La solitudine, o l’essere solo sé stessi

Da quando ho aperto questo blog tutto quello che mi capita di leggere trova qui un suo spazio, in cui cerco di raccontare anche un po’ di quello che le idee dell’autore mi hanno lasciato. Fin qui l’unico romanzo a sfuggire a questa “regola” è stato Sezione Pi-quadro, un racconto di fantascienza ambientato in una Napoli “cyberpunk” che mi è parso un puro esercizio di stile, citazioni di genere e luoghi comuni, e che non mi ha trasmesso nessuna emozione veramente profonda o idea particolarmente innovativa.

Ora la stessa cosa stava per accadere con La solitudine dei numeri primi, premio Strega 2008 dell’esordiente Paolo Giordano. Dopo più di una settimana dal completamento della lettura, non avrei saputo spiegare il fatto che questo libro non mi avesse sostanzialmente lasciato nulla da dire. Il perché mi si è chiarito in parte solo questa mattina.

Il romanzo narra le vite di due giovani, vittime di traumi profondi in tenerissima età, che scorrono parallele, si intersecano, ma non riescono mai a tramutarsi in qualcosa di soddisfacente, né per sé stessi, né per gli altri. Ognuno dei due vive il proprio disagio psichico alienandosi dal mondo emozionale e rifugiandosi in forme più o meno consapevoli di autolesionismo.

Il finale, poi, non risolve nulla della vicenda, limitandosi a riproporre, a ruoli invertiti, le stesse non-scelte che hanno guidato i protagonisti dall’inizio della storia. Un finale aperto, o più probabilmente un non-finale, che solleva l’autore dall’emettere un giudizio morale sull’intera questione.

Non nego di aver provato, nel corso della lettura, momenti di affinità spirituale coi personaggi. Come un guardarmi in uno specchio deformante e riuscire ugualmente a riconoscermi. Ma quello che a mio parere manca all’intera vicenda è un riscatto, una soluzione, qualcosa che consenta di apprezzare e provare empatia per questi personaggi, che al contrario appaiono semplicemente incompleti, freddi, già morti.

La chiave di lettura per comprendere il mio disagio nei confronti di questo libro mi è stata data giovedì scorso, al teatro “Piccolo Re di Roma”. Dopo il mio “anno sabbatico” ho deciso infatti di ributtarmi nell’esperienza teatrale, constatando immediatamente quanto quello spazio di riflessione e confronto mi fosse mancato negli ultimi tempi.

Un esercizio in particolare mi ha messo di fronte alla difficoltà che potremmo definire di “essere altro da sé”: a coppie di due abbiamo scritto un “mini testo” di quattro battute e l’abbiamo messo in scena. Quando il nostro insegnante ci ha proposto una chiave di lettura diversa della situazione che stavamo interpretando, invitandoci a dare ai nostri personaggi delle connotazioni leggermente differenti da quelle in cui li avevamo pensati, sono immediatamente andato in crisi.

In una situazione in cui io avrei reagito evadendo il conflitto mi si chiedeva di cercarlo, in una situazione in cui io avrei voluto allontanarmi per evitare il degenerare di una situazione mi si chiedeva di “sfidare”. Non ero in grado di distinguere il mio personaggio da me, e questo per un attore è un limite grave.

A freddo mi sono reso conto che il problema consisteva nell’essermi calato in una “situazione”, ma non in un personaggio, e quello che stavo facendo era in sostanza mettere in scena me stesso, le mie emozioni e le mie reazioni agli eventi che le battute di testo delineavano. Di fronte ad una identica situazione alcuni reagivano con più flessibilità, dando corpo ad emozioni e stati d’animo molto diversi, mentre altri, come me, rimanevano prigionieri delle reazioni loro proprie.

Stavo ragionando su questo, nell’intenzione di scriverci un post, mentre allo stesso tempo stavo ragionando sullo scrivere qualcosa riguardo al libro di Giordano, finché non mi sono reso conto che si trattava, in sostanza, di un unico argomento: l’incapacità di essere altro da sé, l’incapacità perfino di voler essere altro da sé.

I personaggi di Giordano hanno questa caratteristica: sono riluttanti al cambiamento. Riluttanti in maniera assoluta, patologica, rifiutano ostinatamente qualsiasi possibilità di essere diversi, ivi compresa la possibilità di poter essere felici, o quantomeno di provare ad esserlo.

Riconosco questa cosa perché incapace di cambiare lo sono stato anch’io, a lungo, ma ho anche compreso l’errore. E nonostante la riluttanza (che ancora, come già detto, trova modo di manifestarsi), penso di essere un po’ più duttile alla trasformazione, anche se non mi è un processo troppo congeniale.

Allo stesso tempo mi resta utilissima l’esperienza dei laboratori teatrali, che emula a suo modo il meccanismo cerebrale dei neuroni specchio: ci aiuta a comprendere gli altri mimando le loro azioni e reazioni. Comprensione che, al contrario, i protagonisti de “La solitudine dei numeri primi” pare non ricerchino mai, deliberatamente.

Ecco cosa non sono in grado di perdonare all’autore del libro ed ai personaggi che mette in scena: il fatto che siano sostanzialmente inutili, a sé stessi e agli altri (se non incidentalmente, attraverso una brillante scoperta matematica), scientemente, senza volontà né desiderio di cambiamento, in una fissità congelata che riflette una cupa e passiva attesa degli eventi, vissuti quasi in terza persona.

Questo libro lascia il lettore senza speranze, per i protagonisti come per le persone che orbitano loro intorno. Alla fine non si riesce a provare empatia né umana comprensione per individui che si trovano a proprio agio solo nello star male. Ed è questo, per me, il limite della vicenda: non offre strumenti né speranze di salvezza. Che invece esistono, eccome!

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