Case maledette

“La bella adescatrice” (“The beckoning fair one“) di George Oliver Onions, mi è capitato tra le mani quasi per caso, grazie ad uno scambio di libri nel corso di uno degli ultimi Ciclopicnic, all’interno della raccolta “Storie di Fantasmi” compilata da Carlo Fruttero e Franco Lucentini nell’ormai lontano 1960. Pubblicato nel 1911, è ritenuto a ragione una delle pietre miliari della narrativa fantastica, vi si narra di uno scrittore di scarso successo la cui vita viene lentamente distrutta dalla casa in cui sceglie di andare ad abitare.

La casa del racconto, come prevedibile trattandosi di narrativa del sovrannaturale, ospita una “presenza maligna”, ma affatto particolare. Anziché aggredire e terrorizzare il protagonista lo seduce, lo lusinga, fino ad attrarre ogni sua attenzione e ad isolarlo dal mondo. Ad annullarlo.

Il percorso di autodistruzione umana e sociale narrato è infarcito di indecisioni, scelte sbagliate, deliberate travisazioni della realtà, tanto che fino all’ultimo si mantiene l’aspettativa di un ravvedimento, di una presa di coscienza, di una possibile salvezza.

C’è, in questa storia di fantasia, tutta la catastrofica parabola della debolezza umana. Che sia l’abbandonarsi all’alcool, alle droghe, al gioco d’azzardo, o semplicemente all’apatia, del tutto analogo è il percorso mentale innescato in primo luogo dal mentire a sé stessi.

Si comincia sottovalutando dei semplici dettagli, si procede con l’assecondare i propri desideri, con l’abbandonarsi alle pulsioni più irrazionali, col non opporsi alla dipendenza ma anzi a desiderarla, si finisce col non possedere più la propria vita.

Queste considerazioni mi hanno turbato profondamente. Ho cominciato a domandarmi quale sia la mia “casa maledetta”, quale sia la mia “dipendenza”, quale il comportamento deviante e compulsivo che non voglio vedere. E la risposta mi è venuta quasi subito, esattamente come al protagonista del racconto, da parte della donna che mi sta accanto.

La mia “casa maledetta” è, molto probabilmente, il computer dal quale sto scrivendo queste righe. È internet, ovvero il “non luogo” in cui passo la maggior parte del mio tempo libero. Uno spazio che mi seduce, mi gratifica, e al tempo stesso, in qualche modo, mi riduce in schiavitù. E la stessa considerazione vale, temo, anche per voi che mi state leggendo.

Ok, forse sto esagerando, magari la situazione non è poi così grave, giusto? In fondo è sacrosanto avere degli interessi, degli “hobbies”, in qualche modo bisogna pur passare il tempo… E non è nemmeno uno dei modi peggiori, si fa lavorare il cervello, ci si mantiene intellettualmente agili, si esercita lo spirito critico, si coltivano relazioni interpersonali.

Tutto vero, verissimo, ma… nel racconto c’è anche questo! L’inizio della spirale non consiste proprio nel sottovalutare i dettagli, e nell’ignorare i tentativi, da parte delle persone che ci vogliono bene, di farceli notare?

Niente risposte, stavolta, solo una domanda, ma grande quanto una casa.
Una “casa maledetta”.
Grazie Oliver.

6 thoughts on “Case maledette

  1. Ammazza che bel post!
    Conosci Shirley Jackson?
    L’INCUBO DI HILL HOUSE è un libro che mi permetto di consigliarti.
    L’ha pubblicato Adelphi.

    La casa in questione è molto, molto cattiva…

    Comunque, seguire il blog (i blog: non ne seguo molti, il tuo è uno dei pochi) mi ha fatto bene.
    Mi obbliga a scrivere. Scrivere mi aiuta a pensare.

    Ciau,

    tic

  2. Ciao Tic
    Il libro me lo segno, non sono un fan sfegatato dell’horror (a parte Stephen King, preferibilmente il primo periodo…) ma tendo a fidarmi degli entusiasmi dei lettori navigati.😉

    Seguire i Blog ha tanti vantaggi, solitamente li elenco a chi non li legge, ma a me fa bene ragionare sugli eccessi. Devo pormi dei limiti, altrimenti i miei interessi finirebbero col fagocitarmi.
    Già ne ho troppi: devo centellinare il tempo che dedico ad essi…

    …altrimenti non me ne resterebbe per scoprirne di nuovi!
    :-O

  3. Bel post Marco🙂.. Proprio in questa settimana ho avuto quasi le stesse riflessioni. Qualcuno dice che in questo c’e’ il significato della religione ,qualcuno dice che bisognerebbe distinguere il piacere , dalla gioia. Il piacere giustissimo che e’ dato dai propri interessi , e la gioia interiore. La ricerca del primo , se in eccesso costa. IL piacere legato alle proprie soddisfazioni personali , le piu’ diverse , a volte costa molto , a volte ci sembra di non raggiungerlo mai , a volte lo inseguiamo tutta una vita. Esiste l’esperienza di gioia interiore, seguendo un percorso spirituale. Questa gioia , e piu’ gratuita , meno fatica , e’ piena . E’ chiaro che bisogna avere interessi personali , il corpo va alimentato , sarebbe un errore gravissimo non farlo,ma va alimentata anche e soprattutto la propria anima ….Piu’ in quello che facciamo c’e’ un legame con lo spirito e meno c’e’ il rischio di entrare nella spirale che dici ci riduce in schiavitu’ ..scusa magari sto delirando …

  4. “Delirando” probabilmente no, ma da ateo forse faccio un po’ di difficoltà a distinguere i due ambiti… (magari è proprio perché ne possiedo uno solo!).
    I miei interessi, comunque, raramente sono fini a sé stessi, ma molto spesso tendono a rispondere a finalità etico-sociali.
    C’è in primo luogo la condivisione delle esperienze e della conoscenza: trovo arricchente poter condividere quello che faccio con altri, trovo che la stessa esperienza (un giro in bici, un’osservazione astronomica, un ragionamento analitico, un momento di buon teatro) sia più intensa se ci sono altre persone a parteciparvi ed a trarne giovamento.
    Tuttavia, pur considerando il carattere “etico” dei miei interessi (che è quello che più riesco ad approssimare all’idea di “spiritualità”), resta il fatto che la “soddisfazione” deriva pur sempre dall’ottenimento di risultati che discendono dal nostro agire, e che spesso si finisce con l’essere frustrati dal fatto di non ottenere quanto sperato a fronte di un pur notevole “investimento energetico”.
    In sostanza, ragionando di comportamenti “ossessivi” non credo che finalità altruistiche siano di per sé meno a rischio di quelle puramente egoistiche, né che la ricerca di spiritualità non possa sconfinare essa stessa in atteggiamenti compulsivi dannosi per l’individuo.
    Bisogna sempre possedere il necessario distacco per trovare un giusto punto di equilibrio.
    E saper essere “critici” anche nei propri confronti.

    P.s.: hai dimenticato di firmarti o ci tenevi a rimanere anonimo/a?🙂

  5. Spulciando le parti alte della libreria ho appena ripescato un vecchio “Urania” del 1998: Shirley Jackson, “La casa degli invasati” (“The Haunting of Hill House” – 1959).

    Dato che non ne ricordo nulla, penso che lo rileggerò.

  6. mi fai venire in mente un libro che comprai e lessi nel 2004 e siccome nn mi diede molte emozioni, pensai di aver sbagliato libro; sn andata a ripescarlo quest’estate e nel rileggerlo mi sn accorta che in realtà avevo sbagliato periodo!🙂 Ora mi ci sn ritrovata parecchio e mi stupisco che 5 soli anni fa nn ero consapevole delle mie dipendenze. S’intitola “a tu per tu con la paura” e nn te lo consiglio xchè è tutt’altro genere di lettura dal tuo🙂 Baci, Carla

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