Della povertà (seconda parte)

Come anticipavo nel post precedente, la scorsa settimana mi ha molto colpito un lungo articolo pubblicato dalla rivista USA "The Atlantic Montly" (segnalato nel blog Wittgenstein di Luca Sofri) sul picco di crimini verificatosi negli ultimi anni in diverse medie e piccole città americane, ma ancor più sul relativo "principale indiziato": un programma pubblico nato per combattere la povertà.

Riassumo brevemente il succo della storia: negli anni ’90 parte un’iniziativa per combattere la povertà in diverse piccole e medie città americane. L’idea è quella di "disperdere" gli abitanti dei quartieri più poveri (in prevalenza neri, che sono la fascia di popolazione più povera negli USA) fornendo loro finanziamenti e contributi per andare ad abitare in zone residenziali, in modo da fargli avere migliori servizi, migliori scuole, e maggiori opportunità di uscire dalla propria condizione di povertà.

A distanza di anni si verifica un’impennata dei crimini proprio nelle zone dove sono state ricollocate queste persone, e si cerca di capire cosa sia successo. Viene fuori che il semplice trasferimento fisico da un’abitazione malandata e fatiscente ad una bella e nuova nella maggior parte dei casi non è servita a modificare l’indigenza delle famiglie, che oltre ad essere rimaste povere si sono ritrovate anche emarginate, in un contesto sociale escludente.

Poteva funzionare l’idea di combattere la povertà spostando le persone? Forse al livello dei singoli individui, non certo di intere collettività. Ed in qualche caso isolato può anche aver funzionato, ma nel complesso appare come una tipica scelta di ispirazione liberista, di quelle che cercano di curare i sintomi ignorando ostentatamente la malattia.

La povertà, in un’economia capitalista, funziona come la differenza di potenziale nelle batterie elettriche: è il principio che produce energia. È la molla che muove le persone a darsi da fare per uscirne, ed anche un serbatoio di lavoro sottopagato, che qui da noi resta "in nero", ma nella sfolgorante America, "terra delle opportunità", è ufficializzato. Le statistiche USA ci raccontano di lavoratori stipendiati che, nonostante tutto, vivono al di sotto della soglia di povertà perché percepiscono retribuzioni del tutto insufficienti.

La povertà si combatte ridefinendo il significato di ricchezza, e da parte di ognuno rifiutando l’equazione denaro=benessere che fin qui ci è stata inculcata. Ed inoltre c’è l’ironica e saggia affermazione di Woody Allen: "Se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria!", ad evitarci di cadere nell’estremo opposto. Tra questi due estremi, in realtà, c’è il margine per star bene davvero.

Non l’avere più di quello che ci serve, né l’avere meno. Essere consapevoli di cosa ci occorre e non impiegare più sforzi ed energie del necessario per avere cose di cui non abbiamo bisogno. Sapersi accontentare, godere di quello che si ha ed allo stesso tempo avere cose di cui poi si sappia godere.

Da questo punto di vista il problema non è fare in modo che anche i poveri abbiano quello che hanno i ricchi, in una rincorsa ai consumi insensata ed insostenibile, ma costruire una società di persone capaci di apprezzare ciò che hanno, poco o tanto che sia, di cedere ad altri ciò che non gli occorre. Così magari eviteremo non-soluzioni miopi come quella sopra descritta.

Annunci

One thought on “Della povertà (seconda parte)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...