La morte delle cose

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Sono ormai diverse settimane che rimugino su questo video di Annie Leonard, "La storia delle cose". Ogni volta che lo rivedo mi dà la medesima sensazione: ci sta sfuggendo qualcosa. Anzi, a dirla tutta la sensazione è ancora peggiore: ci sta sfuggendo la maggior parte di ciò che invece dovremmo comprendere.
Quello che sappiamo, e su cui quotidianamente ragioniamo, è solo una porzione minuscola del tutto. Peggio: non solo ci manca la visione d’insieme, ma neppure riusciamo più a cogliere la reale essenza di quello che stiamo facendo.

Non consola, ma anzi preoccupa ancor di più, la sensazione che questa comprensione manchi anche a chi occupa posizioni decisionali, o ai vari "esperti" che pontificano su tutto, pur conoscendo a fondo solo il proprio ambito, non di rado limitato e circoscritto.

Si può analizzare un meccanismo vedendone solo l’esteriorità? Ovviamente no. Sarebbe come accettare l’idea che sia possibile ricostruire il meccanismo interno di un orologio potendone osservare solo le lancette. Parallelamente, per quanto attiene la comprensione del "Sistema Mondo", siamo sicuri di riuscire a fare qualcosa di sostanzialmente diverso?

Il documentario ci informa che "tra le maggiori 100 economie mondiali, oggi 51 sono multinazionali". Come inquadriamo questo fatto? Siamo davvero in grado di comprenderne le conseguenze? A scuola ci insegnano che il pianeta è organizzato per nazioni. All’interno delle nazioni sussistono sistemi di governo e di potere, più o meno democratici, ed ogni nazione si relaziona alle altre su una base di diplomazia ed attraverso scambi commerciali.

Ma una società multinazionale che produce ricchezza su una scala nazionale non è "ipso facto" equivalente ad una nazione? Certo, pur con qualche distinguo. Di sicuro il suo "potere economico" le consente di manipolare eventi politici, e la sua "invisibilità" (il fatto che di questo potere le masse non si rendono conto) la mette in grado di operare trasformazioni sociali all’apparenza inesplicabili.

Insomma, è come se vi fossero Stati negli Stati, "Nazioni Economiche" totalmente antidemocratiche che giocano a Risiko con le nostre vite sullo stesso scacchiere delle "Nazioni Politiche", ciononostante restando nascoste agli occhi dei cittadini. E per di più capaci di manipolare occultamente idee e pensieri attraverso i media e la pubblicità.

Il meccanismo è semplice: il mercato pubblicitario è la leva economico politica che veicola i desideri delle multinazionali, inculcandoceli subdolamente. Attraverso la spesa pubblicitaria le grandi aziende si garantiscono l’appoggio supino del sistema dei media, decidono e controllano quello che vediamo ed ascoltiamo. Gestiscono il nostro immaginario, quello che pensiamo, quello che sogniamo, quello che desideriamo.

In quest’ottica eventi apparentemente assurdi trovano facilmente spiegazione. Ad esempio perché siamo sempre più ricchi e sempre meno felici, perché viviamo più a lungo ma siamo sempre più preoccupati ed insicuri, perché abitiamo in luoghi orribili e, anziché investire risorse per migliorarli, ne creiamo altri simili e contemporaneamente distruggiamo gli ambienti naturali incontaminati.

C’è un dato, fra i tanti snocciolati dal documentario, sul quale bisognerebbe riflettere: soltanto l’1% dei prodotti e delle materie prime immesse sul mercato americano sono ancora in uso dopo sei mesi. Che senso ha distruggere in pochi mesi il rimanente 99%, che pure ha avuto un costo in termini umani ed energetici ed è in buona parte composto da materiali non rinnovabili?

Una frase fra tutte, attribuita all’economista Victor Lebow e formulata negli anni ’50, sembra essere il manifesto di un progetto criminale di distruzione su scala planetaria: "La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore".

In realtà, scartabellando un po’ su internet, salta fuori che le cose non stanno esattamente come il documentario racconta. Lebow fu un critico del consumismo, non un teoreta, ma resta il fatto che la frase citata, pur se parafrasata, descrive con estrema precisione la nostra situazione contingente.

Consumismo, consumare… Qualche tempo fa lessi nei commenti di un blog che la definizione del termine "consumatore", sul dizionario, è "qualcuno che distrugge lentamente". Sul "lentamente" ho qualche dubbio, sulla distruzione no. Eppure è un processo che va avanti da parecchio, con unanime consenso. Al punto che, verrebbe da pensare, affondi le sue radici nel profondo dell’animo umano.

Non avremmo altrimenti formulato, e quindi applicato con zelo, concetti come l’obsolescenza pianificata, che nel documentario viene brillantemente definita: "progettare per la discarica". Non saremmo così collettivamente appiattiti sulla pratica dell’obsolescenza percepita, che ci fa sentire "migliori" quanto più siamo proni ai diktat della moda e dello stilista di turno, pronti a disfarci di strumenti ancora funzionanti per sostituirli con altri sostanzialmente equivalenti ma più "nuovi".

Fino a pochi decenni fa possedere un oggetto aveva un valore. Prendersi cura delle proprie cose e mantenerle in efficienza destava ammirazione. Possedere manufatti in grado di durare a lungo era aspirazione condivisa. Gli oggetti migliori si tramandavano da una generazione all’altra.

Adesso, invece, la nostra capacità di essere soddisfatti di quello che abbiamo viene sistematicamente aggredita e distrutta dagli annunci pubblicitari, la cui funzione primaria, sempre citando il documentario, è quella di renderci infelici. Infelici e pronti a tutto pur di appagare i "bisogni indotti" di cui siamo schiavi.

Certo, non è così che ce la raccontiamo: essere una specie geneticamente votata alla distruzione di tutto ciò che ha intorno non è un fatto che si accetti facilmente. Ci convinciamo di essere buoni, di amare la natura e gli altri esseri viventi, ma rifiutiamo di prendere coscienza di appartenere ad un sistema che sta devastando il pianeta per produrre su larga scala vite vuote riempite di oggetti inutili, di giocattoli "usa e getta" per adulti infantili.

Continuiamo, anzi, ad alimentare il Moloch che sta mangiando il nostro mondo e le nostre esistenze anche a costo di sacrifici personali. Insistiamo a chiudere gli occhi di fronte ai disastri prodotti. Come si può fermare questo processo? Come si può invertire? Bella domanda, ma somiglia molto ad un’altra: "come si può arrestare uno sciame di cavallette?"

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10 thoughts on “La morte delle cose

  1. Ho provato anche io la stessa frustrazione quando ho visto giorni fa lo stesso video, sembra porci di fronte a un macigno che per inerzia sta per arrivare a fondo valle, sommergendoci tutti. L’uomo si rende conto di tutte queste cose con profondità, ma è al contempo reiterante artefice del male che infligge a se stesso.

    Ti consiglio di prendere contatto con il “Movimento della decrescita felice”, http://www.decrescita.it

    Qualche soluzione deve esserci, inevitabilmente passa per un ritorno alla sobrietà, risparmio delle risorse, e magari un pizzico di fortuna.

    Paolo

  2. Caro Marco;
    non possiamo che agire individualmente in senso opposto a quanto ci viane propinato e cercare di non renderci complici del sistema. Nel limite del possibile ognuno di noi deve sensibilizzare la sempre più ristretta cerchia di amici e sperare che lo “sforzo” divenga collettivo.
    Le considerazioni suggerite del filmato, mi vennero in mente durante gli anni in cui ho avuto molto a che fare con gli agricoltori, in particolare quelli delle “aree svantaggiate”. Stando a contatto con loro mi resi conto che avevano più tempo a disposizione ed erano meno “schiavi” (in generale, non per tutto) del sistema consumistico. Nello stesso periodo cominciavano ad apparire sul mercato i pimi cellulari mmssanti o videochiamanti, fu facile la considerazione: “che c…o di senso ha, lavorare per acquistare uno strumento che mi permetta di essere in contatto tecnologicamente mediato con un amico e non avere tempo per stare assieme allo stesso Amico?” Ho preferito e preferisco accontentarmi e rinunciare all’ultimo modello e godermi la famiglia e gli amici.
    Come scrive Paolo, un pochino di sobrietà in più e soprattutto togniersi i paraocchi pubblicitari per bedere la realtà dei fatti e il valore effettivo delle cose che si hanno.
    M!!!

  3. @ Paolo
    La decrescita, quando ci sarà, sarà tutt’altro che felice. Dopo, molto dopo, probabilmente si starà meglio, ma forse no (bisognerà vedere quanto delle strutture sanitarie rimarrà in piedi).

    @ M!!!
    D’accordo sul “più tempo a disposizione”, ma servono anche una cultura ed una “forma mentis” adeguate per poterlo valorizzare, altrimenti si finisce a passarlo nei bar, e si muore alcoolizzati (come il mio nonno materno, e il fratello di mio padre…).

  4. Tic, ti ringrazio, ma altrettanto ti invito a non sminuirti. Quotidianamente finisco su parecchi blog, ma difficilmente diventano frequentazioni quotidiane…
    Il tuo invece lo seguo con costanza, perché conserva un occhio critico sull’esistente, e da un punto di vista diverso dal mio.
    Apprezzo molto il lavoro che stai facendo sulla memoria storica del fascismo.
    A presto!

  5. Marco caro, apri un discorso a parte, quello della cultura e della consapevolezza di se stessi. In questo paese mi sembra sempre di più le persone abbiano perso di vista l’importanza del sapere e del capire.
    M!!!

  6. In questo paese mi sembra sempre di più le persone abbiano perso di vista l’importanza del sapere e del capire.

    Perché, servono?
    Serve “sapere” per diventare miliardari tirando calci ad un pallone?
    Serve “capire” per diventare famose agitando le chiappe a tempo di musica?
    Questi sono i modelli dei giovani, oggi.

    “Sapere” e “capire” avevano senso quando da esse dipendeva la nostra sopravvivenza quotidiana, il raccolto, la salute. Nel “ricco mondo occidentale” la mediocrità prospera quanto e più dell’eccellenza. Chi sa lavorare continua a lavorare e chi non sa lavorare fa carriera. Che tu sia brillante o meno il sistema ti appiattisce, e nessuno se ne accorge. E durerà così finché ci sarà energia a basso costo e si potrà sprecare, dopodiché… saranno guai!

  7. MARCO;
    m’hai dato il buon giorno, sono cose che so e che mi fanno male tutti i giorni ma così, nero su bianco di prima mattina…
    A DOPO, M!!!

  8. Di fatto ci hanno cambiato lo stile di vita, in peggio, propinandoci consigli per gli acquisti.
    per mia fortuna sono discretamente refrattario.
    M!!!

  9. Se vuoi evitare il “buongiorno” puoi leggermi la sera… 🙂

    Comunque io mi faccio un punto di non guardare la pubblicità, non ascoltarla (quando guardo la tv ed iniziano i “consigli per gli acquisti” tolgo immediatamente il volume), rimuoverla dalla navigazione web (ADblock ti dice nulla?).
    Ma per uno che resiste ce ne sono migliaia che la assorbono passivamente e se ne lasciano condizionare.
    Sulla pubblicità voglio scrivere qualcosa, a breve, al momento ho delle intuizioni ma non ho ancora “fissato” il concetto.

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