Tirana Love Lunch (*)

19 agosto
Oggi altra giornata da "turisti senza bici", Erjon ci accompagna in auto all’appuntamento che abbiamo con il resto del gruppo e ci scodella nel bel mezzo di un incrocio trafficato e polveroso, dove aspettiamo inutilmente per un bel po’.

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Dopo mezz’ora, non arrivando nessuno/a, ci decidiamo a prendere un autobus per la piazza centrale, saliamo ed è un bus italiano, avanzo di qualche servizio dismesso che è stato venduto, o regalato, all’Albania.

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Quando arriviamo sulla piazza Skanderbeg l’occhio coglie una scena che riassume meglio di tante parole l’Albania di oggi. Torna in mente il titolo di un vecchio album dei CCCP: "Socialismo e Barbarie".

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La piazza di fronte al museo nazionale è occupata pressoché in pianta stabile da un singolare "parco giochi". Qui bambini e ragazzi guidano automobiline e piccoli "quad" col motore a scoppio, compiendo evoluzioni che ai nostri occhi appaiono decisamente pericolose. Dal punto di vista di un cicloambientalista questa prematuro apprendistato infantile al "feticcio tetragommato" (tanto per usare un’espressione tanto cara al mio amico Fabrizio) appare assolutamente deleteria: una sorta di iniziazione a riti ed usanze tribali del terzo millennio.

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Finalmente, con un ritardo spropositato, ricompaiono i nostri amici: si erano imbucati in una festa di matrimonio locale, tutta danze e costumi tradizionali, ed hanno fatto tardi. Nel frattempo è stata di nuovo sospesa l’erogazione di corrente, e la visita al museo nazionale avviene a luci spente, e stante il divieto di scattare foto.

Per essere un museo nazionale la quantità di reperti in esposizione è davvero esigua, in compenso riusciamo a farci un’idea abbastanza precisa della storia nazionale Albanese. L’ultima sala (che la guida ci spiega, in un buon italiano, essere quella allestita più di recente) era un tempo dedicata ai "trionfi del socialismo" ed ora ospita, invece, testimonianze dei "crimini del regime": prigioni, campi di concentramento, persecuzione degli intellettuali, più di cinquemila morti per reati d’opinione.

A tal punto brutali e disastrosi devono essere stati la repressione ed il controllo sociale esercitati da Hoxha, che ad oggi nell’intero paese è in atto una sorta di "rimozione collettiva" della memoria. Nessuno ne vuol parlare, o anche solo sentir parlare. In tutto il paese non sono riuscito a vedere un solo ritratto di Enver Hoxha, la cui effigie dominava in passato l’intera Albania.

Le nostre guide, Erjon e Drjlona, propongono di salire a pranzare sulla montagna che domina Tirana, usando la cabinovia recentemente realizzata (da una ditta austriaca) ed in breve tempo assurta ad "attrazione" della città. Accettiamo.

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Da poco avvezzo alla frequentazione di montagne l’esperienza è di quelle che restano impresse, sicuramente un salto di qualità notevole rispetto alle ruote panoramiche dei Luna Park. Manu apprezza un po’ meno, Giovanni si fa coraggio ma detesta l’idea di stare appeso ad un cavo.

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Pranziamo al fresco ed in mezzo al verde, dopodiché più d’uno si appisola, ma nel primo pomeriggio torniamo giù per proseguire il giro. La prima tappa dovrebbe essere la moschea, ma è l’ora della preghiera e decidiamo di rimandare. Drjlona ci segnala che alcuni dei palazzi della piazza sono di costruzione italiana, risalenti ai tempi del fascismo.

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Lo stile è quello che a Roma si può ammirare dalle parti di piazza Solferino. Sono ben tenuti e, a confronto coi grigi palazzoni del dopoguerra, fanno anche la loro "porca figura". Incredibilmente questo viaggio mi sta producendo un riallineamento dei canoni estetici. Passeggiamo per il centro in direzione dell’università, buttando un occhio ad altri notevoli edifici.

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Avvicinandoci alla periferia diventano evidenti i tentativi del sindaco di ridare colore ed allegria alla città. Il fatto di aver eletto un pittore, da questa prospettiva, ha dato i suoi frutti.

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Foto di gruppo sul "ponte dei tabacchi", di epoca medievale.

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L’ingresso dell’università di Tirana, anch’essa costruita dagli italiani, ha di notevole che sembra la fotocopia, in scala ridotta, di quella di Roma, sua coeva. Certo non uno sfoggio di grande originalità da parte degli architetti del fascismo.

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Il vialone che vi conduce è immenso e semideserto, uno sfoggio di gigantismo che all’epoca non doveva fare i conti col traffico veicolare, e ad oggi appare una cattedrale nel deserto.

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Poco oltre c’è l’ameno laghetto artificiale di Tirana. Siamo arrivati a piedi dal centro città con una mezz’oretta di cammino, e sembra di stare in aperta campagna.

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Torniamo quindi indietro per visitare la moschea. Miracolosamente scampata alla "rivoluzione culturale" perché "edificio di rilevanza storica".

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Fine del giro. Piazza Skanderbeg è immersa nella dorata luce del tramonto, e noi ce ne torniamo in periferia, per una veloce doccia e quindi la serata "finale".

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I ragazzi di "Vivalbania" ci hanno preparato una cena collettiva, con piatti tradizionali della cucina albanese. Drjlona ci presenta le varie pietanze.

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Quindi c’è il classico "assalto al cibo" (siamo italiani, in fondo), cui seguirà una serata di balli tradizionali e moderni. È il momento di Adriano, che avrà modo di stupire tutti i presenti esibendo le sue rare doti di ballerino "istintivo".

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Rientriamo a casa a notte fonda. Erjon, che ci scarrozza alla guida dell’auto del padre, non riesce ad evitare di fracassare la marmitta "sportiva" sulle troppo sconnesse strade albanesi. Cose che capitano.

(*) Il titolo di questo post non significa nulla, è solo un verso di una vecchia canzone dei Chrisma, "Many kisses". Una sciocchezza, ma ai nomi delle città si "attaccano" spesso i ricordi di tormentoni musicali: per Londra c’è "London calling" dei Clash, per Berlino "Berlin", di Lou Reed, New York ha, ovviamente, "New York, New York" di Liza Minnelli e via dicendo. Perfino Milano ha "Luci a San Siro", ma Tirana… ha solo i Chrisma!

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2 thoughts on “Tirana Love Lunch (*)

  1. Ciao bell’articolo. Fa piacere vi siate trovati bene nella nostra città anche se ormai 6 anni fa: di cose ne sono cambiate. Se vi va dateci una mano a far conoscere Tirana. Stiamo cercando di sviluppare questa pag fb https://www.facebook.com/Tiranatour?fref=ts e questo blogg http://tiranatour.wordpress.com/.
    Grazie.

    Cmq vi preciso una cosa, perché è importante in realtà: il ponte si chiama dei Tabak… tabacchi non centra niente! 😀 Tabacchi in italiano è qualcosa che ha a che fare con il tabacco! Tabak in albanese invece significa “foglio” o meglio “strati sottili” fatti con materiali diversi. Per l’appunto in quel quartiere vivevano una delle famiglie più antiche di Tirana che si occupavano di pelle: la lavoravano facendo delle “tabakà” ovvero pezzi di pelle tratta che poi venivano rivenduti: insomma la materia prima per fare abiti, coperte, scarpe e quant’altro. Le famiglie oggi si chiamano Tabaku e il ponte si chiama letteralmente “dei Tabaku o dei Tabaksa”(è indifferente nella lingua albanese). Di fronte, dall’altra parte della lana hai anche la Moschea dei Tabaku/Tabksa. Cmq se vi va potreste darci una mano per far conoscere Tirana su questa pag. fb fresca/fresca o su wordpress

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