La classe operaia va all'inferno

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È da un paio di giorni che ho sotto gli occhi il reportage di Ezio Mauro sulla tragedia della Thyssen-Krupp di Torino. L’ho letto ieri, ed oggi l’ho voluto rileggere. Nel senso d’angoscia che riesce a trasmettere, nel modo asciutto eppure partecipe di raccontare l’irraccontabile, trovo che sia un esempio di grande giornalismo. Uomini che escono, devastati, dal fuoco, parlano, chiedono dei loro cari. Sono già morti, e ancora non se ne rendono conto.

Del fiume di parole versato nei giorni successivi al disastro questi "dettagli" sono andati persi, forse intenzionalmente. La lingua dei notiziari è asettica: "morti sul lavoro", si dice, e la morte evocata sembra un po’ più pulita, meno dolorosa, meno terrificante. Televisione e cinema ci hanno cresciuti con un’idea quasi "meccanica" della morte. I programmi di fiction sono ormai una sorta di "catena di montaggio" dell’omicidio, in cui personaggi più o meno grossolani vengono uccisi, in modi fantasiosi, in grande quantità.

Invece, nei luoghi di lavoro, muoiono persone vere, con famiglie, affetti, amici, colleghi. Muoiono in maniere strazianti, per distrazione, per stanchezza eccessiva, per sciocca leggerezza e sottovalutazione del rischio, o per bieco calcolo economico.

Come possa prender sonno, la notte, chi mette a rischio la vita d’altri per ficcarsi in tasca qualche manciata di euro in più, da sperperare per l’acquisto di beni di nessuna necessità, proprio non riesco a comprenderlo.

E mi domando dove ci porterà questa "rimozione" del valore del lavoro, questa cancellazione, dall’immaginario collettivo, di ciò che un tempo veniva definita la "Classe Operaia", questa marginalizzazione di strumenti e persone che provvedono, silenziosamente ed umilmente, al nostro benessere quotidiano.

Un secolo fa il mondo occidentale immaginava che le macchine, la tecnologia, il cosiddetto "progresso", avrebbero liberato l’umanità dalla servitù del lavoro quotidiano. Era un’utopia che culture differenti hanno provato a declinare in forme e modi diversi, dal socialismo al capitalismo, ma non si è realizzata. Le macchine hanno sì ridotto la necessità di lavoro umano, ma al tempo stesso hanno prodotto una crescita esponenziale delle merci e dei consumi, producendo nuove forme di occupazione materiali ed immateriali.

Il risultato è stato che il numero di ore lavorative di ciascuno, anziché ridursi, è rimasto costante, mentre si è ridotto il numero di addetti alla fabbricazione delle merci, soppiantati da macchine sempre più automatizzate ed efficienti, ed è aumentato quello degli addetti alla gestione delle merci stesse. Questo ha comportato la marginalizzazione della "classe operaia" di cui si parla nell’articolo, ma non è l’unico effetto avvertibile.

L’abbondanza di materie prime e merci ha prodotto anche una crisi nelle forze politiche ispirate ad ideali di cooperazione, storicamente le sinistre. Al giorno d’oggi solo una piccola parte della società è impegnata in attività faticose, pericolose e per cui sono richiesti lavoro di squadra e solidarietà, ed al contrario tantissimi svolgono mansioni d’ufficio, per le quali la competizione è un fatto scontato, quotidiano. Ecco come si realizza il paradosso di un mondo ricchissimo eppure sempre più avido ed egoista.

Ma c’è di peggio, la marginalizzazione degli operai in Italia non potrebbe esistere senza la delocalizzazione delle produzioni nei paesi poveri, dove milioni di persone lavorano dalla mattina alla sera in condizioni disperate, rovinandosi la salute, per salari da fame. Nessun confronto è possibile, ed anche l’operaio italiano più sfruttato e "di sinistra" deve rendersi conto che, se c’è ancora un "proletariato" al mondo, ormai non abita più qui.

Le idee egualitariste delle sinistre, oltreché fiaccate da errori ciclopici perpetrati per decenni (in testa i regimi dittatoriali dell’est europeo), si ritrovano ora a dover fronteggiare un mondo completamente diverso da quello in cui furono formulate, un mondo che erige barriere linguistiche e comunicative insormontabili non già tra "classi" che vivono gomito a gomito, ma tra interi continenti, e dove lo sfruttamento viene fatto valere per mezzo di eserciti mercenari.

Riuscirà l’umanità a trovare la forza e la volontà per cambiare tutto questo, prima che il mondo anneghi in un’ennesima carneficina globale? Mi sforzo ancora di sperarlo, ma non mi faccio troppe illusioni.

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