Della povertà (prima parte)

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Verso la fine del viaggio in Sudafrica, l’autunno scorso, decidemmo di dedicare un giorno alle visite meno "turistiche", andando a cercare le memorie dell’apartheid. Visitammo prima il "District Six museum", eretto a ricordo di un quartiere multietnico raso al suolo dagli amministratori di Cape Town, i cui abitanti furono trasferiti in township diverse, a seconda della loro "appartenenza razziale".

Poi visitammo due "township", le città originariamente costruite per ospitare, in un regime di segregazione razziale, le comunità "black" e "coloured". Per noi europei tale distinzione è incomprensibile, ma in Sudafrica per decenni tutti hanno avuto un’etichetta razziale/razzista appiccicata addosso. Questi insediamenti sono poi cresciuti malamente, nel tempo, diventando sterminate baraccopoli con milioni di abitanti grazie anche all’immigrazione dagli altri paesi dell’Africa, da cui letteralmente milioni di persone sono scappate a causa di guerre, fame e povertà.

Un’immigrazione di massa che ha dato vita, pochi mesi fa, a tumulti in molte zone del paese, con decine di morti. Poveri che si rivoltano contro altri ancora più poveri, in un crescendo di violenza e disperazione che i media occidentali non hanno saputo, o voluto, raccontare (ne dà conto invece, con uno splendido e terribile reportage fotografico, il "PhotoBlog" del Boston Globe: The Big Picture).

Ora, dopo anni di lotte, il governo nazionale è a maggioranza nera, ma i disastri prodotti da decenni di apartheid mostrano la loro "coda lunga". Quella che era in origine una separazione etnica sancita da leggi si è trasformata, col tempo, in una separazione economica. I bianchi ricchi vivono nei loro villini con piscina ed i neri poveri nelle baraccopoli.

Questa situazione appare, a noi europei, ingiusta ed insostenibile. Eppure, discutendo con il nostro albergatore (un italiano emigrato da ragazzo in Sudafrica, col quale abbiamo in breve stretto amicizia), ci siamo resi conto di quanto poco dialogo, e pressoché nulla comprensione reciproca, ci sia ancora oggi tra bianchi e neri.

"Quello che non riesco a capire", ci diceva, "è che loro (i "neri") vogliono vivere lì, nelle township. Magari lavorano in centro città, guadagnano anche bene, ma non gli interessa farsi una casa come si deve (sic!), continuano a stare in quelle baracche, in mezzo alla sporcizia".

Io ribattei che per me era invece perfettamente comprensibile, dal momento che quel contesto gli forniva una rete sociale, di rapporti interpersonali ed amicizie, che le ville dei sobborghi non potevano sostenere. "In una township basta uscire da casa per incontrare gente: vicini, amici, conoscenti. I bianchi, qui, sono isolati gli uni dagli altri, hanno una scarsissima vita relazionale, si vedono ogni tanto per andare a cena insieme, ma per il resto si sono autosegregati nel proprio lusso inutile."

Questa considerazione lo spiazzò. "In effetti", mi confessò, "non avevo mai affrontato la questione da questa prospettiva. C’è del vero in quello che dici: passiamo troppo tempo da soli."

Che l’Apartheid non fosse (ma nemmeno voleva esserlo) una soluzione al problema della povertà appare evidente a tutti, ciò nonostante venir fuori oggi da una situazione ormai incancrenita appare ben più che arduo. Non ci sono "scorciatoie" per affrontare problemi di tale portata, e soprattutto non si può prescindere dal comprendere i meccanismi sociali e relazionali delle comunità.

Lo stanno imparando a proprie spese negli Stati Uniti, dove un ambizioso (ed effettivamente superficiale) programma di lotta alla povertà ha prodotto effetti disastrosi. Ma di questo ragionerò nel prossimo post.

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6 thoughts on “Della povertà (prima parte)

  1. Molto interessante l’intervista pubblicata sul numero di questa settimana di “D-La Repubblica delle donne” (http://tinyurl.com/6odjh3) a Simphiwe Dana, definita la nuova regina dell’afro-soul sudafricano. Non la conoscevo prima, ma cercherò di procurarmi il prima possibile un suo disco. Dalle parole dell’intervista esce il quadro di un Sudafrica ancora molto sofferente e lacerato, ma con dentro la vitalità che tanti altri paesi in Africa (Sudan, Zimbabwe, Costa d’Avorio, solo per citare i primi che vengono in mente) sembrano aver perso.

    Quante responsabilità ha avuto e ha l’occidente: quante ricchezze ha depredato, quanti popoli ha schiantato, quanto male ha fatto a questo continente.
    La giovane cantante ha fatto della sua lingua madre, lo “XHOSA” uno strumento di ribellione e di recupero del passato e della tradizione sudafricana.

    magociclo

  2. Caro Marco! Grazie per il tuo articolo e il link al reportage fotografico del Boston Globe. Interessantissimo. Saluti Manfred.

  3. Caro Marco! Anche i tuoi articoli m’hanno spinto a leggere sulla società. Il pensiero del (voluto) isolamento nella società moderna dell’Ovest ho per esempio trovato in un libro che forse conosci: “La società del spettacolo”, Guy Debord. Scritto in 1967, ma incredibilmente giusto per i nostri giorni. – Anche importante: Michael Hardt / Antonio Negri: Empire (2000); Multitude (2004). Così si capisce di più. Saluti anche a Manuela – Manfred.

  4. Ciao Paolo, ciao Manfred
    Mi scuso per la “latitanza” ma altre cose (compresa la gamba rotta di Emanuela) mi hanno assorbito in questa settimana.
    Il seguito di questo post l’ho già pronto da giorni ma non ho avuto ancora il tempo di metterlo su…
    Grazie per le segnalazioni.
    Simphiwe Dana l’ho rintracciata su Youtube e me la sto ascoltando in sottofondo mentre scrivo questo commento, i libri segnalati proverò a rintracciarli, ma non so se e quando avrò tempo di leggerli, perché tempo da dedicare alla lettura “seria” in questo momento ne ho pochino… a presto.

  5. Il disancoramento dell’individuo dal proprio tessuto sociale è la prima cosa che nota qualunque persona si trasferisca da luoghi “più arretrati” nelle nostre città, parlo del abbruzzese che si trasferisce a Roma dal paese o del senegalese che giunge in Italia e si guarda intorno. Sfortunatamente per l’abbruzese, lui non riuscirà a ritrovare una comunità in città che lo aiuti ad integrarsi, al contrario, il nostro amico del Senegal, troverà dei suoi compatrioti che lo “piloteranno” a capire la nuova realtà che si trova ad affrontare.
    La perdità di provincialità delle società occidentali, ci ha portato a chiuderci nelle nostre case e a non salutare sulle scale i nostri condomini, ci ha reso gli uni estranei agli altri proprio perchè abitanti di “nonluoghi”.

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