Mazinga contro il Lupo Cattivo

Sabato scorso me ne uscivo di casa in bicicletta rimuginando la considerazione di UgaSofT in coda al post su "Kung fu Panda": "le fiabe, prima che le stuprassero, erano ricche di violenza, e spesso il "nemico" veniva ucciso, talvolta anche barbaramente. (cut) Sono cose tipo Dragon Ball o i Pokemon, dove ci dev’essere sempre una sdrammatizzazione, che hanno cresciuto una generazione senza valori".

In realtà un confronto diretto tra le fiabe classiche e gli "anime" giapponesi non è proponibile, sebbene di questi tempi una sovrapposizione tra le due cose sia quasi all’ordine del giorno, ed ormai i bambini (e forse anche gli adulti) fatichino a distinguerli. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che diversi cartoni di animazione "seriali" (quelli trasmessi a puntate), proprio per il target cui sono rivolti mutuano modi, forme e linguaggi dal repertorio fiabistico.

Ma si tratta di due mondi diversi. Le fiabe hanno sempre rappresentato, soprattutto in passato, un essenziale canale di dialogo tra adulti e bambini. Narrazioni strutturate in modo da poter essere raccontate ed imparate facilmente, in cui il bambino potesse apprendere come comportarsi in situazioni complesse, esorcizzare le proprie paure, confrontarsi con gli adulti su un terreno culturale posto "a metà strada".

In questo senso la "crudeltà" delle fiabe è il riflesso di epoche in qualche modo ben più crudeli dell’attuale, ed è a quelle epoche che i bambini andavano preparati. La prassi di abbandonare i bambini nel bosco (Hansel e Gretel, ma anche Pollicino) era comune nei paesi scandinavi in periodi di carestia, fino al 1700 in cui i fratelli Grimm la consacrarono. Esistevano i lupi, esistevano gli orchi e le streghe, almeno come tipologie umane di cui diffidare, ed i bambini erano molto più liberi ed autonomi di oggi.

I prodotti di animazione, invece, rispondono sostanzialmente a logiche di "entertainment & merchandising", servono a vendersi alle reti televisive per riempire lo spazio tra una pubblicità e l’altra, ed a vendere bambolotti e prodotti collegati. Non hanno alcuna vocazione etica ma si limitano a scimmiottare gli stereotipi culturali del popolo che li produce e consuma.

Ci troviamo di fronte, insomma, a due fenomeni non assimilabili, ma che tuttavia negli ultimi tempi hanno finito col sovrapporsi, con risultati che definirei, con un eufemismo, "poco entusiasmanti".

Nel nostro paese la mia generazione (1964 e dintorni) ha vissuto il momento di transizione tra l’educazione "classica", dispensata da genitori ed adulti,  e quella "mediatica", veicolata dalla tv. Negli anni ’60 e fino ai primi ’70 la televisione c’era già, ma era molto meno invadente e pervasiva di quanto non sia ora. Esistevano solo i due canali di stato, che trasmettevano in bianco e nero, e lo spazio pomeridiano era riservato alla "tv dei ragazzi".

All’epoca la disponibilità di "cartoons" era abbastanza limitata, dato che prima dell’avvento della tv si utilizzavano prevalentemente nelle sale cinematografiche, prima della proiezione del film. Ovviamente un serbatoio così limitato andava centellinato, ed i programmi per ragazzi erano pieni di persone in carne ed ossa che facevano "cose" mediamente interessanti, ma sempre meno affascinanti dei cartoni animati.

Per arrivare alla serializzazione dei "toons", in tutti i sensi, ci volevano i giapponesi, trasferendo sul piccolo schermo i personaggi delle loro già all’epoca sterminate serie di "manga" prodotte con lo stampino. La estrema prevedibilità e ripetitività delle vicende non turba i bambini, ma anzi produce una rassicurante forma di aspettativa: anche se l’eroe è nei guai alla fine prevarrà. Esorcizzare le paure, dicevamo.
 
Ed il meccanismo è molto simile: anziché la stessa fiaba raccontata più e più volte siamo passati ad innumerevoli narrazioni pressoché identiche, col risultato di fidelizzare il nostro target (bambini, sì, ma con genitori disposti ad assecondarne i capricci) ed influenzarne etica e scelte future.

Il problema, secondo me, non è tanto, o solo, il fatto che i nostri bambini assorbano ore ed ore di "paccottiglia culturale" di basso spessore, seppur realizzata a regola d’arte, quanto che siano lasciati soli a relazionarvicisi, abbandonati alle seduzioni ed alle lusinghe che esperti di marketing hanno messo a punto per prenderli all’amo e bombardarli di onnipresenti pubblicità.

O, se vogliamo, che abbiamo costruito un mondo sacrificato alle automobili, in cui i bambini sono prigionieri della propria fragilità e costretti al chiuso, parcheggiati davanti ad un televisore per ore ed ore. Che poi in tanti "diano di matto", a questo punto, non credo possa stupire troppo.

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11 thoughts on “Mazinga contro il Lupo Cattivo

  1. Come al mio solito parli di manga ed eccomi qua. Stavolta sono d’accordo totalmente. Niente da eccepire. Solo un appunto: i cartoni di oggi, in effetti, sono tutt’altra cosa. Per due motivi:
    1) Non hanno serialità. Puoi guardare una puntata sì e tre no e cambia poco. Ormai una storia che prosegua per 36 episodi è difficile da piazzare, e di solito riservata a ragazzini già cresciuti.
    2) Non c’è (come hai fatto notare) la possibilità della fine non positiva. Per esempio: che io mi ricordi, uno dei miei cartoni preferiti, Lady Oscar (ambiguissimo dal punto di vista sessuale con tanto di scena d’amore fisico) finiva con Andrè (il fidanzato) che moriva, e Oscar pure, nella presa della bastiglia. Difficile vedere ora una cosa del genere. Non che mi interessi molto di Naruto, ma non mi pare il tipo di cartone…
    La serialità è indice del fatto che i piccoli di oggi hanno sempre più difficoltà a tenere alta l’attenzione (me lo conferma Tic). E l’altro è che sono sempre meno responsabilizzati. Ma parlo da non mamma.
    Yod

  2. Yod, prima o poi noi due dobbiamo incontrarci e farci una bella chiacchierata… di cartoni e manga!!!
    Cmq i cartoni giapponesi di oggi ormai vanno decisamente divisi in due tipi: quelli di bassa lega fatti solo per vendere i relativi gadgets e che girano a più non posso su le varie reti, poi ci sono gli OAV di altissima qualità che non trovi in giro (giusto MTV ogni tanto ne propone qualcuno), storie interessanti anche se per un target più adulto (oh, nente fraintendimenti però).
    Quindi per i pargoli bisogna ricorrere a un bel videoregistratore… e vai con i “classici”!!

    Ah, se piace il genere robottoni, ho tutte le 8 puntate del Mazinkaiser e le prime 10 di Kotetsu Sheen Jeeg…

    Mamaa

  3. @ Yod
    Forse ho usato male il termine “serialità”, io intendevo proprio “fatti in serie”, ovvero con minime variazioni del medesimo plot.
    Prendiamo i vari megarobots: il plot standard è:
    1) vicenda qualsiasi personale dei protagonisti
    2) i cattivi sferrano l’attacco
    3) il robot buono interviene
    4) i cattivi vengono sconfitti
    Tanto erano insignificanti le vicende personali dei protagonisti che ti sfido a ricordarne anche una sola (di Goldrake io mi ricordo solo che Actarus andava spesso a cavallo).

    Anche al termine della prima serie di Gundam Mobile Suite il protagonista Peter Rey muore.
    Lady Oscar non l’ho seguito, probabilmente ero già troppo grande, ma ci sono serie che fanno caso a sé, tanto che ad oggi, come appunto segnalava Mamaa, oltre alla produzione più commerciale si realizzano brevi serie “di culto”, mirate ad un mercato di nicchia ed in genere adulto.

    E su questo torno ad una considerazione del mio amico Andrea (che legge i feed, ma forse non i commenti): la concezione giapponese di prodotto d’animazione è diversa da quella occidentale, la sessualità, in Giappone, è vissuta diversamente.
    Questo per dire che mentre qui l’associazione “cartoni animati=bambini” è data per scontata, laggiù è vero il contrario: esistono intere serie di manga/anime per adulti, o comunque post adolescenti, e tanti prodotti vengono sforbiciati e censurati per adattarli ad un mercato che è molto diverso da quello per cui sono stati ideati.
    un caso fra tutti è quello di Lupin 3°.

  4. @ Mammifero: sì, mi sono accorta anch’io dopo aver commentato che il termine serialità tra noi era stato frainteso. Di Goldrake mi ricordo poco, sigh, ero piccolina ma avevo il cappello della scuola materna con la sua effige. Però mi ricordo che quando ero bambinella erano pochissimi i cartoni che terminavano nel giro di una puntata, anzi, non me ne viene in mente neppure uno… Questo costringeva da una parte a seguire la serie fin la fine, dall’altro a seguire lo sviluppo del personaggio, dall’inizio alla fine, con la sua crescita personale. L’ultimo per me splendido cartone che ha raggiunto tali vette era Il mistero della Pietra Azzurra (con richiami non male a Verne Capitano Nemo e Nautilus compresi). Alla fine morivano sia il fratello che il padre della protagonista, lei doveva affrontare tali perdite “crescendo”, visto che all’inizio della saga era una ragazzetta viziata. Adesso, beh… Sailor Moon, per dirne una, rimane praticamente la stessa in cinque serie (e comunque era un anime molto simpatico). Per quanto riguarda gli Oav, sono tutt’altra cosa… e spesso, appunto, neppure pensati per i bambini…

    @ Mamaa: non so di dove tu sia, se sei di Roma Mammifero sa già che sono in debito con lui di una birra, per cui se ti vuoi aggregare… tanto prima o poi di lì passo!!!
    ; )

  5. Pierfranco non mi toccare Actarus che ti sguinzaio il pargolo!!
    Actarus andava poco a cavallo, ma tanto in moto (ahi!ahi!), suonava la chitarra, ritrovava la sorella creduta morta, l’amico del cuore che é diventato malvagio e per amore della sua patria alla fine lascia la fidanzata e torna al paesello… senza contare che non voleva combattere e si struggeva per l’inutilità della guerra! OH!
    Cmq il fatto che i robottoni degli anni 70 erano seriali é dovuto anche al fatto che l’autore é sempre lo stesso Go Nagai: Mazinga Z, Grande Mazinga, Goldrake, Jeeg, Gaiking, Geeking per non parlare di Devilman..
    Solitamente i protagonisti avevano sempre qualche problema esistenziale/familiare e se nei finali vincevano i buoni, rimanevano sempre sconvolti nell’anima.
    Poi é iniziata la fase cartoni anni ’80 e c’é stato un’invasione generale di roba più scadente, arrivano gli anni ’90 e ormai hanno capito che prima fai i pupazzetti e poi ti inventi il cartone…

    Mamaa

  6. Non sono così esperto, non li ho visti a colori e ne ho visti pochi per colpa dei miei genitori che mi costringevano all’aria aperta piuttosto che davati alla TV; solo dopo giugno 1982 abbiamo avuto a disposizione una TV in bianco e nero e ce ne era possibile la visione contingentata di conseguenza, ho memoria e conoscenza solo di alcuni tra i quali Lupin III (con i film trasmessi postumi), Capitan Harlok (del quale ho visto il film in età adulta), Jeeg, Goldrake e Daitan III (ne ho la serie completa qui nel cassetto). Forse perchè non ho opportunità di confonderli, mi sembra che tutti avessero una storia più o meno compiuta che si sviluppava in più puntate dallo stampo approsimativamente identico. Diversamente da Tom&Jerry, sebbene divertentissimi, la presa era maggiore per i giappi perchè più “avventurosi” e “articolati”.
    Da neo parde non ho ancora esperienza diretta di bimbo e tv, praticamente non ne vede se non un paio di DVD della serie baby Heinstein sugli animali, si diverte molto con i libretti, prima forme e colori, ora le favole ma ho notato che in questo è molto simile al padre, preferisce star fuori, prendere l’autobus, andare con la “betetta” sul seggiolino davanti, fare la spesa al mercato e giocare al parco.
    http://picasaweb.google.com/cleomeneIII/Ciemmona2008#5207400153017885410
    Tanto per capire di chi sto parlando.
    M!!!

  7. @M: continua così. Per la tv c’è sempre tempo. Figurati che due nostri amici francesi nemmeno ce l’hanno e giuro, hanno due bambini fantastici.
    Yod

  8. Ohhh che bel pargolo!!
    Anche il mio a quell’età non amava la tv, ma dopo la cercano eccome! Ottima l’uso dei dvd ben selezionati (anch’io faccio così ancora ora!): Little Einsteins o Dora l’esploratrice, ma anche tanti bei documentari che piacciono tanto anche a noi grandi.
    Mi raccomando i Teletubbies noooooo!
    Mamaa

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