Sopravvivere alla memoria

Ho approfittato della tranquillità delle vacanze per metter mano a "I sommersi e i salvati", di Primo Levi, regalatomi qualche tempo addietro. A posteriori si è rivelata una scelta giusta, necessaria ad affrontare un tema, quello dei campi di concentramento nazisti, che richiede tranquillità, serenità d’animo ed abbondanti tempi di riflessione.

La scrittura di Levi è tanto formalmente scientifica, analitica e per scelta distaccata, quanto sotterraneamente coinvolta, sofferente, incredula, e riesce perfettamente a rendere l’idea, che più volte si riaffaccia tra le pagine del libro, di un "marchio indelebile" dell’anima, in tutto analogo al numero tatuato sull’avambraccio, conseguente all’esperienza del lager.

Molto più di qualsiasi narrativa fantastica "horror", che pure ho frequentato in passato, i racconti dei superstiti dei campi di concentramento sono orrore allo stato puro, tremendi e schiaccianti in quanto memorie di eventi veramente accaduti, e che in diversi angoli del mondo, in forme analoghe, continuano a ripetersi.

Quanto del successo dei mostri immaginari: zombie, vampiri, lupi mannari, mi sono domandato, discende dalla necessità di esorcizzare il mostro reale che alberga dentro di noi, o che ci vive accanto? La consapevolezza della relativa normalità dell’incubo nazista, della sua ripetibilità, ci porta inevitabilmente a guardare con diffidenza al nostro prossimo, ai nostri vicini, finanche a noi stessi.

Anche a decenni di distanza dall’esperienza della prigionia, anche con l’esigenza di elaborare ricordi sconvolgenti, Levi non cede al facile manicheismo del dividere l’umanità in "buoni" e "cattivi", ma scava nelle innumerevoli "zone grigie" in cui le vittime diventano a loro volta carnefici di altre vittime ancora più deboli, prigionieri di una realtà distorta che a richieste assurde esige risposte e reazioni altrettanto, se non più, assurde.

Ma non c’è assoluzione, e non può esserci, per i carnefici primi, solo un tentativo frustrante e di fondo impossibile, di comprensione. Occorre capire, secondo Levi, i molti perché di questa tragedia, per fare in modo che non si ripeta mai più. Perché in caso contrario noi tutti, come il mondo all’alba del ventesimo secolo, saremmo a rischio del ripetersi di un simile incubo.

Eppure, contrariamente alle risposte cercate, quello che emerge dall’acuta e sofferta analisi è, di fondo, una totale contiguità tra normalità e follia, tra fredda logica e puro delirio, tra ragionevolezza e crimine efferato. L’anomalia tanto cercata in grado di spiegare la macchina genocida tedesca non emerge, se non in mille piccoli frammenti, ognuno in sé questionabile, opinabile, moralmente indistinto.

E sorge infine il dubbio, nel lettore, di trovarsi egli stesso all’interno di un "unicum storico" segnato dalla relativa assenza di guerre, di violenza, di dolore, che questa condizione di pace in cui siamo nati e cresciuti non sia altro che un caso, una fluttuazione statistica irripetibile e non destinata a durare, una "singolarità" nella storia dell’uomo, irrimediabilmente segnata dalla crudeltà gratuita e dalla prevaricazione.

Cosa ci ha salvato, fin qui? Forse la memoria delle tragedie causate dalla seconda guerra mondiale, memoria che va scemando con il ricambio generazionale? Forse la ricchezza prodotta dal boom economico e dallo sfruttamento dei giacimenti fossili, ricchezza di cui già si intravvede il declino?

Risulta difficile, al termine della lettura, non paragonare il mondo attuale a quello pre-bellico. Troppo breve il tempo intercorso, troppo simili gli usi e costumi, troppe analogie determinate dai corsi e ricorsi storici. E, di conseguenza, non porsi la fatidica domanda: "quanto durerà?"

Forse che qualcuno/a, negli anni ’20 e ’30, poteva presagire la devastazione e l’orrore che sarebbero arrivati di lì a breve? Difficile dirlo, in assenza di precedenti. L’umanità non aveva ancora sperimentato la criminale scientificità dei campi di concentramento e di sterminio, in cui Levi individua un inquietante parallelismo con le nascenti tecniche di produzione industriale su larga scala: un’industria della morte in tutto e per tutto analoga alle neonate fabbriche per la produzione in serie.

Un anno dopo la stesura di questo saggio, più di quarant’anni dopo la sua liberazione da Auschwitz, Primo Levi si è infine suicidato. Come molti altri intellettuali ebrei scampati ai campi di sterminio, ma segnati nel profondo dell’anima da quell’esperienza rivelatasi impossibile da elaborare completamente, ha scelto l’unica forma di oblio possibile ad una mente lucida e critica.

A noi non resta che tributargli un grato riconoscimento non tanto per le sofferenze subite a causa di altri, quanto per quella che egli stesso ha scelto di infliggersi nel riviverle, testimoniarle, ragionarle anche per noi. E per questo libro, per quello che deve essergli costato scriverlo, e per aver vissuto così a lungo in un mondo, il nostro, tanto lontano dalla comprensione del dolore e della tragedia, tanto lungamente instupidito da essere ormai pronto a rituffarcisi, scelleratamente.

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