L'impossibile equilibrio

Il mio mondo è diviso in due sfere: la prima è quella della realtà, la seconda quella del pensiero e dell’immaginazione. Alla prima appartengono le esperienze concrete: mangiare, bere, lavorare, fare l’amore, correre in bicicletta, frequentare persone reali. Alla seconda appartengono le esperienze mediate dalla scrittura: la lettura, lo scambio di corrispondenza, i diari, la fotografia e più recentemente tutte le forme di attività comunicative veicolate dal "web 2.0" che in molti definiscono "la grande conversazione". Questi due mondi, che dovrebbero idealmente completarsi a vicenda, rimangono invece mutuamente autoescludenti, producendo una marcata sensazione di schizofrenia.

Nel corso degli anni ho provato in molti modi a far convergere mondo reale e mondo immaginario, senza tuttavia produrre grossi risultati. Il mondo immaginario è in parte un riflesso, un’elaborazione, del mondo reale, quindi apparentemente non dovrebbero esserci grossi problemi a travasare esperienze dall’uno all’altro. Per fare un esempio: posso immaginare un’esplorazione in bicicletta consultando mappe e siti specializzati, quindi realizzarla coinvolgendo altre persone, da ultimo riportare in rete quest’esperienza per mezzo di un resoconto corredato da immagini, e scambiare "ex post" commenti con i partecipanti "reali" e con altri fruitori del solo resoconto. A tavolino sembrerebbe un circuito perfetto, invece in questo travaso manca sempre un qualcosa, certo non ben definito, ma essenziale.

È come se il "mondo virtuale", quello generato dall’interazione tra la nostra immaginazione e le tecnologie informatiche recenti e passate (intendo in questo includere libri, cinema ed altri mass media "datati"), sfuggisse implicitamente le categorie dell’esperienza concreta, distaccandosene e costruendo una sorta di "universo parallelo" suo proprio, in cui ogni tentativo di contatto con il reale finisce in una sorta di frustrante vicolo cieco. Così le "conversazioni digitali" restituiscono una minima soddisfazione rispetto a quelle reali, le foto un’ombra lontana di quello che si è davvero visto, i racconti un "sentito dire" di ciò che si è sperimentato. L’impressione risultante è quella di assistere ad un banchetto senza poter realmente mangiare. Di star guardando e svolgendo un film astratto senza riuscire a venirne fuori.

Ora come ora mi sembra che tutte le forme immaginate dall’uomo nei secoli per tramandare le idee abbiano generato un mondo di conoscenze sconfinato col solo risultato di imprigionarci al suo interno. Le tecnologie informatiche veicolano i nostri contatti interpersonali ma, al tempo stesso, contribuiscono ad isolarci gli uni dagli altri facendo apparire superflua la vicinanza fisica. Sostituiscono la necessità del contatto con una parvenza di contatto, al tempo stesso insoddisfacente ed in grado di ingenerare dipendenza. Il "World Wide Web" è una ragnatela, come dice il nome, in cui siamo ormai invischiati e prigionieri, e quel che è peggio ci sono invischiati anche i nostri migliori amici.

Oppure potremo ribaltare la questione, e descrivere invece un pendolo che ci porta a rifugiarci nei mondi immaginari per sfuggire una realtà noiosa e spiacevole, salvo poi scoprire, per l’ennesima volta, che i mondi immaginari alla lunga sono molto meno interessanti di quello reale, e via oscillando. Magari è davvero un problema di insoddisfazione, inesauribile motore che ci porta all’azione. Condizione frustrante quanto irrinunciabile.

Cosa ci resterà, fra qualche anno, di tutte queste giornate e serate passate a batter tasti e cliccare icone di fronte ad un monitor? Le conoscenze che acquisiamo e sviluppiamo nel farlo varranno il prezzo umano ed il dispendio di vita che ci costano? Sapremo farne un buon uso, o resteranno soltanto competenze superflue, accessorie, rapidamente obsolete? Per il momento non ho risposte, ma il fatto stesso che stia utilizzando, per analizzare il problema, quegli stessi strumenti che ritengo responsabili del problema stesso è già un sintomo preoccupante di quella schizofrenia che menzionavo all’inizio.

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17 thoughts on “L'impossibile equilibrio

  1. Sono un po’ perplessa.
    O forse mi manca un passaggio.
    Perché dopo aver studiato e organizzato in virtuale un’uscita, ti senti estraneo o comunque “virtuale” se poi l’uscita si é effettivamente realizzata?
    Potrei capire se dopo tanto lavorarci su alla fine non fossi riuscito a viverla nella realtà o anche solo magari a viverla con coloro con cui l’avevi programmata, questo ultimo potrebbe sicuramente dare una sensazione di irreale… almeno a me fa così quando non riesco a condividerla.
    Non so, forse dovrei rileggermi il post.
    Cmq un’altro fattore che sicuramente crea un certo distacco dalla realtà é che negli scambi “virtuali” manca tutta una parte importantissima della comunicazione: il linguaggio del corpo, le espressioni, le intonazioni della voce, lo sguardo dell’interlocutore che dice molto più delle parole.
    Succedo poi che quando incontri “dal vivo” le persone con cui “chatti” tutti i giorni si crea un certo imbarazzo, come se si incontrasse un estraneo; almeno io questo ho notato in varie occasioni.
    Ma forse ho capito fischi per fiaschi (come al solito) o probabilmente hai ragione tu…. sei schizofrenico!
    Tranquillo, é curabile!!

    😛

  2. Il dilemma è senza soluzione, un pò come l’essere o non essere di shakespeariana memoria, tanto per svaccare negli esempi. D’altronde la vita è un dramma che oscilla tra due o più verità.
    Il mondo virtuale non esclude quello reale. A volte può essere un rifugio, altre uno strumento. Dipende, in questa oscillazione, dove ci poniamo noi….ma se il mondo virtuale non ci aiuta nella vita reale, anzi ci limita, allora un pò c’è da correggere il tiro.
    Ciao!
    Alga

  3. E comunque solo grazie a questa realtà virtuale posso vedere foto belle come quella che hai messo in testa al post: bellissima!

    PS: ti ho “rubato” la tecnica della fotocamera capovolta, con ottimi risultati. Grazie

  4. @ mamaa
    Non so se servirebbe rileggere il post, a volte ho l’impressione di provare a mettere a fuoco delle idee indistinte senza riuscirci…
    Nel caso dell’uscita in bici è come se le due parti dell’intero processo non appartenessero l’una all’altra. Mentre pedalo mi sembra del tutto astratto il processo di elaborazione on-line, e quando scrivo e commento il resoconto mi sembra una cosa a sé stante più che una “necessaria conseguenza” dell’escursione. E più gli anni passano, più mi sembra che la forbice si divarichi, per cui penso che sia un meccanismo insito nel processo stesso di “virtualizzazione” delle esperienze.
    Sui limiti della “comunicazione asincrona” avevo già scritto più di un anno fa, esprimendo più o meno le tue stesse considerazioni.

    @ Alga
    Non sempre è facile distinguere il contributo del “virtuale” al “reale”. Da un lato ci consente di fare cose altrimenti irrealizzabili, dall’altro monopolizza molto del nostro tempo escludendo altre possibilità.
    Il discorso qui è un altro: se sia possibile vivere “reale” e “virtuale” come due facce di un’unica esperienza, o non piuttosto come due eventi distinti ed incomunicanti.
    Ultimamente è quest’ultima la sensazione che mi rimane, e non mi piace molto.

    @ Mago
    Mostrando tutto quest’entusiasmo per un’unica foto ridotta a francobollo mi fai quasi sentire in colpa per il fatto di privarti di tutte le altre. Penso che una visione su schermo HD di tutto il viaggio sul Camino de Santiago richiederebbe la rianimazione d’urgenza. 🙂
    Cmq. la foto che illustra questo post (la mia bici “Pino” sulla cima di Monte Nerone) è attualmente il mio desktop dell’ufficio. Data l’importanza che hai tributato alla versione “nana” penso ti interesserà una versione a dimensioni più decenti.

    P.s.: Se vuoi vedere l’originale (del monte) perché non approfitti del fatto che il giro d’Italia ci passerà tra un paio di settimane, aggregandoti al gruppo che sto organizzando sul forum CicloAppuntamenti?
    L’alloggio è spartano ma molto economico, e i posti a disposizione sono ancora parecchi. Se non ti interessano i giri in mountain bike che faremo noi, estendi pure l’invito ai Diavoli Rossi e a tutti i frequentatori di RomaPedala. Ti garantisco che pedalare da quelle parti è talmente bello da far passare per un po’ la voglia di farlo una volta tornati a Roma.
    🙂

  5. Ciao Marco! “Che ci resterà” è la domanda sbagliata. Niente rimane … che potremmo definire, ma direi che non dovremo separare virtuale e reale. Da sempre ci sono forma e materia, idea e materiale. Prima c’è l’immagine mentale, il concetto – poi la cosa che nasce (das Ding). E noi non chiacchieramo per sprecare tempo – anche tu, penso, stai inseguendo un qualsiasi progetto non da definire; in ogni momento stiamo cercando di capire meglio, cerchiamo di costruire il nostro universo e la nostra anima tramite comunicazione e incontri reali. L’importante è che arrive qui dentro di te. Tutte le cose che incontri dovrebbero unificarsi dentro di te. Forse pensi troppo di te e scrivi troppo di te – le risposte sono quà fuori perché fuori è dentro ciao saluti Manfred.

  6. Scusa, Marco, non volevo dire “troppo”, anch’io penso molto e scrivo molto su di me, è il senso di tutto, parlare ed avere risposte per imparare. Proprio questo scrivere significa mettere qualcosa fuori di se, metterlo a discussione, e spesso, scrivendo, si capisce di più. Quando scriviamo discutiamo con noi stessi. – Forse abbiamo paura di sbagliare, e di aver perso il nostro tempo … io ho fatto troppe cose da solo, non è la cosa vera, le cose vere sono le cose reali con altri e con il corpo! Ciao Manfred.

  7. Il pregio della comunicazione digitale è che annulla le distanze e raggiunge molti rapidamente.

    Il difetto è che è comunicazione esclusivamente intellettuale e non corporea, fisica.

    Dipende da cosa si va cercando… A me un misto dei due non dispiace.

  8. @ Manfred
    E’ vero che scrivo molto di me, ma è una maniera di scrivere del mondo. Analizzo il mondo partendo da me stesso, e viceversa. Penso sia l’unica maniera onesta di procedere. Dissertare in maniera astratta e distaccata sui massimi sistemi non fa al caso mio.
    Quanto alla “paura di sbagliare, e di aver perso il nostro tempo”, è una cosa implicita nel fare. A questo punto dovrei esserci quasi rassegnato: commettere errori e sprecare il mio tempo sono due tra le cose che mi riescono meglio…
    😦

    @ Lug
    Il senso di questo post è proprio di rimettere in discussione quanto hai testé affermato. 🙂
    Il fatto positivo che “la comunicazione digitale raggiunga molti rapidamente” è compensato, in negativo dalla quantità di “rumore di fondo” che li raggiunge contemporaneamente al nostro “segnale”, ed alla debolezza intrinseca del “segnale” in sé. Nella pratica abbiamo l’illusione di star comunicando, ma il risultato effettivo ne è solo l’ombra: scadente, poco incisivo, spesso inutile.
    La cosa peggiore è che tutti, oramai, viviamo immersi, senza rendercene conto, in una sorta di “nebbia di bit” che offusca la comprensione di quello che apprendiamo. Io sento di star facendo, con questo blog, un tentativo generoso quanto sostanzialmente inutile di comunicare idee “all’esterno”. Per farti un paragone, la sensazione che ho è quella di star gridando in una piazza in cui tutti contemporaneamente gridano per dialogare con quelli più lontani, mentre nessuno/a ascolta i propri vicini…
    La comunicazione digitale (ma forse più “gli utenti”) non dispone ancora di filtri adeguati a separare ciò che è “segnale” dal rumore di fondo. La “grande conversazione” immaginata anni fa si è tramutata in un incessante brusìo il cui risultato finale è solo quello di renderci tutti più stanchi.

  9. Dice Marco: “La comunicazione digitale (ma forse più “gli utenti”) non dispone ancora di filtri adeguati a separare ciò che è “segnale” dal rumore di fondo”.
    I filtri forse dovremmo attivarli da noi stessi: nessun altro può darci un discrimine per stabilire quali siano le cose di sostanza e quali i contenuti superflui.
    Per passare da un modo virtuale ad un altro: ormail la TV mi sembra un contenitore di soli contenuti superflui…dovrò buttarla?
    Comunque non demonizziamo troppo il mondo dell’evasione”. A volte aiuta: come sognare ad occhi aperti ogni tanto fa anche bene!
    Ciao.
    Alga

  10. Alga (appropos. non mi riesce di collegare il tuo nick a nessuna faccia nota…), io di “filtri” ne ho provati parecchi, ma non mi sembra ancora di averne elaborati a sufficienza. Internet, per un curioso come me, è come trovarsi di fronte ad un buffet perennemente imbandito e spizzicare di qua e di là: non riesco a smettere. Ci sono già evidenze scientifiche di forme di dipendenza dalla rete, per cui immagino che alla stessa maniera per cui non abbiamo inibitori metabolici all’uso delle droghe, così non abbiamo inibitori equivalenti per la quantità d’informazione di cui ci nutriamo.
    Per tornare al tuo paragone successivo: diverso è l’approccio alla tv di un bambino/ragazzo rispetto ad un adulto… il bambino ci rimane incollato finché non si addormenta, l’adulto valuta se ci sono cose interessanti, e se è il caso la spegne. Ma quanto ci ha messo ad elaborare i necessari “anticorpi intellettuali”?
    Ecco, io penso che nel caso di internet ci troviamo di fronte ad un’innovazione talmente rapida ed in continuo divenire rispetto alle tante cose di cui abbiamo esperienza da non darci semplicemente il tempo di comprenderla a fondo ed elaborare delle contromisure. L’evasione è fondamentale come antidoto allo stress, ma una forma di evasione che richiede un impiego pesante delle proprie capacità mentali finisce con l’aggiungere stress e stanchezza, anche se regala delle soddisfazioni.
    Ma il discorso è troppo lungo, penso richiederà lo spazio di un intero futuro post.

  11. Ricordo quando ero ragazzino che parlavo ore, dico ORE, al telefono con l’innamorata o pseudo tale del momento.
    Plausibilmente i nostri nonni scrivevano lettere lunghe svariate pagine.

    Lo strumento è amorfo, il computer di suo, è stupido.
    Una mente intelligente può, volendo, argomentare (polemizzare) su tutto e prendere, a seconda dell’umore, questa o quella posizione senza necessariamente condividerne appieno alcuna delle due.
    Mi sembri un pò così.
    Il web è uno strumento geniale, unico, più potente del telefono, che già ci ha messo potenzialmente in contatto tutti (non parliamo dell’onnipresente cellulare…)
    Immagina cicloappuntamenti senza il web, come dice Alga.
    Forse è il tuo amore per la parola scritta che ti rende così ‘pseudosuccube’ dle web, o no?

    Ma viviamo in un’epoca di ‘singolarità tecnologica’, come dicono gli esperti; cioè abbiamo più tecnologia accessibile di quanto in effetti riusciamo ad utilizzare (o ci lasciano utilizzare…)
    100 ani fa non avresti fatto un blog, probabilmente aversti scritto libri, libelli, lettere saggi o quant’altro, e ti saresti chiesto il senso di tutte quelle ore passate ad intingere il pennino nell’inchiostro…

    Le parole poi,giocoforza, sembrano dover avere un qualche significato compiuto per funzionare.
    Ti piace scrivere, ed oggi hai dato voce a questi pensieri.
    certe volte è meglio la musica, che non deve significare niente, anche se dice tutto di chi la compone e di chi e come la suona…

    Comunque la tua ‘musica verbale’ è sempre piacevole da ‘ascoltare’.

    Puravida

  12. Messa così sembro un sofista… in realtà cerco solo di non vedere solo un lato della questione.
    Come in questo caso: mi sembra che dopo gli entusiasmi iniziali (diciamo quelli degli ultimi dieci anni), si possa approcciare la materia “internet” con un occhio più critico. Non dico che dovremmo tornare a farne a meno, quanto evitare semplificazioni eccessive.
    Si comunica più in fretta, con più persone, ma al prezzo di “trasmettere meno”.

    Poi, sì, mi piace scrivere, ma anche ragionare. Mi piace far lavorare il cervello, far fare ginnastica alle idee. E anche se questo è un mezzo limitato sotto moltissimi aspetti non riesco ad immaginare come questa specie di conversazione avrebbe potuto svilupparsi altrimenti.
    🙂

  13. Su questo post mi autocito spudoratamente prendendo pari pari una roba scritta sul libro di Urizen:

    Fattore 1 (partendo dal buon Meyrowitz): c’è stato un progressivo arretrare della zona zona pubblica (palcoscenico) verso la sfera privata (retroscena), con l’avvento della tv. Con l’avvento della tv la vita privata dei personaggi noti è pubblica, non c’è più delimitazione.

    Fattore 2: l’evolversi dei media ha fatto sì che sempre più persone
    avessero accesso ai media stessi (leggi informazioni). Per leggere
    un libro ti serve un codice (saper leggere, come minimo), la radio è
    comunque un media che richiede partecipazione dall’ascoltatore, la tv invece è un media che ti dà tutti, è accessibile alla massa.

    Ma: che cosa accade con internet?
    (E qua entriamo nella mia teoria). Dunque: se la tv ha allargato la
    platea di “destinatari”, ma rimane sempre accessibile a pochi “mittenti”, internet ha fatto saltare anche questa ultima delimitazione.

    Quindi:

    Fattore 1-2: non solo la vita privata delle persone pubbliche è pubblica, ma anche la vita privata delle persone private (vedi Facebook)

    Fattore 2-2: non solo non c’è più un codice per il destinatario,ma anche per il mittente. Se io ho un telefonino e un accesso alla rete, posso comunicare, potenzialmente, con tante persone quante ne raggiunge la Bbc.

    Risultato: le informazioni sono accessibili a chiunque e trasmissibili da chiunque. Ergo, è quanto mai inutile tenerle nascoste.

    Lì si parlava del perchè gli Usa ammettono ora la tortura e prima no, ma il discorso credo sia applicabile a più scenari.

    Yod

  14. ciao Marco sono Laura, ho letto ora il tuo post ( si dice così?) non ho molta esperienza di mondi virtali, non riesco ad entrarci. Sono su Facebook, ma non ci vado quasi mai. La verità è che questo tipo di comunicazione mi annoia e non mi affascina. Mi sembra che faccia perdere tempo. E poi sì, è anche qualcosa di irreale, ma sprattutto manca di freschezza del gesto , della voce. Ti immagini se recetassimo via internet? e la gente ci vedesse sullo schermo? avremmo azzerato l’emozione! Non lo so , forse sonotroppo vecchia ma trovo la comunicazione virtuale utile per risolvere problemi, per lavoro ecc. mentre nella vita reale ho bisogno di toccare con mano, , di discutere con te ( magari animatamente)dal vivo , di vedere se un viso sorride o si oscura . Insomma delle cose basta vedere l’uso che se ne fa. Perchè dovremmo passare serate a battere sui tasti? anche adesso non sarebbe stato meglio parlare a voce ? per es. non riesco a leggere tutti i commenti : ci vuole una vita!e la vita non è poi così lunga. Baci

  15. @ yod
    La parola chiave di tutto il tuo ragionamento (e in qualche modo anche del mio) è: “potenzialmente”.
    La televisione arriva “nel concreto” a milioni di persone, ed in maniera molto efficace e pervasiva. Internet è teoricamente in grado di raggiungere milioni di persone, ma di fatto ognuno/a di noi ne raggiunge, nel migliore dei casi, poche decine. Le statistiche di questo blog te lo possono dimostrare con notevole efficacia (e non ritengo dipenda dalla bassa qualità dei contenuti).
    È vero che l’accesso alla rete ha rimesso in discussione tutta una serie di sistemi comunicativi “verticali” (broadcast), rendendo possibile una comunicazione “orizzontale” (peer-to-peer), ma non li ha ancora significativamente intaccati. L’atomizzazione della comunicazione via internet la rende un oggetto non ancora confrontabile con i prodotti della comunicazione e dell’intrattenimento “professionali”, e lo stesso si può dire della sua efficacia.
    L’esempio al momento più lampante di “rivincita” della rete sui media tradizionali è il caso di Debora Serracchiani, che non solo è candidata alle europee, ma ormai la si trova in giro ovunque nei talk show della “politica delle chiacchiere”, da “Ballarò” a “Otto e mezzo”, a fare quello che non è riuscito, in anni di tentativi, a Scalfarotto. E, pure, resta il dubbio che dietro alla sua onnipresenza ci siano scelte “di apparato”.
    C’è grillo, ma anche lui fa un uso della rete tutto sommato “broadcast”.
    Altro?

    @ Laura
    Questo tipo di comunicazione “ti annoia” perché è una cosa tutta “di testa” e poco o nulla “di pancia”, e già il resto della nostra vita è fin troppo “di testa” per desiderarne altra. Aggiungerei che, visto che è un mondo che, come affermi, non ti appartiene, fai bene a non leggere il resto della discussione. Questo ragionamento serve a me, e a quelli che, come me, nel sogno di una comunicazione “orizzontale” efficace e pervasiva un po’ ci hanno creduto. Il guaio è che, man mano che la rete e le sue dinamiche evolvono, si va verso frammentazioni e dispersioni sempre più accentuate. Invece di convergere verso la vita reale, servendo da strumento per generare situazioni concrete, continua a divergere e disperdere il nostro tempo in inutili “virtualità”

    Recitare su uno schermo? Si chiama “cinema”, con tutte le sue eventuali declinazioni. È più o meno il sogno di ogni adolescente, ma si vede che abbiamo passato quell’età.
    🙂

  16. Ieri un mio amico mi raccontava di essere uscito da Facebook, rendendosi conto che lo assorbiva troppo, e di sentirsi più libero.
    Credo che anche partendo da queste semplici scelte si costruisca il difficile equilibrio di cui parliamo.
    Alga
    p.s. per Mammifero: non mi colleghi a facce note, perchè siamo appunto nel mondo virtuale! Speriamo di rimediare!

  17. Facebook non mi assorbe troppo per il semplice motivo che mi assorbe troppo tutto il resto… Per ora mi sembra un utile trastullo per quando non ho da fare cose più serie (ovvero molto occasionalmente), e per segnalare dove mi si può trovare di persona.

    Ci si vede nel “mondo reale”, allora!

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