Albania in bicicletta

albania.jpgQuest’anno la meta del nostro viaggio estivo in bicicletta è l’Albania. Decisamente una destinazione improbabile, mi rendo conto, ma quando ho letto che un gruppo di Mesagne (Br) stava organizzando la spedizione ho fatto il possibile per esserci.

Risolti i problemi legati ai passaporti scaduti, che ci impedivano il passaggio di frontiera tra Grecia ed Albania, con una iniziale variazione di percorso (Brindisi – Valona – Sarande anziché Brindisi – Corfù – Sarande), dopodomani saremo nel "paese delle aquile", tristemente famoso per l’ondata di immigrazione clandestina dei primi anni ’90, che fece seguito alla caduta del muro di Berlino ed al crollo del regime comunista (già orfano del suo fondatore Enver Hoxha).

Perché l’Albania con tante mete più esotiche? Curiosità. Vogliamo andare a scoprire un paese vicinissimo eppure culturalmente lontano, rimasto isolato per quarant’anni da uno dei regimi comunisti più intransigenti del 20° secolo, povero e gravato da una pessima reputazione. Vogliamo scoprirlo, soprattutto, prima che la sua "diversità" venga riassorbita dall’occidente, che a partire dall’industria del turismo sta già investendo miliardi per trasformarlo nell’ennesima meta globalizzata ed omologata al resto dell’Europa.

Cosa ci aspettiamo di trovare? Beh, sicuramente una cultura diversa dalla nostra, dal momento che secoli di occupazione ottomana hanno lasciato il segno, ma anche un territorio per molti versi ancora vergine, con montagne che da 1000 metri di quota scendono a picco sul mare. Questa è "l’anteprima" che ci mostra Google Earth del tratto di costa tra Sarande e Valona. Ci sarà da pedalare!

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Strani viaggi nel tempo

Image Hosted by ImageShack.usLe politiche editoriali di "Urania" non mancano di stupirmi. Personalmente trovo privo di senso che da una settimana all’altra possano essere pubblicati romanzi o raccolte di racconti relativamente recenti, oppure narrativa vecchia di mezzo secolo. E senza andare a spulciare le date di pubblicazione dei singoli racconti (non sempre facili da reperire) si rischia di ritrovarsi in mano un pezzo di archeologia del futuro, al posto di qualcosa di fresco ed intellettualmente stimolante.

Un po’ come se fosse possibile far viaggiare nel tempo i racconti, "Urania" tenta di spacciare materiale narrativo scritto più di mezzo secolo fa insieme alle proposte attuali, creando un pout-pourrì non raramente indigesto.

Quanto a questo "I segreti del paratempo" di H. Beam Piper, probabilmente la sua colpa principale (oltre all’illustrazione di copertina, francamente inguardabile) è di essere uscito nel 2006 senza una esplicita dichiarazione d’età. È un po’ come se, ad un appuntamento al buio, al posto di un’avvenente fanciulla vi si presentasse una simpatica ed arguta settantenne… magari si passerebbe lo stesso una piacevole serata, ma forse le "aspettative mancate" finirebbero col renderla meno piacevole di quanto avrebbe potuto.

E in fondo è la solita storia, la fantascienza è genere talmente di nicchia che i suoi appassionati finiscono, volenti o nolenti, ad accettare tutto quello che passa il convento, e a far buon viso a cattivo gioco. Se non fosse che, contemporaneamente a questo, mi sono trovato a leggere alcuni racconti molto più recenti ("Year’s best sf 2004" pubblicato come "Venti galassie", Urania Millemondi di luglio) probabilmente non me ne sarei lamentato troppo neppure io.

Fare un salto indietro di cinquant’anni, leggere l’etica e le aspettative di una società attraverso le sue rappresentazioni del futuro, resta comunque un gioco interessante. Colpisce, ad esempio, come tutti i personaggi delle storie siano fumatori accaniti, e torna in mente il film "Good Night and Good Luck", di George Clooney, dove appunto si racconta il giornalismo degli anni ’60 attraverso una spessa coltre di fumo di sigaretta.

Lo stile di Piper è ancora segnato dal gusto "pulp" degli anni a cavallo dei ’40, le sue trame sono intricate e le soluzioni plateali, ma in una maniera ingenua, non ancora viziata dal gusto hollywoodiano degli ultimi decenni (coi finali che sembrano scritti apposta per essere proiettati su uno schermo). I racconti di questa antologia si lasciano ancora leggere piacevolmente, nonostante certe soluzioni tecnologiche appaiano ad oggi datate, e lo scenario complessivo pecchi sovente di semplicismo.

L’idea dei mondi paralleli non è nuova, ma qui viene affrontata immaginando una cultura in grado di padroneggiare il viaggio tra essi, innumerevoli mondi. Come in molte delle fantasie di natura scientifica il paradosso è in agguato dietro ogni angolo, ed anche in questo caso si preferisce lo sviluppo di una trama avventurosa ad una riflessione matura sulle reali complessità prodotte da una simile eventualità. Come in molta della fantascienza di quegli anni.

Purtroppo dalle parti di "Urania" non si vuole proprio comprendere come questo tipo di narrativa, ormai prossima all’obsolescenza, meriti uno spazio a sé, anziché finire incoerentemente mescolata ai prodotti più recenti. Che, se è vero che non sempre risultano all’altezza dell’epoca in cui vengono scritti, in qualche caso mostrano davvero impietosamente la distanza esistente tra l’immaginario fantascientifico degli anni ’60 e quello attuale.

Riluttanze

Che l’idea di proporre la data del 3 agosto come prima possibile realizzazione dell’iniziativa sulla mortalità stradale non fosse una scelta particolarmente felice avrebbe dovuto essere intuibile: poco tempo per coinvolgere altre persone e le poche già coinvolte alle prese con le partenze estive, o già in vacanza. 

Fatto sta che a Piazza dei Mirti ci siamo ritrovati in una decina scarsa, con l’amplificazione finalmente funzionante ma poca convinzione sulla fattibilità della cosa, ed ancor meno sulla possibile riuscita. A conti fatti, togliendo chi avrebbe gestito la parte audio, chi avrebbe scattato le foto e le due, tre persone che avrebbero dovuto posare le lenzuola, a "morire" sarebbero state solo quattro o cinque persone. Ed in più, nessuno/a aveva preparato i volantini da distribuire agli astanti…

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Arrivati a largo Agosta la distanza tra l’idea iniziale di un happening con decine di ciclisti coinvolti in una piazza del centro cittadino in un’ora di grande affollamento ed una messinscena di otto persone in una piazza periferica ad agosto ci è parsa drammatica. Ma a far pendere definitivamente il piatto della bilancia è stato probabilmente il fatto che a quell’ora la piazza fosse affollata in prevalenza di bambini che giocavano spensierati, più che di adulti in grado di comprendere e di elaborare il messaggio.

È finita che non ce la siamo sentita, e messa ai voti la maggioranza ha deciso di soprassedere. Pur di non disperdere il lavoro fatto ci siamo quindi spostati a villa Gordiani, ed abbiamo rappresentato il nostro spettacolino sull’erba, in mezzo al nulla.


 
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All’atto pratico siamo pronti, la rappresentazione funziona, manca ancora il numero, la "massa critica". Cercheremo per l’autunno di realizzare un maggior coinvolgimento, cosa che finora, causa impegni ed altro, è mancata quasi del tutto.

Tizzano val di Parma

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Tizzano val di Parma è l’ultima tappa estiva del nostro spettacolo, la seconda del concorso "L’Ermo Colle". Significa prendere un altro giorno e mezzo di ferie (alla fine diventati due) ed un’altra trasferta in macchina di più di 500km. Quindi sveglia alle 6.00, al teatro per caricare armi e bagagli (tanti) e quindi via di autostrada, sotto il sole di luglio.

Guidare in autostrada è una delle cose che personalmente detesto, ma in questo caso diventa inevitabile: troppe le cose da portare, compreso un baule pieno fino all’orlo di lenzuola, candelabri ed oggetti vari. Almeno si può dividere la fatica della guida e la spesa di benzina ed autostrada. Comunque fa meno caldo della scorsa settimana, la partenza anticipata ci dà il tempo per una sosta pranzo più che decente in quel di Parma, e riusciamo a raggiungere Tizzano relativamente presto ed ancora abbastanza freschi.

L’allestimento che ci si presenta di fronte è già del suo spettacolare, la scena è stata ricavata in un antico rudere (il castello) ed il palcoscenico si affaccia nel vuoto, ad una decina di metri (in orizzontale) dalla prima fila di sedie. Già solo questo basta a gasarci, e ce ne sarà bisogno, perché poco alla volta cominciamo a realizzare i vari problemi che dovremo risolvere.

Uno fra tutti l’entrata del "corto": l’accesso al palcoscenico è dalla parte opposta a dove lo abbiamo sempre fatto, e per un lavoro geometrico come quello che abbiamo approntato, con l’entrata che si sviluppa seguendo i lati di un quadrato, questo significa rivedere tempi, velocità e movimenti.

Poi c’è la novità dei microfoni: la scena, oltre ad essere all’aperto, è troppo lontana dagli spettatori, ragion per cui sono stati approntati dei microfoni tutt’intorno che amplificano, oltre alle voci, ogni altro suono, compreso quello dei passi sul palcoscenico e degli oggetti spostati in prossimità di essi. Ogni suono è catturato ed inesorabilmente restituito, anche i sussurri… Un conto è andare in scena in uno spazio nuovo, un altro è ritrovarsi a dover gestire un’amplificazione audio di cui non abbiamo alcuna esperienza.

Ma il peggio deve ancora venire, poiché Gianluca, il nostro insegnante/regista, ci annuncia che dobbiamo "tagliare" la lunghezza dello spettacolo di almeno dieci minuti, a rischio di essere squalificati, dal momento che le regole del concorso parlano chiaro.

Io non ci sto. Mi sembra una vessazione che non ha alcuna motivazione artistica. Già il lavoro di "potatura" del testo di Cechov è stato drastico, certosino e doloroso, lasciando solo l’essenziale. Togliere ancora significa restituire un qualcosa di profondamente incompleto, senza dar modo al pubblico di comprendere alcune delle relazioni tra i personaggi, e lasciando una sensazione di inconcludente incompletezza.

Io sarei per non tagliare niente, cercando solo di lavorare sui tempi, a rischio di essere squalificati (tanto nessuno pensa seriamente che abbiamo possibilità di vincere…), non foss’altro che per rispetto nei confronti del pubblico che ci vedrà, e del nostro lavoro degli ultimi mesi. Ma sono in minoranza, e mi devo adeguare alla decisione degli altri. Sui tagli non metto bocca, tanto a questo punto tagliare poco o tanto per me è lo stesso.

L’ultimo guaio inatteso ed imprevisto è il freddo: andiamo in scena alle nove passate, è già buio e nessuno ha tenuto conto del fatto che siamo ad 800m di quota. La temperatura scende ed i nostri costumi, nati per rappresentazioni in teatri al chiuso, sono troppo leggeri. Altro che "riscaldamento" prima dello spettacolo…

Comunque, nel bene o nel male, andiamo in scena. Ormai lo spettacolo vola via da solo, non ci fossero i cambiamenti dell’ultimo minuto viaggeremmo col "pilota automatico". Nonostante le mie riserve, però, alla fine il pubblico applaude con convinzione, ma io resto convinto che la versione senza tagli sarebbe arrivata di più. Peccato.

Del resto non c’è molto da raccontare: il buffet, come l’altra volta, sostituisce la cena; vediamo lo spettacolo dell’altro gruppo che, con l’amplificazione, diventa finalmente comprensibile (pur restando, a parere mio ed anche di qualcuno del pubblico, un po’ troppo astratto…), si festeggia brevemente al bar e quindi in macchina fino all’albergo, dove ci schiantiamo sui letti.

Il giorno dopo (ieri), è un lungo rientro in auto, con l’iPod a farmi compagnia mentre Serena recupera il sonno perduto di due notti, un tentativo di conversazione sulle sorti del teatro continuamente interrotto dai reciproci cellulari, l’arrivo a casa e la rinuncia ad andare in ufficio. All’una di pomeriggio crollo sul letto a dormire, mi rialzerò alle cinque passate.