La Formica nel paese delle Cicale

Lentamente, in sordina, lo stillicidio di notizie sulla crisi dell’economia mondiale filtra attraverso la cappa di ottundimento che i mass media spacciano per informazione. La percezione generale è che ci sia qualcosa che non va, ma probabilmente tutti hanno troppa paura di scoprire esattamente cosa.

È un comportamento che ricorda abbastanza il "nascondere la testa sotto la sabbia": si fa finta di niente, che la crisi sarà passeggera, che tutto tornerà come prima. E d’altro canto la larghissima maggioranza degli abitanti di questo pianeta ha esperienza, nell’arco della propria vita, di un unico "modello", quello della crescita.

Gli altri, i più anziani, hanno ricordi ormai lontani e confusi, offuscati dal pensiero unico della "crescita illimitata" che ha governato le scelte dell’umanità negli ultimi decenni. Ma la crescita non può essere "illimitata", in un mondo finito.

Così scrive Stand sul suo blog "Due Cents", al termine di un lungo excursus sul sistema monetario globale creatosi a seguito della seconda guerra mondiale (pubblicato in tre parti: 1, 2 e 3):

"L’ortodossia economica attuale è giunta al capolinea. La teoria economica assurta a religione non funziona. Non funzionò con Keynes, e non ha funzionato con Hayek e Friedman. La globalizzazione acritica e demente, tutte le balle sul vantaggio competitivo e il concetto di mondo azienda, le delocalizzazioni di massa e l’andirivieni di capitali non han creato ricchezza (se non per pochi speculatori). Hanno solo abbassato il prezzo di una montagna di carabattole superflue e reso il cibo un bene di lusso. Quello di cui hanno paura i banchieri e gli speculatori è che finalmente un po’ di buon senso ritorni e vengano imposti paletti salutari e necessari"

E io mi sento, come da titolo del post, una "formica nel paese delle cicale", fuori luogo e fuori fase. Sono figlio (nipote?) di una cultura contadina che ha sempre valorizzato la parsimonia, la moderazione, la cura degli oggetti ed il riuso, la cultura personale, il buonsenso, in questa "società dello spreco" mi sento, appunto, sprecato.

Tic, in un post molto ispirato sulla perdita di consensi delle rappresentanze politiche della sinistra, punta il dito nella stessa direzione:

"No, perché, insomma… Ve lo confesso, dai: a me è capitato di riconoscermi nel ritratto di chi prova fastidio (è giusto, è giusto: non indignazione, fastidio) per moltissimi dei propri connazionali: quelli che la Maria De Filippi, quelli che il Grande Fratello, quelli che l’Isola dei Famosi, quelli che il calcio, quelli che meno male che Silvio c’è, quelli che Itaaaalia Unooooo!, quelli che ‘sti immigrati bisognerebbe fare come fanno in Spagna che li mitragliano in mare prima che approdino, quelli che ieri erano gli albanesi, oggi sono i rumeni e domani saranno gli eschimesi, quelli che Di Bella aveva sconfitto il cancro ma la Bindi, quelli che l’aviaria, quelli che la sars, quelli che Tremonti aveva previsto tutto, quelli che non sono fannulloni e quindi non hanno niente da temere dal ministro Brunetta, quelli che a mezzanotte va la ronda del piacere, quelli che Padre Pio. Quelli.
(…)
Io (e come me, tantissimi) non ho niente da dire, a quelli là. Non ho proprio niente da spartire, con quelli là.
Perché li detesto. E sono ricambiato di cuore, non ne dubito.
Edmondo Berselli chiama tutto ciò “guerra civile a bassa intensità”.

"Guerra civile" è un termine forte, un’idea "pesante", ma ci consente di applicare strumenti di analisi che altrimenti sarebbero preclusi. Evidentemente è una guerra per l’egemonia "culturale" (in senso lato) del paese, che vede schierati da un lato un potere economico pervasivo e borghese, armato di giornali e tv, dall’altro una "resistenza" formata da un ceto intellettuale impoverito e declinante, che dall’alto di una cultura spesso cattedratica ed obsoleta fatica a mantenere la posizione.

In mezzo c’è la maggioranza del paese, i "civili" tutt’altro che inermi,  piuttosto opportunisti e furbi, che si schierano con chi ha più potere, perdendo via via diritti e potere decisionale. È una strana brutta guerra, su cui mi piacerebbe avere le idee più chiare.

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One thought on “La Formica nel paese delle Cicale

  1. O caspita, finalmente riesco a commentare, finora chissà perchè finora mi era impedito.

    Ah, quello che dice Due Cent lo quoto in piena. Negli altri paesi (vedi Krande Cemania dove è temporaneamente ricercatrice la mia sorellina) si è lavorato in un modo assiduo sulla raccolta differenziata e soprattutto sul riutilizzo.
    Per esempio: perchè buttare via uno yoghurt il giorno dopo la scadenza? Si crede veramente che sia una specie di “bomba a orologeria” che un minuto dopo la scadenza diventa improvvisamnte un pastume putrido e verminoso? Eppure conosco decine e decine di persone che MAI e poi MAI, come quelle decine e decine che odiano la differenziata perchè “Non devo far io il lavoro al posto dell’Iris” (la ditta che da noi si occupa della raccolta).
    Ma ou, si vuole pensare anche un po’ al resto del mondo oltre i confini del proprio io, oppure no? Perchè se va in vacca tutti i confini saltano, eh.

    Yod

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