Il crepuscolo di una civiltà

Molti anni fa mi capitò di vedere un documentario sul Colosseo. C’era lo storico e critico d’arte Federico Zeri che commentava un’iscrizione posta attualmente all’ingresso dell’anfiteatro. L’iscrizione è questa (rintracciata su Wikipedia).

Zeri raccontava di come questa lapide, risalente al V secolo, testimoniasse la decadenza dell’impero romano. Cito a memoria: "l’iscrizione descrive un fatto importante, sicuramente costò molti soldi dell’epoca, e fu realizzata ed inaugurata in pompa magna dalle autorità, eppure le scritte sono storte, i caratteri irregolari, al contrario di come avveniva secoli prima, quando l’impero era al vertice del suo splendore. Questa iscrizione ci racconta di come a Roma, capitale imperiale, nel V secolo non ci fosse più un artigiano in grado di scrivere dritto".

Si rendevano conto, all’epoca, di questo declino? Presumibilmente no, dato che non è poi tecnicamente complesso il fatto di incidere il marmo. Semplicemente non erano più in grado di rendersene conto, accettavano questo fatto come normale, sebbene tutt’intorno a loro gli archi di trionfo vecchi di secoli raccontassero una realtà ben diversa.

Da quel giorno lontano un dubbio mi attanaglia: saremo in grado, noi contemporanei, di leggere i segnali del declino della nostra civiltà? In realtà il rischio è di registrarne fin troppi, al punto da restare confusi. In primis c’è un declino etico-morale della nostra intera classe politica, un pressappochismo diffuso, un muoversi dove tira il vento, accompagnato da un crollo evidente nello standard culturale richiesto a chi dovrà prendersi cura della cosa pubblica. Un popolo che sceglie di affidarsi a gente incolta, che anzi ha della cultura un sommo e sovrano disprezzo, sceglie di mettere il proprio futuro in cattive mani.

Ma i segnali, come dicevo, sono innumerevoli, e disegnano un quadro disperante. La vivibilità nei centri urbani è in costante degrado proprio a causa delle scelte operate da chi ci vive, mentre i pubblici amministratori sono più preoccupati di conservare le proprie ben remunerate poltrone (e carriere) che di operare scelte coraggiose per produrre un corretto funzionamento delle città.

Proprio ieri sono andato a dare un’occhiata al parco di Centocelle, inaugurato in pompa magna meno di tre anni fa ed ora in stato di totale abbandono. Quest’area era nata con molti errori che ne impedivano di fatto la fruizione ai cittadini, come segnalavo all’epoca sul Blog Romapedala in un post che invito ad andare a rileggere.

Invece di correggere quegli errori il parco, a fronte di una scarsa fruizione, è stato chiuso alla cittadinanza… ma non ai nomadi del campo Casilino900, adiacente a viale Palmiro Togliatti, che trovandosi a dovercisi spostare attraverso a piedi o in bicicletta hanno provveduto ad aprire degli opportuni varchi nelle recinzioni, dai quali chiunque può entrare a far danni. Lo stato in cui versano le strutture fresche di inaugurazione è desolante: panchine divelte, alberi abbattuti, sporcizia, polvere e degrado.

Nemmeno mi sento di fare una colpa ai Rom se occupano spazi che la popolazione dei quartieri limitrofi ha abbandonato a sé stessi. Che farsene di un parco pubblico quando si può stare comodamente seduti nel salotto di casa a farsi prosciugare il cervello dalla televisione? Segni di declino, portati di un’opulenza marcescente e destinata presto o tardi a finire.

Cosa potremmo paragonare alla lapide del console romano Decius Marius Venantius Basilius che orna l’ingresso del Colosseo? Qualcosa che dev’essere costato una cifra importante e ciononostante simboleggiare il declino di una cultura? La scorsa settimana l’intera città di Roma è stata tappezzata da questi cartelloni pubblicitari.



Che dire? Il "qualcosa in più" sono forse gli errori ortografici? Davvero nessuno se ne è accorto di quella "i" in tutto l’iter di ideazione progettazione grafica e stampa? Oppure ipotizziamo che sia stata una scelta volontaria, una trovata che qualche pubblicitario ha magari ritenuto "geniale", il risultato è che per la maggior parte delle persone che hanno letto il cartellone ora "effervesciente" si scrive così, sbagliato. Complimenti al creativo. Almeno questi manifesti non dureranno venti secoli… ed in ogni caso la nostra pretesa "civiltà" durerà molto meno, sono disposto a scommetterci.

16 thoughts on “Il crepuscolo di una civiltà

  1. Altro che cartelloni dell’acqua minerale, segno di squallido ed inequivocabile decadimento é stato sicuramente l’uso di P.zza del Popolo per il grande (?!?) lancio del digitale terrestre… di mediaset!! Con grandi spettacoloni culturali come i “ragazzi del grande fratello” e “i ballerini di boing”!!
    Senza contare che sul sito del comune di roma (si, lettera piccina!) l’evento era pubblicizzato alla grande come fosse chissà quale cosa importantissima.
    Volevo vomitare.
    Mi sembra che fosse si e no di 6 mesi fa la decisione di concedere le piazze storiche solo per eventi culturali….

    Cmq ieri ero dalle tue parti, a p.zza San Giovanni Bosco c’é stata una bella manifestazione sportiva.

  2. Caro Marco, oltre al tuo, seguo altri blog, probabilmente frequentati da persone affini, con interessi analoghi, conseguentemente, con preoccupazioni simili; diverse volte ho letto post sullo stesso dubbio e la cosa, sebbene preoccupante, mi conforta al pensiero cha anche altri sperino nel cambiamento.
    Come in Fahrenheit 451 ci riuniremo in gruppi per difendere il sapere sperando di non giungere all’olocausto nucleare e che i probabili effetti di “Hubbert” non siano gli stessi.
    M!!!

  3. Sono più che certo che gli atti vandalici nel parco non siano dovuti ai ROM.
    Ci sono troppi lobotomizzati in giro che ormai si arrampicano fino al primo piano di un palazzo per fare ghirigori assurdi, pensare che Basquiat ed Haring sono morti e questi invece sopravvivono.

    Per quanto riguarda la reclame dell’acqua io l’ho interpretata come forma dialettale a napoli pronunciano effettivamente “effervesciente”, il guaio è che nessuno guarda più il vocabolario, non si fa sfiorare da un dubbio ed accetta quello che gli viene propinato senza reagire.

  4. @ Zimisce
    Condivido il termine “apocalittico”. Viviamo in una società che ha progressivamente perso il senso di sé e del mondo, ormai non ne restano che le briciole.

    @ Mamaa
    Come dicevo è ormai tale l’accavallarsi dei “segnali” da lasciarci frastornati. Non escludo, per colmo di paradosso, che chi ha autorizzato quella manifestazione la ritenesse oggettivamente un “evento culturale”.
    Io temo che ormai la maggior parte degli italiani non disponga più delle categorie mentali necessarie a distinguere la cultura dalla me**a.

    @ M!!!
    Sul “cambiamento” avevo scritto una cosa qualche mese fa.
    Mi sembra più che mai valida.

    @ Bikediablo
    I Rom non mi sembra abbiano molto tempo ed energie da dedicare al vandalismo gratuito, quella è roba da ragazzotti ignoranti, nullafacenti e viziati, qualcosa che la nostra società produce già del suo in abbondanza.
    Io temevo che le panchine finissero bruciate in qualche stufa… visto come sono ridotte ora potrebbe non essere l’utilizzo peggiore. Stupido fu realizzarle di legno.
    Sulla pubblicità dell’acqua anch’io ho avuto lo stesso dubbio (magari l’agenzia pubblicitaria è di Napoli…). Di fatto l’errore è troppo subliminale per poter avvalorare la tesi di una scelta intenzionale.

  5. MB si rivela geniale come sempre.
    Due cose:
    1) il degrado di Roma devo dire che mi era saltato agli occhi quando, due anni fa, ci sono stata per il mio esame da professionista. Ero appena tornata da Parigi e devo dire che questo ha avuto il suo peso. Il parallelo che ho fatto era tra il Jarden de Luxemburg e il parco che sta proprio sopra la Domus Aurea (non so come si chiami).
    Il Jarden era una specie di tappeto verde, curatissimo, fiori nelle aiuole, sedie libere da prendere per sedersi, vialetti pulitissimi.
    L’altro parco era erba secca, alberi lasciati a se stessi, panchine rotte, cordoli di cemento dei vialetti a pezzi, polvere. E parliamo di un parco che sta al centro di Roma. Stessa storia per il Circo Massimo: bottiglie e residui di un falò, a due passi dalla Farnesina (se non erro). Ricordo che ne ero rimasta scioccata. Ora, che a Parigi piova di più, va bene, è più facile avere erba verde. Ma tutto il resto è dovuto a fattori ambientali o a incuria (dell’amministrazione e di chi quei parchi li usa come tiri a segno?)
    2) Per la reclame dell’acqua: non hai idea di quanti refusi e cazzate si trovino in giro. Qualche giorno fa ho trovato in un bar una copia della Padania, a parte i temi (che era logico aspettarsi) non hai idea del massacro della lingua italiana. Tanto per gradire: “una malattia del quale era afflitto”. Credi che qualcuno si sconvolga? No, anzi, è il parlare del popolo, caro mio.

    Yod

  6. Il parco di cui parli si chiama Colle Oppio. Ci andavo a giocare da bambino, quando la mia famiglia abitava all’inizio di via Cavour, e mia madre ci portava a piedi fin lì quasi tutti i giorni. Andare a piedi, quarant’anni fa, era normale.
    Quel giardino ha subito un progressivo degrado con l’invecchiamento della popolazione del quartiere e l’involuzione umana e culturale della città.
    Il fatto che nei dintorni sia fortissima una presenza organizzata dell’estrema destra eversiva non penso sia scollegato alla situazione di generale degrado.
    La cosa peggiore è rendersi conto che si tratta di un processo lentissimo e progressivo, una sorta di “gutta cavat lapidem”: un ramo rotto oggi, della spazzatura abbandonata domani, una panchina sfasciata e non riparata, alla fine il parco diventa talmente brutto da venire abbandonato, e mentre si spendono risorse per raddoppi di tangenziali e centri commerciali un pezzo di città va in malora.
    D’altro canto “è la democrazia, bellezza”, se fossimo in grado anche solo di desiderare che le cose funzionino, probabilmente qualcosa di meglio si potrebbe fare.
    Ma sai cosa pensa chi vive lì? Provo a riassumertelo: “che ce frega der giardino noi ci’avemo TottiGol!”

    Sul “parlare del popolo” mi fai tornare in mente la Svizzera. Ho degli amici che ci si sono trasferiti e mi raccontano che l’italiano che si parla lì è quasi un’altra lingua rispetto al nostro. Forse il progetto è proprio questo: “divide et impera”. Ma io ricordo che un tempo il “popolo” si vergognava di parlar male, si vergognava della propria ignoranza. Ora manca poco che se ne faccia vanto.

    Ma c’è ancora dell’altro: quante volte leggendo un tascabile tradotto si trovano errori dei congiuntivi? Eppure proprio gli antichi romani conquistarono mezzo emisfero grazie alla precisione scientifica del latino. La lingua che parli descrive il mondo: più è povera, più è povero il tuo mondo, più povero sei tu.
    Quoto Nanni Moretti: “chi parla male pensa male, e vive male”. E, aggiungerei io, fa vivere male anche gli altri.

    Ciao, ci si vede nel prossimo Medioevo.

  7. A tal proposito sottolineo solo i continui refusi che trovo nei libri, anche edizioni tipo Einaudi o altro. Che dire…

    Yod

  8. ALT!
    Quella dei refusi nei libri é un discorso a parte, che non riguarda indirettamente la questione “ignoranza linguistica”.
    Il lavoro di correttore di bozze é difficile e impegnativo e quindi ha un certo costo standard a pagina; purtroppo oggi per risparmiare le case editrici si affidano a gente che offre il prezzo migliore, ma che in realtà non é professionista, si improvvisa tale!
    Così correttori con fior di esperienza e anche una certa età si vedono soppiantati da pischelletti freschi di laurea, ma che si svendono per pochi eurazzi, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
    Questo progressivo declino del lavoro l’ho constatato in diversi settori, anche il mio (contabilità); dove prima vigevano regole ferree per evitare multe salate o conseguenza peggiori e quindi si prediligeva gente con esperienza, ora a seguito “dell’alleggerirsi” di qualsiasi punizione le aziende per risparmiare prendono il primo che capita e lo mettono a fare cose che non lo competono, senza controlli con i risultati catastrofici ovvi di: abbassare il livello qualitativo del lavoro realizzato, abbassare gli stipendi (se vuoi lavorare ti devi adeguare al ribasso) e senza che tali persone imparino nulla e quindi anche la loro crescita lavorativa é praticamente azzerata!
    Ma che volete, ormai siamo in una società in cui il primo che si sveglia la mattina, pur senza titoli o studi, si improvvisa chirurgo!!

  9. Ops. Io il francese non lo so. Per evitare di sbagliare d’ora in poi scriverò come si legge: Sciarden de Lucsembur.

    Y.

  10. @ Mamaa
    Io sono un perito che si è ritrovato a fare un lavoro da ingegnere, so bene di cosa parli.
    (ma devo anche dire che visti al lavoro, gli “ingegneri”, non sempre risultano all’altezza del proprio titolo di studio…)
    Forse dovrei riciclarmi come correttore di bozze.🙂

    @ Anonimo
    Chi di “cavillo” ferisce…

    @ Yod
    Nous voluons savuar: pour le Giardin de Lussemburgh…😛

  11. Pingback: A piccoli passi | Mammifero Bipede

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