In "nonsenso" inverso

Da un po’ di tempo in qua mi trovo in difficoltà ad affrontare ulteriori romanzi di Philip K. Dick e la cosa, ne sono consapevole, discende dal fatto che ne ho letti ormai tantissimi, forse troppi. Procedendo mi rendo conto che non sto valutando un romanzo a sé stante, ma lo stesso in relazione alla complessità del lavoro di una vita intera. Il rischio, o meglio la certezza, è di non aver più un approccio neutro alle singole opere.

Questa premessa è necessaria prima che inizi ad enumerare i molti difetti di questo romanzo: non sono neutrale. Il mio giudizio è mediato dall’aver letto ed assimilato letteralmente decine di altri lavori di Dick, e sarebbe senza dubbio diverso se avessi letto solo questo. Probabilmente, immagino, ne sarei poco meno che entusiasta.

Invece non lo sono affatto, in primis per l’implausibilità della vicenda stessa. Questionare di "implausibilità" trattando di narrativa fantastica può apparire inutile o superfluo, ma non lo è nel merito di un genere preciso, denominato "fantascienza". La fantascienza nacque come narrativa speculativa sulle possibilità aperte dalle nuove scoperte scientifiche, e si propose di offrire una base di verosimiglianza a quanto narrato.

È pur vero che questo assunto spesso non viene rispettato, a maggior ragione dall’avvento degli effetti speciali nella cinematografia, che spesso sacrificano la verosimiglianza delle situazioni alla facile spettacolarità. Ma il caso di "In senso inverso" è ancora differente, e per comprenderlo bisogna scavare nella storia personale dell’autore.

Il principale dramma di Philip K. Dick fu il non riuscire ad affermarsi come scrittore "mainstream". Riuscì invece, non senza qualche difficoltà, a sfruttare la sua incredibile immaginazione per diventare uno scrittore professionista di fantascienza. Ma non era quello che desiderava.

La sua narrativa muove da un periodo iniziale, caratterizzato da trame coerentemente fantascientifiche e personaggi grossolanamente abbozzati, per approdare, nella piena maturità, ad una narrativa "psicologica", incentrata sulle emozioni e le reazioni umane dei personaggi protagonisti, che si muovono all’interno di uno "scenario" di situazioni surreali.

Nel periodo maturo di Dick l’impalcatura di vicende "fantastiche" funziona da contenitore, ed è quasi sempre funzionale allo sviluppo di situazioni narrative in cui l’interesse prevalente sta nell’evoluzione psicologica dei personaggi.

Questo processo di transizione si compie tra la metà dei ’60 e l’inizio dei ’70. In questi anni gli interessi di Dick virano verso la religione, la teologia, la natura ed interpretazione della realtà. È anche un momento di crisi personale, dopo il periodo di lavoro "forsennato" che, tra il ’60 e il ’64, lo portò a pubblicare una media di quattro romanzi e diverse decine di racconti l’anno. Poi il matrimonio in crisi, l’uso di droghe, la paranoia ed altre complicazioni personali.

È in questo periodo turbolento e tormentato che Philip Dick inizia staccarsi con decisione dai canoni classici della fantascienza, che evidentemente gli vanno stretti, e concepisce questa storia "fanta-religiosa" ambientata a pochi decenni di distanza dall’anno in cui fu scritta.

I personaggi agiscono in un mondo capovolto, in cui una non meglio spiegata alterazione delle leggi fisiche (la "fase Hobart") fa sì che la vita delle persone scorra all’inverso: i corpi già morti si ricompongono nelle tombe, tornano alla vita e la ripercorrono, metabolicamente, all’indietro, fino al grembo materno.

In questo "tempo rovesciato", però, le persone continuano a muoversi ed agire con la stessa logica del nostro "tempo lineare", devono lavorare per guadagnarsi la giornata, comportarsi in funzione di quello che accade loro intorno, pensare agli affari e a fronteggiare le situazioni impreviste.

Tutto questo genera un quadro di totale assurdità, che evidentemente non preoccupa l’autore quanto il rappresentare le vicissitudini del protagonista, alle prese con situazioni non chiare e quindi relativamente ingestibili, con conseguenti decisioni, ripensamenti, pentimenti e cambiamenti continui di scenario.

Ma stavolta, a differenza di molti altri romanzi in cui le "licenze logiche" sono colmabili ed al limite ignorabili, il gioco non funziona come dovrebbe. Troppo inverosimile l’idea iniziale, troppo privi di senso i dettagli (le sigarette "ricostruite" soffiandoci dentro il fumo, il cibo rigettato anziché mangiato…) troppo il fastidio per una situazione complessiva inaccettabile a fronte di qualsiasi analisi minimamente logica.

Un conto è accettare come possibile una tecnologia ancora non realizzata, un altro accettare come possibile una situazione che cozza contro tutte le leggi fisiche, in primis il principio di causa-effetto. Questa volta Dick fa il passo più lungo della gamba, e rovina tutto.

Peccato, perché per il resto i personaggi funzionano, e gli sviluppi della vicenda, per quanto inverosimili, non mancano di colpire l’immaginazione. Ma non basta. La storia non sta in piedi, ed alla fine quello che rimane è solo il fascino di un esercizio di abile arte narrativa, completamente campato per aria.

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7 thoughts on “In "nonsenso" inverso

  1. A me è piaciuto.
    Anche io ho letto qualcosa di Dick, e ho letto anche qualche altro libro di fantascienza.

    Io credo che innanzi tutto non dobbiamo dimenticarci che è un sotto-genere della fantascienza, quella “hard”, che pretende di spiegare ogni cosa in modo scientifico (si può facilmente riconoscere Asimov in questa categoria).

    Detto questo, il libro presenta una cosa assolutamente assurda (il tempo che scorre al contrario) e per sottolinearlo Dick lo farcisce di alcune immagini (sigarette, cibo, etc). Insomma io credo che, come spesso accade, la fantascienza è solo un pretesto per raccondare qualcosa di curioso. Io la vedo come una sorta di patto tra lo scrittore e il lettore: “se le cose andassero così, cosa potrebbe succedere?”.
    I dettagli che storcono (cercare un utero ad esempio) sono solo delle coloriture, “eye candies”. Il fatto che le persone vivano quasi normalmente la giornata (lavorano, parlano etc) è necessario per la narrazione, altrimenti sarebbe solo un tornare indietro nel tempo e non ci sarebbe alcuna storia da raccontare.

    C’è poi da dire che questo libro è nato nella fantasia di Philip, parecchio prima: in un racconto (formica elettrica, se non erro) ipotizzava l’inversione del senso del tempo e citava addirittura l’esempio del cibo e della sigaretta.

    Insomma, ripeto, a me è piaciuto, semplicemente perchè è fantascienza ed è scritto bene. 😀

  2. Ciao Loman
    Sono d’accordo che Dick faceva spesso di queste cose, inserire dettagli assurdi ed improbabili, e lo faceva intenzionalmente. Era un modo di marcare l’appartenenza “di genere” delle sue storie, penso anche una maniera per farle accettare dagli editori. Ma qui oltrepassa abbondantemente il segno.
    Per solito riesco a rimuovere i dettagli “incongrui”, ma restano lì a farmi pesare il fatto che sto leggendo una storia, e mi bloccano l’immedesimazione.
    In questo romanzo Dick si è fatto affascinare da una situazione impossibile, ed è andato avanti a scrivere la storia probabilmente perché l’unica alternativa era buttare tutto.
    Quanto alla “insopportabile incongruità” delle situazioni, non so se la mia fantasia galoppi più di quella degli altri, ma a te è capitato di ragionare sul processo conseguente e speculare all’assimilazione del cibo, ed immaginarlo svolgersi “in senso inverso”?
    :-/

  3. Primo, condivido la venerazione per Dick, e la massima considerazione per Dick mainstream (un capolavoro assoluto, IN TERRA OSTILE). Secondo, il tuo è un gran bel blog. Se fai un giro nel nostro, qualcosa su Dick la trovi.

  4. Grazie Bamborino, ci ho già fatto un giro e sicuramente ci tornerò. Di Dick ho letto molto, ma ho ancora diversi romanzi suoi in attesa, poi dovrò rileggermi quelli che ho letto in anni più lontani, a cominciare da Palmer Eldritch.

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