Ogni impedimento è giovamento…

Ho rubato una delle frasi preferite del mio amico Elio per dare un titolo a questo post. Come mai? Il fatto è che sto proseguendo nella lettura di “Intelligenza Sociale” di Daniel Goleman, e mi sono trovato di fronte ad un apparente paradosso.

Detto in breve, negli attuali capitoli Goleman elenca le evidenze medico/scientifiche che legano il nostro benessere individuale all’avere relazioni affettive stabili ed appaganti. Nulla di nuovo, direte voi, è evidente che chi ha una solida rete affettiva sta meglio di chi vive in solitudine, o con partners che gli/le provocano malumore.

Invece qui la cosa è significativamente diversa: in presenza di situazioni emotivamente appaganti l’organismo produce sostanze che ne migliorano la salute complessiva, il sistema immunitario reagisce più prontamente, insomma ci ammaliamo meno e guariamo più in fretta. Al contrario, quando viviamo situazioni di stress accade l’opposto, liberiamo tossine che ci danneggiano la salute complessiva.

Questo produce una situazione apparentemente paradossale, poiché in assenza di un tale meccanismo il nostro cervello potrebbe benissimo liberare “sempre” sostanze che ci aiutano a star bene ed a guarire, e cosa c’è di meglio che star bene? Eppure dobbiamo, con tutta evidenza, accettare che questa condizione “svantaggiosa” è funzionale alla nostra sopravvivenza, dal momento che la conserviamo come specie.

Dov’è il nesso? Abbiamo avuto milioni di anni per far evolvere un metabolismo che fosse funzionale alla nostra sopravvivenza, e invece ci ritroviamo dentro un meccanismo che pare “sabotarci” dall’interno se non riusciamo ad intessere relazioni interpersonali ed affettive solide ed appaganti.

A questo punto del libro Goleman non ha ancora affrontato la questione, ma nel frattempo io mi sono fatto un’idea, per assurda che possa sembrare: anche un sistema apparentemente nocivo, come quello che libera tossine in caso di stress, deve avere una sua precisa, positiva, valenza evolutiva. Già, ma quale?

Ho immaginato due gruppi umani, uno soggetto a questo meccanismo e l’altro no. In cosa si differenziano? Il primo tenderà dopo un po’, per necessità, a produrre un gruppo compatto, una tribù, in cui i componenti hanno legami affettivi forti, l’altro non ne avrà bisogno, ed i suoi componenti vivranno altrettanto bene da soli. Questa è la differenza chiave.

Il gruppo con legami affettivi forti è evolutivamente vincente rispetto a quello con individui maggiormente indipendenti. Anche se i suoi componenti, presi singolarmente, saranno più deboli e fragili di quelli dell’altro gruppo, il fatto che siano legati emotivamente tra loro li rende collettivamente più forti, aumenta le probabilità di sopravvivenza sia dei singoli individui che dell’intero gruppo.

Come scriveva Shakespeare, “ci sono più cose in cielo e in terra che nella nostra fantasia”: ecco che una debolezza individuale diventa chiave di successo per l’intera specie. C’è davvero di che riflettere. A cominciare da quanto ci penalizzi come individui, in termini di salute, il tipo di società che si è prodotta negli ultimi due secoli in seguito alla rivoluzione industriale.

Un pensiero su “Ogni impedimento è giovamento…

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