Il tramonto della fantascienza

Image Hosted by ImageShack.usDevo dire la verità, questo libro l’ho detestato fin dalle prime pagine. Già nella brevissima prefazione alla vicenda l’autore inanella una sequenza di inverosimiglianze scientifiche da lasciare interdetti. Eppure, mi sono detto, se ha vinto un premio “Nebula” qualcosa di buono ci sarà. C’era, ma poco, e anche quel poco non attinente alla parte “fantascientifica”.

In primo luogo dovrei chiarire che cos’è il premio “Nebula” e perché il trovarlo citato sulla copertina di un libro in genere mi muove all’acquisto: trattasi del massimo riconoscimento conferito dall’associazione degli scrittori di fantascienza nel corso di una convention annuale negli Stati Uniti. L’altro grande riconoscimento, ritenuto ancora più importante, è il premio “Hugo” (intitolato a Hugo Gernsback), conferito invece dai lettori.

Cos’è che proprio non va in questo romanzo? Diverse cose. La prima è che si sfrutta una “confezione pseudoscientifica” per raccontare vicende che con la scienza non hanno nulla a che vedere. Per fare un paragone è come se io decidessi di scrivere un racconto in cui dei supertecnici, in un superlaboratorio americano della NASA, analizzano una bacchetta azzurrina e fanno esperimenti con spettrografi ed altre apparecchiature dai nomi altisonanti, per cercare di comprendere come mai afferrando la suddetta bacchetta e pronunciando la frase “Salakabula Magicabula Bibidibobidibù” si producano dei miracoli.

C’è che il concetto di fanta-scienza, quando venne formulato intorno agli anni ’20 del secolo scorso, prevedeva la scrittura di racconti fantastici basati su estrapolazioni delle idee e delle conoscenze scientifiche che si andavano formando all’epoca. Il che produsse una scissione nel campo del racconto fantastico, dal momento che continuarono ad essere scritte storie che non richiedevano un fondamento di plausibilità, racconti di orchi, e maghi, ed incantesimi, ed altre che invece pretendevano di immaginare e rappresentare un futuro quantomeno possibile.

Nei molti decenni da allora trascorsi è cambiato praticamente tutto. Le conquiste che poco meno di un secolo fa potevano apparire realizzabili nel volgere di pochi anni si sono dimostrate, al contrario, del tutto impossibili. La scienza, invece di spalancare mondi di meraviglie alla fertile immaginazione degli scrittori, ha continuato a piantare paletti di negazione.

Basandoci su quello che sappiamo ora, la velocità della luce non può essere superata, nemmeno in via teorica, e se lo spazio si possa “curvare”, in modo da rendere possibili viaggi interstellari, questo di certo non sarà realizzabile con macchinari che siamo lontanamente in grado di immaginare.

Quindi lo “Spazio, ultima frontiera” di cui favoleggiava ancora negli anni ’60 la serie “Star Trek” (verrebbe da dire: favoleggia ancor oggi, ma l’idea di frontiera da qualche parte si è un po’ persa…) non rappresenta al momento alcuna possibilità di diventare, come fu l’America nel ‘700 e nell’800, la valvola di sfogo di un’umanità che tende a sovrappopolare qualunque habitat.

Altri vincoli e paletti vengono posti dalle altre scienze. La fisica ci rende edotti del fatto che non esistono altri elementi oltre a quelli della tavola periodica, che le interazioni fondamentali della materia restano quelle poche e semplici già note, che, sostanzialmente, non esistono fenomeni inspiegabili, ma solo meccanismi poco chiari, che col tempo verranno meglio descritti.

Questo ha prodotto, negli anni, un inaridimento del genere letterario fantastico legato alle speculazioni razionali. Se non si può immaginare di costruire astronavi per colonizzare altri mondi, se non si possono immaginare metabolismi alieni troppo inverosimili, se non si possono immaginare armi ed invenzioni ingiustificabili a fronte delle conoscenze attuali, di cosa si potrà mai scrivere?

Haldeman risolve il problema semplicemente infischiandosene. Inventa materiali impossibili, personaggi impossibili (oltreché inverosimili), situazioni del tutto implausibili, e non si degna di dare la minima spiegazione, limitandosi a far affermare ad uno dei superscienziati protagonisti della vicenda: “credevamo di sapere tutto, ed invece probabilmente non sappiamo nulla…“.

Beh, molto facile, e molto comodo. Troppo comodo. A questo punto mi vado a leggere come documento storico la saga di Mago Merlino, ed anzi, pretendo che esistano gli elefanti volanti descritti nel cartone animato “Dumbo”!

Scherzi a parte, esiste un fondato problema a monte di tutto ciò: l’impoverimento della sfera emozionale legata al magico ed all’irrazionale. La natura umana porta con sé il desiderio di sfide, anche intellettuali, l’esigenza di affrontare e svelare l’ignoto, di esplorare realtà sconosciute. Cosa faremo quando la scienza avrà svelato ogni cosa, quando tutto sarà descritto, quando dovremo arrenderci, più che alla finitezza della nostra immaginazione, alla finitezza stessa dell’Universo che ci circonda?

Anni fa lessi un breve racconto, non saprei più dire chi fosse l’autore, in cui si raccontava della “Convention di fantascienza dell’anno 2020” (o qualcosa di simile), nel corso della quale, dopo il crollo della civiltà in seguito ad una guerra atomica, ed il mondo precipitato in una nuova epoca di barbarie, gli scrittori riaffermavano il diritto della loro immaginazione a viaggiare libera dai vincoli della scienza: “ora che la scienza non esiste più“.

Forse gli autori cominciano davvero a pensarla così. A quanto pare i lettori invece no: il romanzo di Haldeman, al premio Hugo, non è arrivato nemmeno tra i finalisti.

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5 thoughts on “Il tramonto della fantascienza

  1. Ciao Marco! Tempo fa, un premio significava qualcosa. Oggi non più. Tutto truccato. In Germania una signora ha avuto per il secondo anno di seguito il premio per il miglior giallo, da un’associazione di scrittori gialli. La prima volta il suo libro era nuovo; adesso descrive un’altra serie di omicidi in un villaggio Bavarese, fa un montaggio di testimonianze in un linguaggio semplicissimo … anche in questo caso i lettori hanno capito (come scrivono in Amazon) che non vale un gran ché.

    Può darsi che la fantascienza ha perso la sua energia. Ma io non penso che la scienza può svelare ogni cosa, che la ricerca avrà mai una fine. Soltanto i risultati non più vengono “giù” al grande pubblico, troppo difficile, i media deformano tutto e vanno avanti come prima, il mondo è tutto che c’è, non c’è più spazio per i misteri (che era diverso nei anni novanta), tutto viene spiegato in modo razionale, tutto da noi è privo dell’incanto. Da qui il successo di Harry Potter – un altro mondo, basato nel passato, come un romanzo di Charles Dickens. Oggi la gente guarda indietro; internet per molti è già troppo, è come fantascienza. Il futuro ci è venuto troppo vicino troppo veloce. Ciao e saluti Manfred.

  2. Ciao Manfred, bentrovato! 🙂
    La scienza una cosa non potrà mai svelare, cosa ci aspetta nel futuro. E’ per questo che esiste la fantasia, per immaginarlo. Ma non si può immaginare un futuro platealmente impossibile, almeno io non ci riesco.

    Posso leggere un racconto completamente surreale, e godermelo in chiave di metafora, ma non posso crederlo reale. Harry Potter è divertente, ma finito il libro o il film si torna nella realtà. Blade Runner, al contrario, ci lascia delle inquietudini perduranti su cosa sia “umano” e cosa invece non lo sia. Su cosa possiamo attenderci, anche in termini filosofici, dallo sviluppo tecnologico.

    Ora il problema è un altro, la confusione dei generi. Qui ci troviamo di fronte non ad un autore che parte da “quello che si sa” per speculare su “quello che potrebbe essere”, bensì ad un autore che ha deciso “quello che vuole raccontare” (un minestrone poco digeribile di effettoni speciali, sesso abbastanza grossolano e racconti di guerra, con un occhio alla possibilità di finire in qualche mega-produzione hollywoodiana), e si inventa una fisica inesistente pur di arrivarci…

    “Cui prodest”? A chi giova?
    :-/

  3. Ciao Marco! Hai ragione, ci sono scrittori che non hanno responsabilità. Vogliono soltanto vendere tante copie. Qui un link per te, della “Society for Scientific Exploration” nei Stati Uniti, era il programma del convegno 2007. Questo è “Maverick Science” (scienca rischiosa) che mi piace molto; qui si vede quanti problemi valgono la pena di ricercare. Qualche volta la realtà è più interessante che la letteratura.

    http://www.scientificexploration.org/meetings/26thannualprogram.pdf

    Saluti Manfred.

  4. Grazie per il link, mi sono scaricato il documento e con calma cercherò di venirne a capo… il mio inglese è buono a sufficienza da consentirmi di leggerlo, ma non di leggerlo in fretta e comprenderlo. 😦

    Comunque da un po’ diffido anche delle “sparate” degli scienziati. Spesso servono solo a chiedere ulteriori finanziamenti per la ricerca scientifica. Non so se hai notato che gli astronomi ormai paventano in continuazione un rischio di impatto da asteroidi… Statisticamente ciò non ha la minima giustificazione, ma gli scienziati pensano che se il pubblico si spaventa i politici finanzieranno più volentieri la costruzione di nuovi strumenti più potenti. Gli asteroidi sono diventati i “terroristi” dello spazio. :-/

  5. Pingback: Non-scienza | Mammifero Bipede

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