Il difficile ritorno di Robert Sheckley

Quando ho visto questo volume in edicola non ci ho pensato su due volte ad acquistarlo: Sheckley è stato uno dei miei "maestri", per la sua ironia dissacrante ed il gusto del paradosso. Purtroppo questi racconti, scritti negli ultimi anni della sua vita (conclusasi nel 2005) non sono all’altezza della sua passata produzione.

A dirla tutta, fino alle ultime pagine pensavo di intitolare questo post "letteratura inutile", e disquisire sulla tristezza di leggere un grande autore ormai giunto al capolinea artistico. Ancora in grado di scrivere in maniera intrigante (la lettura non annoia mai) ma perso nell’inutile e vano esercizio iconoclasta di triturare e seppellire i luoghi comuni della narrativa popolare.

Leggere le totalmente improbabili vicende di Tom Carmody avendo in mente, ad esempio, "I testimoni di Joenes", dà l’esatta misura della distanza tra forma e sostanza. In "Joenes" la satira graffiante aveva bersagli reali, che trasparivano dalla scrittura immaginifica. In quest’ultimo "Carmody", e nei racconti seguenti, resta ormai solo il gioco, la burla, il nonsense.

Ma proprio verso la fine del volume, dopo il già menzionato romanzo iniziale ed una sequenza di racconti tutto sommato inutili, arriva una piccola perla di  pochissime pagine, un raccontino minuscolo ma a suo modo straordinario:"Giro turistico del 2179".

L’autore immagina un anziano del prossimo futuro che decide, prima di morire, di fare un ultimo viaggio e rivedere Venezia, di cui serba uno splendido ricordo dovuto ad una vacanza fatta in gioventù. Arriva, ma si rende anche conto che quello che cercava, il ricordo della sua gioventù, stride con il suo corpo invecchiato ed i suoi sensi ormai attutiti.

Quindi, pur consapevole dei rischi a cui va incontro, decide di "forzare" il proprio metabolismo e le proprie percezioni (cosa che l’autore immagina fattibile nella sua epoca futura, ed è questo l’unico elemento fantascientifico della storia) per riprovare, per l’ultima volta, quella sensazione di essere "come un Dio in terra, lucido, forte, quasi onnipotente", propria della giovinezza.

L’anziano personaggio si rende conto che il suo organismo è ormai troppo fragile per sostenere uno sforzo di questo tipo, ma troppo grande è la seduzione di sentirsi di nuovo giovane. Perciò ignora scientemente i segnali di cedimento del suo debole corpo, pur di continuare a vivere fino in fondo questo  ultimo "sogno", finché non si accascia e muore.

Sheckley, come il suo personaggio, ci lascia per sempre con una metafora potente e drammatica su ciò che siamo, e ciò che diventeremo. Narra, in pochissime pagine, dell’incredibile dono della giovinezza, e parimenti dell’incapacità di comprenderlo appieno finché non lo si sarà perso, come pure dell’ineluttabilità di questa perdita.

Dopo aver scherzato e ragionato per tutta la vita sul vuoto di senso dell’esistere, sembra quasi che Sheckley, nei suoi ultimi anni, come il protagonista moribondo di una vecchia canzone di Roberto Vecchioni: "Vide che sulla luna gli sfuggiva la sua vita e se ne innamorò". E ne scrisse, lasciandoci un monito indelebile.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...