Ragionando a mente fredda sulla fine del mondo

Da un po’ ho sensazioni strane riguardo al futuro prossimo. All’apparenza tutto sembra funzionare come sempre e qui da noi, nel "paese di Pulcinella", con l’informazione più che mai devastata dalla campagna elettorale, si fa fatica a cogliere quei segnali di trasformazione che altrimenti sarebbero più evidenti.

Un segnale importante, a saperlo correttamente interpretare, è l’aumento costante, da anni, del prezzo del petrolio, che da più parti si vuole spiegare, minimizzandone il reale significato, in termini di "manovre speculative".

Poi c’è la crisi finanziaria internazionale, la recessione degli USA, il fallimento di importanti gruppi bancari, ma anche in questo caso i governi cercano di essere rassicuranti, affermando che in un anno o due la "burrasca" sarà passata e l’economia riprenderà a marciare.

Un ulteriore segnale preoccupante, soprattutto sul piano politico, è la sanguinosa repressione che la Cina sta mettendo in atto nel Tibet, paese microscopico, pacifico e poverissimo, occupato militarmente ormai da anni.

La scorsa settimana, seguendo un link da "L’occhio di Romolo", sono tardivamente capitato sul blog di ASPO-Italia, l’associazione per lo studio del "peak-oil" (la teoria che prevede un picco di produzione del greggio, il suo esaurimento e le successive conseguenze). È stato un "atterraggio" tutt’altro che morbido.

Che il nostro livello di consumi fosse insostenibile per l’ecosistema era evidente già da tempo, anche solo per l’innalzamento globale delle temperature. La domanda che ci si comincia a porre, ormai, è "quando?". Quando finiranno le riserve fossili di energia? Quando dovremo iniziare a "tirare la cinghia"?

La risposta di ASPO è preoccupante, pessimista, catastrofica e, quel che è peggio, basata su dati numerici e ragionamenti tutt’altro che campati per aria. Le riserve di petrolio di buona qualità e facilmente estraibile sono limitate e destinate, prima o poi, ad esaurirsi, come pure le riserve di altri combustibili "fossili" (gas, carbone, uranio).

Quando ciò accadrà tutto andrà in crisi, dalle produzioni alimentari basate sull’agricoltura intensiva e sui fertilizzanti chimici (pesantemente dipendenti dal petrolio), all’estrazione di materie prime, anch’esse ormai già più che sfruttate, perlomeno nei giacimenti di facile estrazione (restano, come per il petrolio ed i combustibili fossili, giacimenti "poveri" e di difficile accessibilità).

A questo si aggiunga che, considerando anche tutte le forme di energia "rinnovabili" (eolica e solare in testa), il mantenimento di un livello di consumi energetici pari all’attuale risulta improponibile, sarà quindi necessaria una drastica revisione dei modelli economici, fondati sul paradigma della "crescita" come unico parametro indicativo.

La domanda che in molti cominciano a porsi è come riusciremo a gestire la transizione da un modello ad alta "densità energetica pro capite" ad un altro a "bassa densità", considerando anche che le stesse produzioni alimentari dipendono a tal punto dal petrolio che difficilmente un mondo che ne farà a meno sarà in grado di sfamare i sei miliardi e mezzo di esseri umani che attualmente popolano il pianeta.

Personalmente non mi sento di condividere le "estreme conseguenze" della "Teoria di Olduvai", secondo la quale la prossima crisi energetica, conseguente all’esaurimento delle riserve di combustibili fossili, innescherà un processo catastrofico che riporterà l’intera umanità all’età della pietra. Anche in seguito a guerre, migrazioni e carestie, molto probabilmente resisteranno delle "enclavi" relativamente civili, in cui almeno una parte delle conoscenze e della tecnologie attuali sopravviverà.

L’unica nota positiva, a voler leggere tra le righe, è il fatto che diverse centrali nucleari sono attualmente alimentate con uranio proveniente dallo smantellamento degli arsenali atomici. La speranza è che la crisi energetica prossima ventura servirà almeno a toglierci dalla testa la "Spada di Damocle" della guerra termonucleare.

Voglio chiudere invece con una riflessione di Fred Hoyle, eminente astrofisico inglese del secolo scorso. In merito al dibattito allora in corso sulla possibilità di "contatti" con altre civiltà extraterrestri, Hoyle argomentò che per ogni pianeta simile alla Terra, pur ammettendo lo sviluppo di forme di vita intelligente, la possibilità di arrivare a produrre una "civiltà tecnologica" sarebbe stata unica ed irripetibile.

Quell’unica civiltà (qui ed ora, la nostra), a meno di riuscire a conquistare lo Spazio ed accedere alle risorse dell’intero sistema planetario, farà in pochi decenni tabula rasa delle risorse dell’intero pianeta, al punto che le civiltà successive non avranno più la possibilità anche solo di avviare il processo tecnologico, e men che meno di iniziare una "rivoluzione industriale".

Magari anche questa è una previsione pessimista, ma se ci sono volute centinaia di milioni di anni per generare le attuali riserve di petrolio (a partire dalla biomassa preistorica), per la prossima civiltà industriale, quella in teoria immediatamente successiva alla nostra, nella migliore delle ipotesi potrebbe occorrere altrettanto tempo. Nella peggiore, forse, potrebbe non nascere mai.

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7 thoughts on “Ragionando a mente fredda sulla fine del mondo

  1. touchè su Zardoz!
    Per quanto riguarda i lemming sapevo che la loro corsa non è dettata da istinto suicida, cosa che invece sembra essere connaturata alla nostra specie.

  2. Immagino un futuro lontano, in cui una specie intelligente discendente dai lemmings girerà un documentario sull’istinto suicida dei primati, che ne causò l’estinzione.
    E quello sarà vero. :-/

  3. caro “bipede”, ogni volta che affronto l’argomento con qualcuno sembrano prendermi per scemo, non sono contento di potermi riconoscere con quanto da te scritto non perchè abbia nulla contro la tua persona quanto per il futuro che spetterà a mio figlio.
    Tempo addietro ho letto un libro che se non erro si intitola “petrolio, il sangue della terra”, controllo e ti faccio sapere.
    M!!!

  4. Le fonti rinnovabili saranno la risorsa del futuro, ma non potranno comunque consentire i livelli di consumi attuali.
    Il che, ti dirò, potrebbe anche non essere una cattiva cosa. 🙂

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