Le parole della Crisi

Si menziona la "crisi" e tutti si preoccupano. "Cala l’occupazione", "contrazione dei consumi", "la crisi finanziaria investe l’economia reale". Le parole governano e veicolano il senso di quanto viene affermato, e sono armi per dirottarne strumentalmente il significato.

Proviamo a fare un esercizio. Sostituiamo "cala l’occupazione" con "aumenta la disponibilità di tempo libero". Messa così non suona tanto male, vero? Eppure mi sembra che nessuno dei mass media, dai giornali cartacei a quelli televisivi, abbia fin qui optato per una chiave di lettura di questo tipo.

Andiamo avanti, sostituiamo "contrazione dei consumi" con "rallentamento dell’esaurimento di materie prime", interessante, no? Sembra quasi una buona cosa. In realtà è una buona cosa. Ma non ce la dicono. Ci raccontano solo il lato negativo di quello che accade.

I motivi di ciò sono diversi, ma tutti descrivibili in termini di inerzia. L’inerzia è, in generale, una forza che oppone resistenza al cambiamento. Non conta se il cambiamento sia positivo o negativo, l’inerzia vi si oppone.

Le "inerzie" in gioco in questo caso sono diverse. C’è in primis un’inerzia economica, che vuole la conservazione dello status quo, di questo folle modello votato ad una divinità pagana che prende il nome di "crescita" e richiede continui sacrifici umani.

C’è poi un’inerzia culturale dei nostri media, che privilegia le notizie drammatiche a scapito di quelle di "ordinaria amministrazione", che enfatizza le tragedie per venire incontro alla curiosità morbosa del pubblico, che elemosina attenzione esibendo mostri e drammi umani, che a sua volta alimenta un’altra creatura mitologica denominata "audience".

C’è, non ultima, un’inerzia tutta politica volta alla perpetuazione di privilegi di casta, acquisiti a spese dei diritti altrui, della giustizia, dell’equità. Una riluttanza al cambiamento che, soprattutto nel nostro paese, ha radici ataviche.

Ma basta cambiare le parole per svelare il trucco. Basta, ad esempio, sostituire "crisi" con "cambiamento", "consumi" con "spreco", "lusso" con "superfluo" ed ecco che ogni cosa appare in una nuova luce. Direi addirittura migliore.

È questo che ci ci governa, chi controlla quello che pensiamo, non vuol farci vedere: la positività (potenziale) del cambiamento. E lo fa con le armi della propaganda e con la complicità, consapevole o meno, dei mass media. Ma noi possiamo ribellarci, e smetterla di dare ascolto alle "cassandre" mediatiche per riprendere possesso del nostro linguaggio, dei nostri pensieri, delle nostre idee.

Possiamo, o meglio: dobbiamo. Altrimenti ci troveremo esposti ad un cambiamento epocale, come quello che ci attende, e lo affronteremo con strumenti mentali profondamente sbagliati, rendendolo sul serio una tragedia.

Annunci

11 thoughts on “Le parole della Crisi

  1. Sono assolutamente d’accordo con te.

    Però non dobbiamo dimenticare che decenni di politiche economiche e del lavoro hanno creato una nazione di gente iperspecializzata, che non è più in grado di autoprodursi niente, che non ripara più nulla (usa e getta), e che soprattutto è talmente abituata al gesto del comprare che ha dimenticato la parola “costruire”.

    E’ questo che in realtà spaventa tanto della crisi, rimanere alieni in un meccanismo che tenta di preservare se stesso e tutte le sue contraddizioni.

    Se sei disoccupato in un mondo post-industriale che monetizza tutto sei in rovina, se perdi il lavoro in una comunità solidale aiuti le persone come puoi, e questa ti sostiene.

    Credo che la crisi sarà un ottima palestra per il cambiamento, ci costringerà ad atteggiamenti che anche il più perfetto disegno di tipo culturale mai riuscirebbe a scalfire.

    La crisi è la cura, non la malattia, e la sparizione del denaro e delle rendite finanziarie la sua febbre.

  2. Uhhh, non ti riconosco più: UN POST OTTIMISTA!! Che bello!!
    No, fermi tutti… la cosa dovrebbe preoccupare invece, chi mi dice che sei veramente tu. E se ti avessero fatto il lavaggio del cervello? Se ti avessero sostituito con un baccellone? Se in realtà a scrivere fosse Silvio?!?
    Voglio ed invoco la verifica delle impronte digitali, come in parlamento!!

  3. @ Miz
    Condivido: “la crisi è la cura, non la malattia”, ma non è detto che il malato sopravviva alla terapia.

    @ Manfred
    Sto provando a leggere il tuo post convertito in italiano col traduttore automatico di Google… mi sa che faccio prima a farglielo tradurre in inglese!
    🙂

    @ Mamaa
    Veramente ti sembra un post ottimista?
    (forse mi sono spiegato male…)
    😛

  4. Un bel ragionamento divergente…

    tic

    P.S.
    Spero che, se cambiamento dev’essere, ci lascino le penne solo gli stronzi manager (non solo, attenzione, i manager stronzi).
    E che non tocchi a certi poveracci che conosco.

  5. Come me, per esempio. Sono piuttosto sensibile su questo tema, ahimè, e a dire la verità parlare di “aumento del tempo libero” quando non sai come guadagnarti la pagnotta mi suona di presa per le chiappe. E purtroppo anche sostituire “consumo” con “superfluo” non so se corrisponde del tutto al vero: non credo che siano i consumi “di lusso” a calare, in realtà. Anche se da qualche parte ho letto che per la prima volta sono negative le vendite di cellulari, e questa sì che è una buona notizia. Parla una che ha lo stesso telefono da dieci anni, e dovrebbe essere già distrutto per l’uso che ne faccio.

    Yod

  6. Yod, il problema sta tutto nel come vogliamo organizzarci collettivamente.
    Ovvero, possiamo scegliere di stare tutti mediamente bene, oppure che pochi abbiano tanto e molti quasi niente.
    Possiamo scegliere di avere poche cose e tanto tempo per usarle, oppure di averne tante inutilizzate.
    Possiamo scegliere di lavorare poco per avere poche cose e tanto tempo per utilizzarle, oppure di lavorare tanto per avere tante cose inutilizzate.

    In futro, volenti o nolenti, avremo meno cose, perché energia e materie prime saranno necessariamente meno abbondanti di quanto lo siano state negli ultimi quarant’anni. Questo, a patto di mantenere un’organizzazione minima della civiltà che ci consenta di non morire di fame, significherà lavorare meno, ma anche abituarsi ad avere meno, e a consumare meno (anche meno cibo…).

    Cresciuti come siamo nell’abbondanza, soprattutto di pretese, rimodulare le aspettative sarà compito arduo, ed è esattamente quello che suggerivo nel post.
    Per dire, ieri, domenica, mentre i miei “consimili” si intruppavano in auto per andare ad affollare i centri commerciali (per comprare o sognare di comprare), io con un piccolo gruppo di amici me ne sono stato in bici tutto il giorno, spendendo pochissimo e pranzando in trattoria. E sono stato bene, molto bene.
    Purtroppo, e qui torno sull’osservazione di Mamaa, è la nostra cultura nel suo complesso che sembra assolutamente incapace di organizzarsi per star bene.

  7. Ah, se è così ti quoto in pieno! D’accordissimo con te. Io il fine settimana nei centri commerciali non li ho mai passati e mai li passerò. In più essendo mezza istriana spender soldi è come cavarmi il sangue
    😉
    Ecco, diciamo che il mio commento riguardava la scelta o meno. Se io posso scegliere di passare tempo libero, son contenta. Se è un’imposizione, meno.

    Yod

  8. In realtà io ho come la sensazione che il mondo sia organizzato per “tenerci occupati”.
    A me piacerebbe lavorare meno, anche a patto di guadagnare meno, ma per com’è organizzato il mio lavoro non posso…
    Ma se tutti “scegliessimo” di lavorare meno potrei. Non è una legge fisica l’obbligo di lavorare cinque giorni a settimana, è una cosa che scegliamo noi (“noi” in senso lato…), perché la maggior parte delle persone non sa utilizzare il proprio tempo libero se non spendendo soldi.
    :-/

    Capirai che il problema è sistemico…

  9. Ciao Marco, hai mai sentito parlare della “decrescita felice”?
    Ci stanno trovando casa tutti i miei valori vagabondi…

    UgaSofT

  10. Ho il libro di Latouche in prestito (per la verità da mesi) in attesa di essere letto.
    Che “decrescita” sarà mi sembra inevitabile, che possa essere “felice” lo vedo incompatibile con la stupidità umana.
    Spero di sbagliarmi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...