La sindrome del Recinto

Non capisco perché, ma apparentemente tutti quelli che, in un momento della propria vita, si aggregano in associazioni aperte all’esterno, anche informali, finiscono prima o poi prede di quella che ho ormai definito la "sindrome del Recinto".

Si parte con le migliori intenzioni nei confronti di chiunque, e si finisce a circoscrivere la propria cerchia di frequentazioni a pochissime persone "fidate", tagliando fuori emotivamente tutti gli altri. Ho visto verificarsi questo processo ormai troppe volte per non considerarlo tipico delle modalità relazionali umane (o perlomeno italiane).

Il processo si struttura in poche e ben definite fasi:

  • si inizia approcciando con le migliori intenzioni un’associazione di perfetti sconosciuti
  • all’inizio si attivano contatti e relazioni indifferenziate più o meno con tutte/i
  • col passare tempo si verificano discussioni e divergenze d’opinione, con le conseguenti spaccature tra fautori dei diversi orientamenti
  • più si va avanti e più ci si lega emotivamente solo a quelli/e che sposano i propri punti di vista, e poco alla volta relazioni e frequentazioni si concentrano su quelle poche persone
  • ad ogni successiva discussione si entra in una dinamica "noi-loro", creando un sottogruppo che si contrappone agli "altri"
  • a lungo andare lo "spirito di gruppo" prevale su qualunque altra considerazione, e si finisce con lo sposare acriticamente le posizioni dei membri del proprio "clan"

Il "recinto", in questo senso, è quello che ci si costruisce intorno. Inizialmente per creare una delimitazione che ci protegga dal mondo, ma che finisce con l’imprigionarci in una rete di ricatti emotivi e psicologici da parte dei nostri "sodali". Più i legami diventano stretti ed esclusivi, più il "gruppo" ci taglia fuori da possibili relazionamenti esterni, assorbendo tutte le nostre attenzioni e la nostra disponibilità.

Per qualche bizzarro motivo io sembro essere immune da questa deriva comportamentale, il risultato è che, non aderendo a logiche di "clan", molto spesso col passare del tempo finisco col ritrovarmi isolato. Subire i recinti altrui che mi tengono fuori non è una condizione piacevole, ma ancora posso sopportarla. Molto peggio sarebbe finire dentro l’uno o l’altro.

Quello che non ho ancora imparato è a rinunciare a provare a tirar fuori le persone dai recinti in cui si sono volontariamente andate a rinchiudere. Quello che ottengo è, in genere, solo di attirarmi le loro ire e la loro aggressività. Però pian pianino sto imparando, e col tempo conto di riuscire a non sprecarci più energie e tempo prezioso.

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