Condividere parole

Recentemente la blogosfera riflette su sé stessa, e non si piace più. Mantellini prende atto, chiamando in causa pareri analoghi, che i blog non stanno cambiando il mondo. Nemmeno, in sedicesimo, quel "mondo dell’informazione" che pure nelle ottimistiche previsioni di molti avrebbe dovuto ricevere un "robusto scrollone" dall’irrompere di "voci nuove" ed "indipendenti". E beh, sì, in effetti non molto di quanto auspicato è poi accaduto.

Il piccolo e circoscritto universo della blogosfera, attentissimo a quanto accadeva al suo interno, non si è accorto che il mondo là fuori andava avanti per conto proprio, indifferente come sempre, e che tutto quello scrivere, parlare e "conversare" restava rinchiuso entro i confini di una quasi totale autoreferenzialità.

La "grande conversazione", appunto, entità mitica in grado di sovvertire i paradigmi, si è rivelata l’equivalente tecnologico delle chiacchiere da bar. Belle, piacevoli, socializzanti, sì… ma pur sempre chiacchiere. E dell’informazione, altra creatura chimerica, cosa ne è stato?

Forse proprio il "fenomeno blog", nella sua rapida parabola dalle grandi aspettative iniziali al "ripensamento" odierno, ci può aiutare a comprendere un po’ di meccanismi, limiti e vincoli del mondo in cui viviamo. In primo luogo proprio su cos’è l’informazione.

Generalizzando, "informazione" è qualcosa che ci trasmette una conoscenza, tuttavia il termine è abbastanza vago da non specificare se questa conoscenza sia utile, inutile, o peggio ancora dannosa. Uno dei limiti dei Blog è proprio quello di non poter in alcun modo garantire l’attendibilità (per non dire l’utilità) dell’informazione generata.

È palesemente un limite che affligge, in misura maggiore o minore, qualunque strumento di comunicazione. Ma ultimamente la "credibilità" è diventata terreno di confronto e conflitto. Una delle attività preferite dai bloggers è appunto "far le pulci" all’informazione scritta, andando a verificare, e svelare, gli scivoloni e  le sciocchezze scritte dai professionisti. Ma un conto è l’opera di verifica su un lavoro già fatto, un altro produrlo ex-novo.

A posteriori la prospettiva inizialmente ventilata di un esercito di scrittori dilettanti, competenti nei propri settori, in grado di sostituirsi al giornalismo professionistico si è rivelata impercorribile. Questo è il primo limite: in un’economia di mercato l’informazione è una merce, e produrla ha dei costi non individualmente sostenibili in un regime di gratuità.

Quello che a suo tempo non si è compreso, o non si è voluto comprendere, è che già solo scrivere è di per sé un lavoro: richiede tempo, capacità, energie. Non molti, pur ammesso che ne abbiano la possibilità, sono disposti ad investire gran parte delle proprie giornate per compilare paginette da mettere gratuitamente a disposizione on-line sul proprio blog.

Chi lo fa, spesso, vive quest’attività come una forma di autopromozione, se ne attende in cambio visibilità, autorevolezza, non di rado riuscendoci. Un blog molto visitato ed apprezzato può arrivare ad ospitare spazi pubblicitari e generare entrate economiche, ma a quel punto finisce col cadere negli stessi meccanismi di dipendenza ed autocensura che affliggono il giornalismo commerciale. Non si morde la mano che ci nutre.

Altri blogger, famosi e con un grosso seguito di lettori, pur non "vendendo" platealmente il proprio spazio on-line hanno attirato l’attenzione di soggetti commerciali più o meno importanti, interessati ad acquistarne la "benevolenza" ed ottenere recensioni favorevoli ai propri prodotti, o quantomeno non ostili, secondo meccanismi ben noti e collaudati.

Insomma niente di sconvolgente e rivoluzionario, il nuovo medium digitale ha finito col ripercorrere gli stessi sentieri di quelli già esistenti, approdando ad uno status riconosciuto e nel contempo mutuandone vizi e difetti. Tolte le "blogstar", però, va considerata anche la cosiddetta "coda lunga".

Della "coda lunga", in questo caso, fanno parte i piccoli blog personali, come questo qui. Chi li anima, non avendo particolari velleità di "fama&gloria", finisce col raccontare delle proprie passioni ed interessi. Cosa lodevole in sé, ma che difficilmente può interessare più di una ristretta cerchia di amici.

Un blog siffatto potrà, marginalmente o in via occasionale, anche generare reale "informazione", capace di interessare ed essere utile ai molti, ma in una forma talmente "diluita" nel mare di contenuti da renderla sostanzialmente infruibile. Il dispendio di tempo connesso alla ricerca di poche idee interessanti sepolte in un mare magno di commenti e riflessioni, per i più insignificanti o poco interessanti, risulta per solito eccessivo.

Questo è anche uno dei motivi che mi limita nel seguire con continuità un ampio ventaglio di blog. Alla fine della fiera rimangono l’ottimo Leonardo, geniale ed irresistibile, Mantellini, di cui apprezzo la capacità di segnalare spunti di riflessione ed i numerosi commentatori, Wittgenstein, dal taglio più giornalistico, per l’eterogeneità dei contenuti, ed alla spicciolata un po’ di blog personali tra i quali segnalo l’eclettico TalkIsCheap, un blog collettivo come RomaPedala, ed altri più strettamente tematici, come L’Occhio di Romolo ed il blog di ASPO-Italia.

Il fenomeno della "diluizione" dei contenuti appare strutturale allo strumento blog. Come qualunque forma di "diletto", anche la scrittura deve cedere il passo a tutta una quantità di altre attività contingenti: in primis il lavoro, quindi la famiglia, le spese, la vita sociale, i pasti, la lettura, lo svago. Nessuno che non sia un professionista potrà mai garantire un "flusso informativo" costante nel tempo, ed a maggior ragione uno mirato e coerente. Scriviamo quello che possiamo, quando possiamo, sacrificando qualcos’altro.

Prendo ad esempio questo blog, partito quasi due anni fa: l’intenzione iniziale era di inserire un post ogni due, tre giorni, lo stato attuale è  grossomodo di un post a settimana. Pesa in questo anche la mia scelta di inserire ragionamenti articolati (che mi obbligano ad una prolissità, funzionale allo sviluppo dell’analisi), ma pesa ancor di più la cronica mancanza di tempo.

Includendo, in ciò, un po’ tutto quello che faccio al di fuori del mio lavoro di progettista meccanico (che già del suo impegna la giornata fino a metà pomeriggio): la partecipazione a forum e gruppi di discussione on-line, il tempo che spendo a leggere e tenermi aggiornato (inclusi i blog altrui,  anche eventualmente partecipando alla suddetta "grande conversazione"), e quello che impegno nel promuovere e partecipare ad iniziative ed eventi.

Trovare un equilibrio tra tutte queste attività, e dedicarsi pure a questa sorta di "giornalismo in pantofole", di "opinionismo casalingo", richiede già del suo un notevole spirito di adattamento (per non parlare della pazienza nella persona che ho accanto) e dubito fortemente che questo problema sia solo mio.

Il "fenomeno blog" si trova attualmente in una situazione caratterizzata da una polarizzazione abbastanza netta. Da un lato ci sono i blog famosi e a grande visibilità, che proprio a causa di questo loro successo finiscono preda di interessi esterni, dall’altro quelli a "basso ascolto", che sono la stragrande maggioranza, caratterizzati da contenuti prevalentemente amatoriali e di difficile fruizione perché "diluiti".

In tutto questo, devo dire, ormai mi sono affezionato a questo spazio. Soffro quando non riesco ad aggiornarlo, mi domando chi siano le decine di lettori che ogni giorno il contatore mi segnala e sento di voler loro bene, anche se non mi commentano quasi mai.

In questo periodo ho ricevuto più di 25.000 visite (anche se sono convinto che molti ci siano capitati per caso e se ne siano andati con la consapevolezza di aver perso tempo…), e Google mi dà atto di un discreto interesse, dal momento che digitando "mammifero" nella stringa di ricerca questo blog esce attualmente al settimo posto (dietro tre enciclopedie ed una canzone dei Subsonica).

TIC, rispondendo ad una mia domanda, affermava che i blog servono a chi ci scrive per poter dire "io sono questo". Sacrosanto, ma non credo che il Mammifero Bipede assolva unicamente ad una funzione di "territorial pissing" culturale. È vero, "io sono questo", ma lo sarei anche senza blog. Il blog mi aiuta a condividere quello che sono con gli altri, e viceversa.

Non sarà la "rivoluzione dell’informazione", ma è a suo modo qualcosa di non disprezzabile. Posso accontentarmi.

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5 thoughts on “Condividere parole

  1. Uno dei libri che ho amato di più in vita mia è “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono. Ecco quella è la storia di un’omino piccolo che ogni giorno piantava un seme e alla fine dei suoi giorni aveva creato una foresta. Lui diceva:
    “Non bisogna disdegnare nulla.La felicità è una ricerca.Occorre impegnarvi l’esperienza e la propria immaginazione” ecco penso che accontentarsi è già una buona misura di spazio vivibile. saluti a te.
    Luca

  2. Non si traatta di accontentarsi nè tantomeno di pissingculturale, credo che per certi versi la comunità dei blogger sia un po’ come la piazza del paese, scegli tu in quale bar sederti a scambiare due chiacchiere conchi ti fa piacere e che sai avere degli interessi comuni ai tuoi, ogni tanto ti alzi e cambi bar, fai nuove conoscenze, mischi le carte in gioco, gli interessi le sensazioni e i punti di vista. Fa parte della natura umana il fatto di confrontarsi, siamo la specie che più di tette ha evoluto il linguaggio prorpio per questo, per scambiarci quello che abbiamo dentro.
    Ciao M!!!

  3. @ Luca
    Mi ricorda un motto:
    “Felicità non è avere ciò che si desidera, ma desiderare ciò che si ha”

    @ M!!!
    I bar sono luoghi pubblici, i blog mi sembrano più case private aperte agli ospiti. Che puoi liberamente (o quasi) frequentare, ma di cui non puoi permetterti di ignorare i “confini culturali”.
    Probabilmente è un approccio italiano il fatto di incontrarsi nei bar piuttosto che nelle proprie case… 🙂

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