: "Questo? Ma sei sicuro? Questo qui non è nessuno!"
Io: "Non importa. Lo trovo bellissimo, struggente…"
Lui: "Frank Marino no, e un emerito sconosciuto sì? Proprio non ti capisco!"

La musica triste non ti "tira su" nei modi classici, non ti dà una "botta di allegria". Però offre conforto, ti dice: "non sei il solo ad essere triste, ascolta, sono triste anch’io, anzi, sono molto più triste di te, ma possiamo andare avanti, possiamo trasformare questa tristezza in qualcosa di bello". In quel periodo io non ero in grado di comporre musica… trasformai la mia tristezza in qualcosa che somigliava a delle poesie, e dovettero passare anni prima che mi fidassi abbastanza da farle leggere a qualcuno.

Quella singola cassetta mi accompagnò per anni. Finito il servizio di leva me ne tornai a casa, lasciai l’università, cominciai a lavorare, mi comprai un impianto stereo, cominciai a leggere riviste musicali, comprai ed ascoltai alcune centinaia di dischi, ma Jackson C. Frank restava un "signor nessuno", cancellato dal tempo, dagli anni e dalla memoria collettiva, insieme alle sue splendide canzoni.

Solo molti anni dopo, grazie ad internet, riuscii a risolvere il mistero di Jackson C. Frank, e mi trovai di fronte ad una storia di sfortuna quasi incredibile. Scampato miracolosamente ad un incendio nella sua scuola, in cui avevano perso la vita la maggior parte dei suoi compagni, il giovane Jackson (americano, non inglese) nei lunghi mesi di convalescenza in ospedale imparava a suonare la chitarra. Dieci anni dopo, come risarcimento per le ustioni che ancora lo segnavano, otteneva 100.000 dollari dall’assicurazione e decideva di partire per l’Inghilterra. Qui finiva col conoscere Paul Simon, che gli produceva il primo ed unico L.P. Due anni dopo, i soldi dell’assicurazione ormai quasi finiti, la scena musicale era cambiata al punto che a nessuno interessava più la sua musica. Le cicatrici fisiche e mentali della sua disgrazia giovanile lo precipitarono in una profonda depressione, che i medici scambiarono per schizofrenia curandola nel modo sbagliato. Ebbe un figlio che morì di fibrosi cistica. Finì a dormire sui marciapiedi. I danni delle ustioni lo paralizzarono. Fu quindi accecato da un colpo di fucile ad aria compressa, sparato da ragazzi che si divertivano a tirare a casaccio in mezzo alla folla ed alla fine morì, per complicazioni polmonari ed arresto cardiaco, nel ’99, all’età di soli cinquantasei anni. Ora tutta la storia è raccontata (in inglese) su Wikipedia.

E, paradossalmente, a distanza di tanto tempo si comincia a riscoprirlo come uno dei grandi interpreti dimenticati di un’epoca ormai troppo lontana. Per me resterà sempre l’oscuro cantautore, che nel periodo più grigio della mia vita ha condiviso la meravigliosa eleganza e tristezza di una manciata di canzoni. Un piccolo grande artista con cui la vita ha giocato una delle sue partite forse più crudeli.

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11 thoughts on “Jackson C. Frank

  1. 1986, un anno veramente strano, malinconico, di perdite, di inattesi cambiamenti…
    Estate 1986 per la precisione; solo una musica triste e struggente può darti consolazione in quei momenti.

  2. Porcogiuda, contro sto poraccio la sfortuna ci si è accanita di brutto…
    Molto interessanti i pezzi dei due link.
    P.s. OT nel 1986 ero a metà delle scuole medie, alle prese con la riabilitazione per i traumi dovuti all’essere stato investito da una tossicodipendente; proprio grazie a quella riabilitazione ho scoperto la vera essenza della bicicletta.
    M!!!

  3. @ tic
    Grazie. 🙂

    @ Mamaa
    Sorry. Mi sa che ho risvegliato qualche ferita addormentata…

    @ M!!!
    Io l’ho scoperta nello stesso periodo, mentre facevo il militare a Portogruaro. Bizzarre coincidenze.
    Magari prima o poi vi racconto come andò.

  4. @Mammiferobipede
    Tranquillo, la ferita é diventata cicatrice da un bel pezzo.
    Però quella sensazione strana, di perdita e crescita insieme, persiste…

  5. Da quando la scoperta di questo post  mi ha portato ad approfondire uno dei tanti nomi che, rispetto a piu recenti e celebri omaggiatori (relativamente, trattandosi nel mio caso di Nick Drake), sembrano appartenere quasi ad un’epoca fumosa e lontana, è come iniziato un ciclo di crescente ammirazione verso questo sfortunato cantautore, assestatosi in questi giorni con l’acquisto ("stranamente" solo in terre straniere, a Parigi) della doppia raccolta "Blues run the game", e a questo punto mi sembra doveroso ringraziarti.

    C’è sempre un’attenzione quasi maniacale nell’ascolto in questi casi, distillato con parsimonia, perchè si sa che non ci saranno altre occasioni. Ed è soprendente quanta forza possiedono queste poche canzoni, non solo dove il passo è apparentemente piu deciso (come "Yellow walls", "don’t look back" o anche una "Carnival" molto Nick Cave ante-litteram) ma anche negli inequivocabili passaggi in cui ogni appiglio sembra inarrivabile, che lo rende molto british a mio parere.
    Di nuovo grazie

    Andrea

  6. "Molto british", infatti.
    Anch’io rimasi molto spiazzato dallo scoprire le sue origini americane.
    Probabilmente le sofferenze vissute gli hanno fornito uno spessore emotivo che richiedeva forme musicali più sofisticate del rock’n’roll di moda a quei tempi, e le ha trovate nella tradizione folk britannica.
    Sono contento di averti aiutato a scoprire questo artista.

  7. Capito qui a causa di Jackson C. Frank. Commento per dire che è un bel post e per dire che ho scoperto da poco Jackson C. Frank con 'My name is carnival'. Mi attirava il nome e la faccia ben strana che aveva.

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