Scoprendo Nick Drake

A volte devono passare anni perché le curiosità meno pressanti siano appagate. È una cosa che mi appartiene e che rivendico: non ho mai eccessiva fretta di appropriarmi delle cose che "dovrei conoscere". La mia curiosità è sì insaziabile, ma non frenetica. Il motivo di questo approccio alla cultura dipende da una scelta di fondo, che le cose arrivino quando il tempo è maturo. La fruizione consapevole nasce sempre da una necessità, e la necessità ha bisogno di crescere e svilupparsi.

Questo è il motivo che mi ha portato a scoprire Nick Drake con circa vent’anni di ritardo rispetto alla prima volta in cui ne ho sentito parlare (grazie anche  a Giulia, e a TiC che me l’ha segnalata). A posteriori questo fatto assume un senso che non avrei potuto immaginare all’epoca in cui venni a sapere della sua (passata) esistenza, avvenuta leggendo una recensione molto postuma, in coda ad una rivista di musica rock, nella sezione dedicata ai "dischi da recuperare".

La parabola esistenziale ed artistica di Nick Drake si compie nel volgere di una manciata di anni, sul finire dei ’60. Tre dischi di non travolgente successo, poi la depressione, infine un suicidio dai contorni indefiniti. Ma a questo tragico epilogo fa seguito una rivalutazione postuma della sua opera. La straordinaria eleganza delle sue composizioni ne fa ben presto un oggetto di culto tra gli appassionati di musica folk, e più in là tra gli appassionati di musica in generale.

Questo è probabilmente il motivo grazie al quale la mia ricerca in rete di materiale che lo riguardasse ha ottenuto da subito una grande quantità di risultati. Solo su YouTube ci sono più di 2.300 "video" a suo nome! Per un artista vissuto in un’epoca in cui non era ancora consuetudine "impacchettare" musica ed immagini è un risultato che desta stupore. La cosa si spiega scorrendone un po’, ma lo stupore rimane: molte sono "cover", ovvero canzoni sue suonate da altri (ivi compresi musicisti non professionisti che mettono in rete le proprie esecuzioni), altri spezzoni di documentari, ma la maggior parte sono lavori realizzati dai suoi fans sovrapponendo immagini e filmati a puro titolo di commento "visivo" delle sue canzoni.

Ma veniamo al dunque: che effetto fa "scoprire" Nick Drake così tardi, con gusti musicali ormai definiti e sedimentati, oltretutto con quasi quarant’anni di "evoluzione" (lo so, è un termine improprio…) musicale in mezzo? Beh, bizzarro. È come trovare il tassello mancante di un puzzle, riempe un vuoto. La sua musica è come sospesa al di là e al di fuori del tempo, possiede una freschezza che la rende immediatamente affascinante, anche adesso, a quarant’anni di distanza. Se ne possono leggere in trasparenza le radici, e ciò che ne è seguito.

C’è il jazz, che negli anni ’60 si respirava dappertutto, ci sono echi di psichedelia acustica, c’è musica tradizionale inglese, ma il tutto in una rivisitazione molto netta e personale. Viene quasi da pensare che tutto il movimento di "New Age acustica" nato sul finire degli anni ’70 (e che ha avuto in William Ackerman e nella sua etichetta Windham Hill Records degli straordinari alfieri) non possa prescindere da certe sue intuizioni sonore. Ma forse sono solo fantasie, probabilmente Nick Drake è stato solo uno straordinario interprete e catalizzatore di sonorità che in quegli anni appartenevano al comune sentire, ed ora sono come perdute.

È un altro segno dei tempi: un artista di adesso non può riprodurre la sensibilità di un musicista "folk" cresciuto negli anni ’50 e ’60. Non è questione di merito o demerito, semplicemente il materiale sonoro da elaborare è diverso. Non si può più prescindere dal Punk, dal Grunge, dalla NewWave, dalla Disco, dai ritmi semi-industriali della musica House. In tutto questo si è finito col perdere l’abitudine alle sonorità degli strumenti acustici, agli intrecci di chitarre, alla sinuosa vibrazione dei sassofoni. Col perderla noi "pubblico", come pure gli artisti. Si possono coltivare passioni musicali per epoche lontane, ma non sarà mai la stessa cosa che viverci "immersi".

Ogni epoca finisce con l’avere degli straordinari interpreti, quelli e non altri, ed il passare del tempo cristallizza questa unicità, facendo apparire i tentativi successivi di riprodurne le sensazioni unicamente come dei rudimentali plagi. E questo è infine il mio parere ponderato, dopo aver ascoltato negli anni tanta musica, buona e no, e col cuore già pieno di artisti e brani indimenticabili: Nick Drake era davvero un grande. Pur se la sua epoca non lo comprese, ora noi lo adottiamo postumo.

Ascoltarlo è come scoprire qualcosa che ci è sempre mancata, ed ora finalmente ci è data. Ed è forse questa la misura dell’arte: renderci consapevoli di ciò di cui avevamo bisogno, senza che ce ne fossimo mai resi conto prima.

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4 thoughts on “Scoprendo Nick Drake

  1. Anche a me piace molto; leggendo la sua storia si trova soltanto incomprensione ed infelicità; dei tre dischi che pubblicò “Bryter Layter” è quello che preferisco; Pink moon è molto intimista ma poverissimo di arrangiamenti…
    grande cantautore, c’è da chiedersi qual’è il misterioso motivo che impedisce a queste menti di emergere e le fa morire in piena solitudine; è una storia parallela a quella di Tim Buckley…Ciao

  2. In genere tendo a pensare che persone particolarmente intelligenti e sensibili soffrono più degli altri un’esistenza mediamente irragionevole come la nostra, talvolta maturando spinte autodistruttive.

    In una società dei consumi triste e massificata come la nostra spesso terminano la loro esistenza nell’oblio, mi domando se secoli fa, ai tempi del mecenatismo dei nobili la loro vita non fosse mediamente più felice…

  3. io lo sto scoprendo ma ho solo five leaves left, Pink moon e un cover non posso quindi giudicare l’opera completa, di sicuro va ascoltata nel giusto contesto, non è musica per tutti i momenti.
    M!!!

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